Il Congresso dell'Aia

La circolare del Consiglio Generale del 5 marzo annunciava la convo­cazione del congresso annuale per il principio di settembre. Nel frattempo Marx ed Engels decisero di proporre il trasferimento del Consiglio Ge­nerale da Londra a New York.

Si è molto discusso sulla necessità e sull'utilità di questa proposta, e anche sui motivi che la determinarono. E' stata anche considerata come una specie di funerale di prima classe dell'Internazionale: Marx avrebbe voluto dissimulare così che non si poteva più salvare l'Internazionale. A questa spiegazione si oppone il fatto che Marx ed Engels hanno appog­giato con tutte le forze il Consiglio Generale e hanno tentato di mante­nerlo in vita anche dopo che era stato trasferito a New York. E' stato poi detto che Marx ne avrebbe avuto abbastanza di lavorare per l'Inter­nazionale e che avrebbe voluto dedicarsi indisturbato al suo lavoro scien­tifico, e questa ipotesi è confermata in un certo senso da Engels; in una lettera a Liebknecht del 27 maggio 1872 accennava a una proposta belga di abolire del tutto il Consiglio Generale, e aggiungeva : « Per noi personalmente andrebbe benissimo, io e Marx comunque non ci entriamo più; come vanno le cose ora, non abbiamo tempo per lavorare, e questo deve finire». Tuttavia questa era un'uscita occasionale, dettata da un momento di collera. Anche se Marx ed Engels respingevano la rielezione al Consiglio Generale, il suo trasferimento da Londra non era ancora necessario, ma Marx aveva più volte rifiutato di trascurare l'Internazio­nale per dedicarsi al lavoro scientifico, prima che essa fosse avviata su binari sicuri; e ora che l'Internazionale attraversava la crisi più grave che l'avesse mai assalita, Marx non pensava certo ad abbandonarla per quel motivo.

Era piuttosto nel giusto Marx stesso, scrivendo a Kugelmann, il 29 luglio: «Al Congresso internazionale (L'Aia, apertura 2 settembre), si tratta di vita o di morte dell'Internazionale, e prima che io ne esca, voglio almeno proteggerla dagli elementi disgregatori ». Di questa difesa contro gli « elementi disgregatori » faceva parte anche l'allontanamento del Consiglio Generale da Londra, dove era in preda a contese sempre crescenti. E' vero che le tendenze bakuniniste non vi erano affatto rappre­sentate, o tutta! più così debolmente che non vi era nulla da temere da parte loro. Ma anche fra i membri tedeschi, francesi e inglesi regnava una tale confusione che si era dovuto istituire un sottocomitato speciale per dirimere le eterne liti.

Persino fra Marx e i due membri del Consiglio Generale che per lunghi anni erano stati i suoi più capaci e fedeli collaboratori, Eccarius e Jung, si era verificato un raffreddamento, che nel caso di Eccarius già nel maggio del 1872 portò a un'aperta rottura. Eccarius viveva in condi­zioni finanziarie molto precarie, e si era dimesso dalla carica di segretario generale dell'Internazionale perché si riteneva indispensabile e voleva elevare al doppio il suo modesto stipendio di 15 scellini settimanali. In­vece al suo posto fu eletto l'inglese John Hales, e Eccarius ne attribuì, a torto, la responsabilità a Marx. Invece Marx lo aveva sempre difeso contro gli inglesi; soltanto lo aveva più volte rimproverato perché aveva venduto di sottomano alla stampa delle comunicazioni sugli affari interni dell'Internazionale, fra l'altro sulle discussioni segrete della Conferenza di Londra. Jung a sua volta attribuì a Engels e al suo autoritario inter­vento il raffreddamento di Marx. In questo può esserci qualche cosa di vero. Da quando Marx poteva aver rapporti quotidiani con Engels, può darsi che senza cattiva intenzione non abbia più avvicinato spesso come prima Eccarius e Jung; ma da parte sua anche il « generale », questo era il nomignolo confidenziale con cui Engels veniva chiamato, a quanto at­testano anche i suoi buoni amici amava usare un tono brusco e milita­resco; quando la presidenza alterna del Consiglio Generale toccava a lui, bisognava prepararsi a scene tempestose.

