Il bacillo della scissione nell'Internazionale

Per quel che concerneva le accuse di violazione o addirittura di falsificazione degli statuti, di intolleranza fanatica e simili, che a Sonvil­lier e altrove erano state rivolte al Consiglio Generale, questa circolare trionfava senz'altro nella polemica; si può soltanto deplorare che questa polemica dovesse dilungarsi tanto su cose in gran parte insignificanti.

Oggi costa realmente un certo sforzo occuparsi ancora di queste piccolezze. Alla fondazione dell'Internazionale, per esempio, i membri francesi, per timore della polizia bonapartista, avevano omesso nel testo francese le parole «come mezzo» in quell'articolo degli statuti che affermava che ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo all'emancipazione economica della classe operaia; la cosa era semplice e chiara, eppure ora venne ripetuta fino alla sazietà la men­zogna che il Consiglio Generale avrebbe falsificato il testo con l'inserzione posteriore delle parole « come mezzo ». Oppure, dato che la Conferenza di Londra aveva riconosciuto che gli operai tedeschi avevano fatto il loro dovere durante la guerra, si prese di qui lo spunto per denunciare il «pangermanismo» che avrebbe dominato nel Consiglio Generale.

La sua circolare faceva piazza pulita di queste sciocchezze, e se si pensa che esse erano state messe in giro per minare il centralismo della organizzazione, che vacillava dalle fondamenta, e che soltanto il centra­lismo poteva ancora salvarla dagli attacchi reazionari, si capisce l'ama­rezza delle frasi finali, in cui l'Alleanza è accusata di tener mano alla polizia internazionale. «Essa proclama l'anarchia nelle file proletarie come il mezzo indispensabile per spezzare la possente concentrazione di forze politiche e sociali che si trovano nelle mani degli sfruttatori. Sotto questo pretesto essa chiede all'Internazionale, in un momento in cui il vecchie mondo cerca di distruggerla, di sostituire la sua organiz­zazione con l'anarchia». Quanto più grave era la pressione che l'Inter­nazionale subiva dall'esterno, tanto più insensati apparivano gli attac­chi dall'interno, soprattutto quando erano senza fondamento.

Ma mentre quest'aspetto della questione era messo in piena luce, la circolare non ne giudicava con altrettanta chiarezza un altro aspetto Come già indicava il suo titolo, essa non voleva ammettere altro che delle «pretese» scissioni all'interno dell'Internazionale; come già aveva fatto Marx nella Comunicazione confidenziale, essa riconduceva tutto il conflitto alle manovre di «alcuni intriganti», in particolar modo di Bakunin, metteva in risalto ancora una volta le vecchie accuse rivolte contro di lui a causa dell'« uguagliamento delle classi», del Congresso di Basilea ecc., lo incolpava di aver consegnato alla polizia russa, insieme con Neciaiev, delle persone innocenti, e dedicava un paragrafo speciale al fatto che due seguaci di Bakunin si erano smascherati come spie bonapartiste, fatto che per Bakunin era stato indubbiamente assai spia­cevole, ma non più compromettente di quello accaduto al Consiglio Generale quando, pochi mesi dopo, gli era accaduto lo stesso guaio con due dei suoi membri. Incolpando poi il « giovane Guillaume » di avere diffamato come odiosi « borghesi » gli « operai di fabbrica » di Gi­nevra, la circolare non teneva il minimo conto del fatto che a Gi­nevra si chiamava fabrique un ceto di operai di lusso ben pagati, che avevano concluso dei compromessi più o meno discutibili con i partiti borghesi.

Ma la parte senz'altro più debole della circolare era la sua difesa contro l'accusa di « ortodossia » che era stata sollevata contro il Consiglio Generale. Essa si richiamava al fatto che la Conferenza di Londra aveva proprio vietato alle sezioni di assumere nomi di sette. Questo era certo giustificato, in quanto l'Internazionale formava un conglomerato parec­chio variopinto di unioni sindacali, associazioni, società di cultura e di propaganda; ma la spiegazione che la circolare dava di questa risoluzione del Consiglio Generale era estremamente discutibile.

Essa diceva letteralmente così : « Il primo periodo della lotta del pro­letariato contro la borghesia è caratterizzato dal movimento delle sette. Questo è giustificato nel tempo in cui il proletariato non è ancora suffi­cientemente sviluppato per agire come classe. Pensatori isolati intrapren­dono la critica delle contraddizioni sociali e vogliono eliminarle per mezzo di soluzioni fantastiche, che la massa degli operai deve soltanto accettare, diffondere e mettere in pratica. E nella natura delle sette, che si formano attorno a questi precursori, di isolarsi e di estraniarsi da ogni attività concreta, dalla politica, dagli scioperi, dai sindacati, in una parola da ogni movimento di massa. La massa del proletariato resta indifferente o addirittura ostile di fronte alla loro propaganda. Gli operai di Parigi e di Lione non volevano sentir parlare dei sansimoniani, dei fourieristi, degli icariani, come i cartisti e i tradunionisti inglesi non volevano sentir parlare degli oweniani. Da principio essi sono una leva del movimento e diventano un ostacolo, quando il movimento li ha superati. Poi diventano reazionari. Ne danno la prova le sette della Francia e dell'Inghilterra, e da ultimo dei lassalliani in Germania che, dopo aver ostacolato per anni l'organizzazione del proletariato, alla fine sono diventati semplici strumenti della polizia ». In un altro passo della circolare i lassalliani erano ancora definiti « socialisti bismarckiani », che al di fuori del loro organo di polizia, Der Neue Sozialdemokrat, facevano da scherani all'impero prussiano-tedesco.

Non è mai stato espressamente dimostrato che Marx sia stato l'au­tore di questo scritto; per il contenuto e lo stile, Engels potrebbe avervi avuto una parte più o meno importante. Ma il passo sulle sette è in ogni caso opera di Marx; gli stessi pensieri si ritrovano esposti nello stesso modo nelle sue lettere indirizzate in quel periodo a compagni di partito, e li aveva già svolti per la prima volta nello scritto polemico contro Proudhon. 11 significato storico delle sette socialdemocratiche vi è anche caratterizzato con esattezza, ma Marx sbagliava nel mettere in un sol mazzo i lassalliani con i fourieristi e gli oweniani.

Dell'anarchismo si può pensare tutto il male che si vuole, e anche considerarlo, ogni qual volta fa la sua apparizione, come una malattia del movimento operaio; ma non si può credere — e tanto meno oggi, dopo le esperienze di mezzo secolo — che il bacillo gli sia stato inocu­lato dall'esterno, che anzi la predisposizione a questa malattia è innata e congenita nel movimento operaio, per svilupparsi al momento buono o meglio al momento cattivo. Ma anche nel 1872 un errore in proposito era difficilmente comprensibile. Bakunin non era davvero l'uomo che avesse un modello o un sistema belle fatto, che gli operai dovessero semplicemente accettare e mettere in pratica; Marx stesso, anzi, non si stancava mai di ripetere che Bakunin era uno zero come teorico e solo un intrigante nel suo elemento, che il suo programma era un guazza­buglio arraffato superficialmente a destra e a sinistra.

La caratteristica essenziale dei fondatori di sette è il loro atteggiamento ostile contro qualsiasi movimento proletario di massa: ostile in quanto non vogliono sentir parlare di un tale movimento e anche in quanto un movimento di massa non vuol sentir parlare di loro. Anche se fosse vero che Bakunin avrebbe voluto impadronirsi dell'Internazionale soltan­to per i suoi fini, avrebbe dimostrato con ciò ancora una volta che come rivoluzionario faceva assegnamento solo sulle masse. Per quanto accanita si facesse la lotta fra lui e Marx, egli non cessò, quasi fino alla fine, di ascrivere a merito immortale di Marx l'aver creato con l'Internazionale il quadro di un movimento proletario di massa. Ciò che lo divideva da Marx era la diversità delle loro opinioni sulla tattica che questo movi­mento di massa doveva seguire per raggiungere il suo fine; ma per quanto sbagliate fossero le sue opinioni in proposito, esse non avevano niente in comune con le sette.

E quanto ai lassalliani! Nel 1872 non erano certo ancora all'altezza dei princìpi socialisti, ma per chiarezza teorica e per vigore organizzativo erano superiori ad ogni altro partito operaio di quel tempo, anche alla frazione eisenachiana, che pure traeva sempre il suo nutrimento spiri­tuale dagli scritti d'agitazione lassalliani. Lassalle aveva impostato la sua agitazione sulla larga base della lotta proletaria di classe, sbarrando così la porta a tutte le sette; il suo successore Schweitzer era così penetrato dall'idea dell'inseparabilità della lotta politica da quella sociale che Lieb­knecht gli aveva rivolto l'accusa di « parlamentarismo », e se nella que­stione sindacale Schweitzer non aveva tenuto conto, per sua disgrazia, degli ammonimenti di Marx, si era tagliato fuori da lungo tempo dal movimento e i lassalliani cominciarono a eliminare quest'errore per proprio conto, soprattutto con lo sciopero vittorioso degli operai edili di Berlino. Avevano superato il breve turbamento recato dalla guerra alla loro agitazione, e le masse affluivano verso di loro a schiere sempre più fitte.