Da quando Hales era stato eletto segretario generale, esisteva fra lui e Eccarius una mortale avversione; Eccarius del resto aveva con sé una parte dei membri inglesi. Marx invece non trovò alcun appoggio da parte del nuovo segretario generale. Anzi, quando, in conformità delle risoluzioni della Conferenza di Londra, fu fondata la Federazione inglese, che il 21 e il 22 luglio tenne a Nottingham il suo primo congresso alla presenza di 21 delegati, Hales seguì la parola d'ordine bakuninista della « autonomia minacciata delle federazioni », proponendo che si trattasse con le altre federazioni non attraverso il Consiglio Generale ma diret­tamente, e inoltre che al congresso generale si chiedesse di modificare gli statuti, nel senso di ridurre i poteri del Consiglio Generale. La seconda proposta fu ritirata da Hales, ma la prima fu approvata. Dal punto di vista programmano) questo congresso rivelò non una tendenza verso il bakuninismo, ma verso il radicalismo inglese; voleva per esempio la socializzazione della proprietà fondiaria, ma non di tutti i mezzi di pro­duzione, come chiedeva Hales nei suoi interventi. Egli intrigò aperta­mente contro il Consiglio Generale, che in agosto dovette esonerarlo dalla sua carica.

Fra i memori francesi del Consiglio Generale prevaleva la tendenza blanquista, in cui si poteva avere piena fiducia riguardo alle due questioni principali sulle quali verteva il contrasto, l'attività politica e la rigida centralizzazione, ma che, date le circostanze, con la sua spiccata predile­zione per i colpi di mano poteva diventare più pericolosa per l'Interna­zionale di qualsiasi altra, in un momento in cui la reazione europea non spiava altro che l'occasione per passare a vie di fatto con l'enorme supe­riorità delle sue forze. La preoccupazione che i blanquisti potessero prendere le redini in mano fu infatti l'impulso più forte, che spinse Marx a prendere in considerazione la possibilità di spostare il Consiglio Generale da Londra, e proprio a New York che avrebbe consentito la sua composizione internazionale e avrebbe garantito la sicurezza dei suoi archivi, ciò che era escluso in qualsiasi parte del continente europeo.

Al Congresso dell'Aia, che si tenne dal 2 al 7 settembre, Marx poté disporre di una maggioranza sicura, grazie alla rappresentanza relativa­mente forte di tedeschi e francesi fra i 61 delegati. Dai suoi avversari gli è stato rimproverato di aver fabbricato questa maggioranza con mezzi artificiosi, rimprovero che è assolutamente insostenibile per ciò che ri­guarda l'autenticità dei mandati; per quanto il Congresso abbia speso metà del suo tempo nella verifica dei mandati, essi superarono tutti l'esa­me, con una sola eccezione. Certo che Marx aveva scritto in America fin da giugno per i mandati dei tedeschi e dei francesi. Molti delegati rappresentavano sezioni non del loro paese, ma d'un'altra nazione; altri per timore della polizia comparivano sotto falso nome o tacevano per lo stesso motivo i nomi delle sezioni che li avevano delegati. Per questo i dati numerici sui partecipanti delle singole nazioni differiscono sensi­bilmente nei diversi resoconti del Congresso.

I rappresentanti di organizzazioni tedesche, se presi in senso stretto, erano soltanto otto: Bernhard Becker (Brunswick), Cuno (Stoccarda), Dietzgen (Dresda), Kugelmann (Celle), Milke (Berlino), Rittinghausen (Monaco), Scheu (Wùrttemberg) e Schuhmacher (Solingen). Inolrre Marx, come rappresentante del Consiglio Generale, oltre a un mandato per New York aveva un mandato per Lipsia e uno per Magonza, e Engels un man­dato per Breslavia e uno per New York. Hepner di Lipsia aveva un man­dato per New York, Friedlànder di Berlino uno per Zurigo. Due altri de­legati, con nomi apparentemente tedeschi, Walter e Swann, erano in real­tà francesi : si chiamavano Heddeghem e Dentraggues; erano entrambi tipi poco sicuri, Heddeghem già all'Aia era spia bonapartista. Fra i delegati francesi i profughi della Comune, Frankel e Longuet, che erano con Marx, e Ranvier, Vaillant e altri, che erano blanquisti, si presentavano col loro nome, ma l'origine dei loro mandati doveva restare più o meno all'oscuro. Oltre che da Marx il Consiglio Generale era rappresentato da due inglesi (Roach e Sexton), un polacco (Wroblewski) e tre francesi (Serraillier, Cournet e Dupont), l'Associazione comunista operaia di Lon­dra era rappresentata da Lessner. Il Consiglio federale inglese aveva in­viato quattro delegati, fra cui Eccarius e Hales, che all'Aia cominciarono a trescare con i bakuninisti.