Non ci sarebbe stato bisogno di mettere in particolare rilievo gli attacchi contro i lassalliani, dato che in Marx era radicata una invinci­bile ostilità contro Lassalle e tutto ciò che sapeva di Lassalle, ma la circo­lare del Consiglio Generale inseriva questi attacchi in un contesto che dava loro uno speciale significato. Essi mettevano in chiara luce il vero bacillo che minacciava l'Internazionale, la contraddizione insolubile in cui la grande associazione si era venuta a trovare dopo la caduta della Comune di Parigi. Da allora tutto il mondo reazionario si era mobili­tato contro l'Internazionale, che poteva difendersi contro questo assalto solo raccogliendo strettamente tutte le sue forze. Ma la caduta della Comune aveva dimostrato anche la necessità della lotta politica, e questa lotta non era possibile senza allentare in larga misura i legami inter­nazionali, perché essa poteva esser condotta soltanto all'interno dei con­fini nazionali.

Come la richiesta dell'astensionismo politico, per quanto fosse esa­gerata, derivava però, in ultima analisi, da una giustificata diffidenza contro le insidie del parlamentarismo borghese (diffidenza che Liebknecht aveva espresso col massimo vigore nel suo noto discorso del 1869), così anche il malumore contro la dittatura del Consiglio Generale, che dopo la caduta della Comune di Parigi si manifestava sensibilmente in tutti i paesi, scaturiva nonostante tutte le esagerazioni dalla consapevolezza più o meno chiara che un partito operaio nazionale è legato prima di tutto alle sue condizioni di esistenza all'interno della nazione di cui esso è parte, che non può prescindere da queste condizioni d'esistenza, così come un uomo non può saltare la propria ombra, in altre parole che esso non può essere diretto dall'estero. Per quanto Marx avesse affermato, già negli statuti dell'Internazionale, l'inseparabilità della lotta politica e della lotta sociale, in pratica però si richiamava sempre alle rivendi­cazioni sociali che erano comuni alle classi operaie di tutti i paesi a pro­duzione capitalistica, toccava di questioni politiche solo in quanto esse servivano alle rivendicazioni sociali, come nel caso della riduzione legale della giornata lavorativa. Le questioni politiche nel senso proprio e im­mediato della parola, in primo luogo le questioni che riguardavano la costituzione dello Stato e che avevano aspetti diversi nei diversi paesi, Marx le riservava al momento che il proletariato fosse stato portato dalla Internazionale a una maggiore consapevolezza; eppure rimproverava a Lassalle di aver condotto un'agitazione che si adattava a un solo paese!

E' stata avanzata l'ipotesi che Marx avrebbe conservato ancora questa riserva, se la questione politica non gli fosse stata imposta con urgenza dalla caduta della Comune di Parigi e dall'agitazione di Bakunin. E' possibilissimo, e anzi verosimile, ma accettando la lotta quando gli era imposta egli agì pienamente secondo la sua natura. Soltanto non si avvide che il compito che doveva risolvere non poteva esser risolto così come era fatta allora l'Internazionale, e che l'Internazionale crollava all'interno nella misura che stringeva più rigidamente le sue file contro il nemico esterno. Se la mente direttrice dell'Internazionale scambiava per una truppa mercenaria di polizia un panino operaio sviluppato secondo le sue idee, e per di più nella sua stessa patria, ciò dimostrava in modo definitivo che l'ora storica dell'Internazionale era scoccata.

Ma questa prova non era l'unica. Dovunque si formavano partiti ope­rai, nazionali, l'Internazionale crollava. Con quale violenza Schweitzer in passato era stato coperto di accuse da Liebknecht, a causa della freddezza verso l'Internazionale! Ora che lo stesso Liebknecht era a capo della frazio­ne eisenachiana, doveva subire da Engels proprio le stesse accuse e, come Schweitzer, rispondeva, richiamandosi alle leggi tedesche sulle associa­zioni : « Non mi passa neppur per la testa di mettere in gioco per questa questione l'esistenza della nostra organizzazione». Se lo sventurato Schweitzer avesse osato tenere un linguaggio così franco e sicuro (cosa che non ha mai fatto) sarebbe andata ben diversamente per il « re dei sarti »[1] che voieva avere assolutamente il « suo partito ». La fondazione della frazione di Eisenach aveva darò il primo colpo al « Gruppo di sezio­ni di lingua tedesca » di Ginevra; l'ultimo colpo inferto a questa che era la più antica e la più forte organizzazione di cui l'Internazionale dispo­nesse sul continente, fu la fondazione di un partito operaio svizzero, che avvenne nel 1871. Alla fine di quest'anno Becker dovette già sospendere la pubblicazione del Vorbote.

Nel 1872 Marx ed Engels non avevano ancora afferrato i nessi di questa situazione. Eppure mettevano in ombra le loro stesse ragioni, quando sostenevano che l'Internazionale era finita per le manovre di un solo demagogo, mentre essa poteva ritirarsi con tutti gli onori dalla scena della storia, dopo aver assolto un grande compito che aveva supe­rato le sue stesse possibilità. In realtà si deve essere d'accordo con gli odierni anarchici, quando essi dicono che non vi è nulla di meno marxi­sta dell'idea che un individuo eccezionalmente perfido, un « intrigante estremamente pericoloso », abbia potuto rovinare un'organizzazione pro­letaria come l'Internazionale, e non con quelle anime pie che inorridi­scono al minimo dubbio che Marx ed Engels possano, per una volta, avere sbagliato di una virgola. Marx ed Engels stessi, se oggi potessero parlare, tratterebbero con caustico scherno coloro che pretendono che nei loro riguardi non si debba usare quella critica priva di riguardi che è sempre stata la loro arma più tagliente.

La loro vera grandezza non sta nel non avere mai sbagliato, ma anzi nel non essersi mai irrigiditi nell'errore ogni qual volta si sono accorti di avere sbagliato. Sin dal 1874 Engels ammetteva che l'Internazionale aveva sopravvissuto a se stessa : « Per dare vita a una nuova Internazio­nale nella forma dell'antica, come un'alleanza di tutti i partiti proletari di tutti i paesi, sarebbe necessaria una repressione generale del movimento operaio, come quella del 1849-1864. Ma per questa il mondo proletario è oggi diventato troppo grande, troppo esteso ». E si confortava osservan­do che per dieci anni l'Internazionale aveva dominato un lato della storia europea — il lato su cui riposa l'avvenire — e che poteva guardare con orgoglio al lavoro fatto.

Nel 1878 Marx confutò su una rivista inglese l'asserzione secondo cui l'Internazionale sarebbe stata un fallimento e ormai sarebbe morta, con queste parole: «I partiti operai socialdemocratici in Germania, in Svizzera, in Danimarca, in Portogallo, in Italia, in Belgio, in Olanda e nel Nordamerica, più o meno organizzati all'interno dei confini nazio­nali, costituiscono in realtà altrettanti gruppi internazionali, non più sezioni isolate rade e disperse in diversi paesi e tenute insieme da un Consiglio Generale periferico, ma invece le masse lavoratrici stesse in comunicazione costante, attiva, diretta, cementata dallo scambio delle idee, dagli aiuti reciproci e dagli obiettivi comuni... In tal modo l'Interna­zionale, invece di scomparire, è passata da una prima fase a una fase superiore, in cui le sue tendenze originarie si sono in parte realizzate. Nel corso di questo sviluppo progressivo essa avrà da sottostare ancora a parecchie trasformazioni, finché potrà essere scritto l'ultimo capitolo della sua storia ».

Nello stendere queste righe Marx dava una nuova prova del suo sguardo veramente profetico. Nel tempo in cui i partiti operai nazionali spuntavano appena, più di un decennio prima che si costituisse la nuova Internazionale, Marx ne prevedeva l'essenza storica, ma neppure ad essa prometteva una durata eterna, ma soltanto questo: che dalle rovine sarebbe sorta nuova vita, finché i tempi si fossero compiuti.

 

 

[1] Così Marx chiamava Schweitzer, con probabile allusione all'Associazione tedesca dei sarti in cui la posizione di Schweitzer era forte.