Fra i bakuninisti, gli italiani non avevano mandato nessun delegato al Congresso; sin dall'agosto, in una conferenza tenuta a Rimini, essi avevano rotto ogni relazione col Consiglio Generale. I cinque delegati spagnoli, con la sola eccezione di Lafargue, stavano dalla parte dei baku­ninisti, come gli otto rappresentanti belgi e i quattro olandesi. La Federa­zione giurassiana mandò Guillaume e Schwitzguebel, mentre Ginevra fu ancora rappresentata dal vecchio Becker. Dall'America vennero quattro delegati : Sorge, che come Becker era uno dei più fedeli seguaci di Marx, e il blanquista Dereure, ex membro della Comune; il terzo mandato toccò a un bakuninista, mentre il quarto fu l'unico mandato invalidato dal Congresso. Danimarca, Austria, Ungheria e Australia erano rappresentate da un delegato ciascuna.

Nei tre giorni della verifica dei mandati cominciarono subito scene tempestose. Il mandato spagnolo di Lafargue fu violentemente con­testato, ma poi convalidato con poche astensioni. Nella discussione su un mandato che una sezione di Chicago aveva affidato a un membro resi­dente a Londra, un delegato del Consiglio federale inglese si appoggiò al fatto che questo membro non era un dirigente operaio riconosciuto, al che Marx rispose che non essere un dirigente inglese era più un onore che altro, dato che la maggioranza di questi dirigenti erano venduti ai liberali. Il mandato fu convalidato, ma la frase suscitò viva indignazione e dopo il Congresso Hales e compagni la sfruttarono con gran zelo contro Marx; del resto lui stesso, che era sempre responsabile delle sue azioni, non se ne pentì e non la ritirò mai. Terminata la verifica dei mandati, fu sottoposta all'esame preliminare di una commissione di cinque una serie di documenti relativi a Bakunin e alla sua Alleanza; i suoi membri furono scelti fra coloro che erano stati interessati il meno possibile nella contesa per l'Alleanza: essi erano il tedesco Cuno, come presidente, i francesi Lucain, Vichard e Walter-Heddeghem, e infine il belga Splingard.

I lavori effettivi cominciarono solo il quarto giorno, con la lettura del resoconto preparato dal Consiglio Generale per il Congresso. Era stato redatto da Marx e fu letto da lui stesso in tedesco, da Sexton in inglese, da Longuet in francese e da Abeele in fiammingo. Il resoconto stimmatizzava tutti gli atti di violenza che dal plebiscito bonapartista in poi erano stati perpetrati contro l'Internazionale, il massacro sangui­noso della Comune, le infamie di Thiers e Favre, le azioni ignominiose della Camera francese composta di nobilucci di campagna, i processi per alto tradimento in Germania; anche il governo inglese ricevette una sferzara per il terrorismo con cui aveva proceduto contro le sezioni irlan­desi e per le inchieste sulle diramazioni dell'associazione che aveva fatto fare attraverso le ambasciate. Di pari passo con le persecuzioni dei gover­ni era andato il volume delle menzogne del mondo civile, con le storie apocrife dell'Internazionale, con telegrammi allarmanti e falsificazioni spudorate di documenti ufficiali, soprattutto con quel capolavoro di calunnia infernale, quel dispaccio che aveva attribuito all'Internazionale il grande incendio di Chicago e che aveva fatto il giro di tutto il mondo. C'era da stupirsi che l'uragano che in quel momento devastava le Indie occidentali non venisse imputato alla sua azione diabolica. Di fronte a queste feroci e rabbiose manovre, il Consiglio Generale metteva in rilievo gli incessanti progressi dell'Internazionale : la sua penetrazione in Olanda, Danimarca, Portogallo, Scozia, Irlanda, la sua estensione negli Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e a Buenos Aires. Il resoconto fu accolto da ap­plausi e su proposta di un delegato belga il Congresso espresse la sua am­mirazione e la sua simpatia per tutte le vittime della lotta di emancipa­zione del proletariato.

Poi si passò al dibattito sul Consiglio Generale. Lafargue e Sorge dimostrarono che esso era necessario per le esigenze della lotta di classe : la lotta quotidiana della classe operaia contro il capitale non poteva esser condotta senza un'istanza centrale dirigente; se non si avesse avuto ancora un Consiglio Generale, si sarebbe dovuto inventarlo. La tesi contraria fu sostenuta soprattutto da Guillaume, che contestò la necessità di un Consiglio Generale, e voleva tutt'al più lasciarlo come ufficio centrale di corrispondenza e di statistica, ma spogliarlo di ogni attività; disse che l'Internazionale non era un'invenzione di un uomo capace, dotato di una teoria politica e sociale infallibile, ma che secondo il giudizio dei giurassiani essa era nata dalle condizioni economiche di esistenza della classe operaia, ciò che garantiva a sufficienza l'unità dei suoi sforzi.

Il dibattito fu concluso soltanto al quinto giorno dall'apertura, in una seduta segreta, come quelle, del resto, in cui erano avvenute le discus­sioni sui mandati, che erano state tenute a porte chiuse. In un lungo discorso Marx si pronunciò non solo a favore del mantenimento dei po­teri già attribuiti al Consiglio Generale, ma anzi anche del loro raffor­zamento: esso doveva ottenere il diritto di sospendere fino al successivo congresso, con certe cautele, non solo singole sezioni, ma anche intere federazioni; esso non disponeva né di una polizia né di soldati, ma non poteva permettere che il suo potere morale fosse ridotto; piuttosto lo si abolisse, anziché gettarlo nei rifiuti. Il Congresso decise nel senso voluto da Marx con 36 voti contro 6 e 15 astensioni.

A questo punto Engels propose di trasferire il Consiglio Generale da Londra a New York. Fece presente che già parecchie volte si era pensato di trasferire il Consiglio Generale da Londra a Bruxelles, ma che Bruxel­les aveva sempre rifiutato, che le circostanze del momento rendevano improrogabile la decisione, e nello stesso tempo rendevano necessaria la sostituzione di Londra con New York; che bisognava prendere questa decisione almeno per un anno. La proposta suscitò una sorpresa generale, e per lo più una sorpresa spiacevole. Con particolare vivacità protesta­rono i delegati francesi, che riuscirono a ottenere una votazione separata, prima sul trasferimento in sé, poi sulla sede da scegliere. Con una stretta maggioranza, 26 voti contro 23 e 9 astensioni, il trasferimento fu appro­vato; per New York decisero poi 30 voti. Quindi furono eletti 15 membri del nuovo Consiglio Generale; fu concesso loro il diritto di integrare il    loro numero con sette membri.

Sempre nella stessa seduta fu aperto il dibattito sull'azione politica. Vaillant aveva presentato una risoluzione nello stesso senso della risolu­zione emanata in proposito dalla Conferenza di Londra : la classe operaia doveva costituirsi in partito politico, che doveva essere rigorosamente separato da tutti i partiti borghesi e tenere una posizione ostile verso di essi. Vaillant, e con lui Longuet, si richiamarono in particolare alle esperienze della Comune di Parigi, che era caduta per mancanza di un programma politico. Un effetto meno convincente ebbe l'intervento di un delegato tedesco, secondo cui Schweitzer era diventato una spia in conseguenza dell'astensionismo politico, quello stesso Schweitzer che tre anni prima, al Congresso di Basilea, era stato denunciato come spia dai delegati tedeschi a causa del suo «parlamentarismo». Guillaume da par­te sua si richiamò alle esperienze della Svizzera, dove gli operai, in occa­sione delle elezioni, avevano concluso alleanze elettorali con gente d'ogni risma, ora coi radicali, ora coi reazionari; e disse che i giurassiani non volevano sapere di simili maneggi; che erano anche dei politici, ma dei politici negat.vi: non volevano conquistare il potere politico ma di­struggerlo.

Anche questa discussione si protrasse fino al giorno successivo, il sesto ed ultimo, che cominciò con una sorpresa : Ranvier, Vaillant e altri blan­quisti avevano abbandonato il Congresso a causa del trasferimento del Consiglio Generale a New York; in un opuscolo pubblicato subito dopo essi dicevano : « Invitata a fare il suo dovere, l'Internazionale ha rifiutato. Si è sottratta alla rivoluzione ed è scappata oltre l'Oceano Atlantico ». Sorge prese la presidenza al posto di Ranvier. Quindi fu approvata la proposta di Vaillant con 35 voti contro 6 e 8 astensioni. Una parte dei delegati erano già partiti, ma i più di loro avevano lasciato in una dichiarazione scritta il loro voto favorevole.

Le ultime ore dell'ultimo giorno furono occupate dalla relazione della commissione dei cinque su Bakunin e l'Alleanza. Essa fece la seguente dichiarazione, approvata con quattro voti contro quello del membro belga: prima di tutto era dimostrato che era esistita un'alleanza segreta, con statuti che erano in netta contraddizione con quelli dell'Interna­zionale, ma non era sufficientemente dimostrato che esistesse ancora. In secondo luogo, da un progetto di statuto e da lettere di Bakunin era dimostrato che egli aveva tentato, e quasi gli era riuscito, di fondare al­l'interno dell'Internazionale una società segreta con statuti che dal punto di vista politico e sociale differivano assolutamente dagli statuti del­l'Internazionale. In terzo luogo, Bakunin si era valso di manovre fraudo­lente per impadronirsi di proprietà altrui: per sottrarsi ai suoi impegni, lui o i suoi agenti si erano serviti di intimidazioni. Per questi motivi, la maggioranza della commissione proponeva l'espulsione di Bakunin, di Guillaume e di parecchi loro seguaci. Come relatore della commissione, Cuno non produsse prove materiali, ma dichiarò soltanto che la mag­gioranza era arrivata alla certezza morale, e chiese il voto di fiducia del Congresso.

Invitato dal presidente a difendersi, Guillaume, che si era già rifiu­tato di comparire di fronte alla commissione, dichiarò che rinunciava a qualsiasi difesa, per non prendere parte a una commedia; che questo colpo non era diretto contro alcune persone, ma contro le tendenze fede­raliste; che fra i rappresentanti di queste tendenze, quelli ancora pre­senti al Congresso avevano preso le loro misure e avevano già concluso un patto di solidarietà. Questo patto fu letto da un delegato inglese; era sottoscritto da quattro delegati spagnoli, cinque belgi, due giurassiani, un olandese e un americano. Per evitare ogni scissione nell'Internazionale, i firmatari si dichiaravano pronti a lasciare tutte le funzioni amministrative al Consiglio Generale, ma a respingere le sue ingerenze negli affari interni delle federazioni, fin tanto che non si trattasse di mancanze contro gli statuti generali dell'Internazionale; frattanto tutte le federazioni e le sezioni erano invitate a prepararsi per il successivo congresso, per por­tare alla vittoria il principio della libera associazione (autonomie fede­rative). Il Congresso non solo ricusò la discussione in proposito, ma espul­se Bakunin con 27 voti contro 7 (e 8 astensioni) e Guillaume con 25 voti contro 9 (e 9 astensioni). Le altre proposte della commissione furono respinte, ma essa fu incaricata di pubblicare i documenti concernenti l'Alleanza.

Questa giornata finale del Congresso dell'Aia non fu davvero degna del Congresso stesso. Non si poteva certo ancora sapere che le risolu­zioni della commissione erano già nulle perché vi aveva collaborato una spia; sarebbe stato ancora comprensibile, da un punto di vista umano, se Bakunin fosse stato espulso per motivi politici, sulla base della convin­zione morale che egli fosse un disturbatore incorreggibile, anche senza poter produrre, nero su bianco, le prove dei suoi raggiri. Ma era inescusabile che si mettesse ancora in discussione l'onorabilità di Bakunin, accu­sandolo di aver toccato la roba altrui, e la colpa di questa accusa pur­troppo era di Marx.

Marx si era procurato quella pretesa risoluzione di quel preteso «co­mitato rivoluzionari» che conteneva delle minacce contro Liubavin, nel caso che avesse insistito nel pretendere la restituzione dei 300 rubli di acconto che aveva fatto dare a Bakunin da un editore russo, per la tra­duzione del Capitale. Il contenuto letterale del documento non è stato reso noto, ma Liubavin, che pure era diventato anche lui acerrimo nemico di Bakunin, quando lo mandò a Marx lo accompagnò con queste parole: «In quel momento mi parve che Bakunin avesse avuto innegabilmente una parte in questa lettera, ma oggi, considerando più freddamente tutta la faccenda, vedo che questa partecipazione non è affatto dimostrata, perché la lettera potrebbe essere stata mandata da Neciaiev senza che Bakunin ci entrasse per nulla». Le cose erano andate proprio così, ma sulla base di questa sola lettera, di cui lo stesso destinatario sospettava il vero carattere criminale, all'Aia Bakunin fu accusato di una segreta attività delittuosa.

Nonostante che egli abbia più volte riconosciuto il debito dell'acconto, e abbia promesso di scontarlo in qualche modo, sembra veramente che nelle sue eterne ristrettezze non vi sia mai riuscito. D'altra parte non si sa nulla dell'unica vittima di questa triste faccenda, cioè dell'editore, che sembra aver preso con filosofica rassegnazione una sorte alla quale il suo mestiere del resto è largamente abituato. Quanti scrittori, infatti, e fra loro anche i nomi più famosi, tante volte sono rimasti debitori di un acconto verso il loro editore! Non è certo una cosa lodevole, ma ci vuol altro, per mandare il colpevole al patibolo.