Fino a Sedan

Molto è stato scritto sulla posizione assunta da Marx ed Engels di fronte alla guerra, per quanto in sostanza vi sia assai poco da dire in proposito. Nella guerra essi non vedevano un elemento dell'ordine divi­no, come Moltke, ma un elemento dell'ordine diabolico, un fenomeno che si accompagna inseparabilmente alla società classista, e in modo del tutto particolare alla società capitalistica.

Come persone che ragionavano storicamente,. essi non accettavano il punto di vista antistorico: la guerra è la guerra, e tutte le guerre sono da misurare con lo stesso metro. Per loro ogni guerra aveva i suoi defi­niti presupposti e le sue conseguenze, da cui dipendeva l'atteggiamento che di fronte ad essa la classe operaia doveva assumere. Questa era an­che la concezione di Lassalle, con cui si erano trovati in contrasto, nel 1859, nel giudicare le condizioni di fatto della guerra di quell'anno, ma tutti e tre muovendo dalla considerazione decisiva: come quella guerra si poteva sfruttare più a fondo in favore della lotta di emancipazione del proletariato.

Dalla stessa considerazione fu determinato il loro atteggiamento di fronte alla guerra del 1866. Dopo che la rivoluzione tedesca del 1848 non era riuscita a creare un'unità nazionale, il governo prussiano si sforzava di sfruttare per proprio conto il movimento per l'unità tedesca, che era sempre ridestato dallo sviluppo economico, e di creare una Prus­sia più estesa (come diceva il vecchio Kaiser Guglielmo) invece di una Germania unita. Marx ed Engels, Lassalle e Schweitzer, Liebknecht e Bebel erano completamente d'accordo nel ritenere che all'unità tedesca, di cui il proletariato tedesco aveva bisogno come primo passo della sua lotta di emancipazione, si doveva arrivare soltanto attraverso una rivoluzione nazionale, e per conseguenza combatterono col massimo vi­gore gli sforzi dinastico-particolaristici della politica grande-prussiana. Soltanto dopo la decisione di Sadowa, presto o tardi, ciascuno secondo la propria perspicacia nel giudicare i «presupposti di fatto», essi si adattarono a questa amara constatazione: era ormai chiaro che una rivoluzione nazionale era da escludere per la viltà della borghesia e per la debolezza del proletariato, e che la grande Prussia cementata «dal ferro e dal sangue » offriva alla lotta di classe del proletariato prospet­tive più favorevoli di quelle che gli avrebbe mai potuto offrire la restau­razione (naturalmente impossibile, del resto) della dieta della Confede­razione germanica con i suoi intrighi meschini. Marx ed Engels arri­varono subito a questa conclusione, e anche Schweitzer, come succes­sore di Lassalle; essi accettarono la Confederazione della Germania del Nord, nella sua forma contraffatta e atrofica, non certo come qualche cosa di gradito o di entusiasmante, ma come un dato di fatto, che offriva alla lotta della classe operaia tedesca più solidi appigli di quelli che le aveva offerto lo sciagurato sistema della dieta confederale. Liebknecht e Bebel, al contrario, restarono fermi sulla concezione rivoluzionaria grande-tedesca della situazione, e negli anni che seguirono il 1866 lavo­rarono instancabilmente per la distruzione della Confederazione della Germania del Nord.

Dopo la risoluzione presa da Marx ed Engels nel 1866, la loro posi­zione di fronte alla guerra del 1870 era fino a un certo punto già decisa. Sulle sue cause immediate non hanno mai espresso giudizi, né sulla candidatura del principe di Hohenzollern al trono di Spagna, sostenu­ta da Bismarck, né sull'alleanza franco-austro-italiana contro Bismarck, tentata da Bonaparte; sulla base di quel che allora si sapeva sulla situa­zione non era possibile dare un giudizio adeguato né sul primo né sul secondo punto. Ma in quanto la politica bonapartista di guerra era diretta contro l'unità nazionale tedesca, Marx ed Engels riconobbero che la Germania si trovava in stato di difesa.

Marx motivò nei suoi particolari questo giudizio nell'Indirizzo, da lui redatto, che il 23 luglio fu diramato dal Consiglio Generale dell'In­ternazionale. Definiva  «il complotto di guerra del luglio 1870» come « un'edizione riveduta e corretta del colpo di Stato del dicembre 1851», e affermava che già suonava il rintocco funebre del Secondo Impero, che sarebbe finito come era cominciato: con una parodia. Ma non si doveva dimenticare che proprio i governi e le classi dominanti avevano reso possibile a Bonaparte di rappresentare per diciotto anni la crudele farsa della restaurazione dell'Impero. Se da parte della Germania la guerra era una guerra di difesa, chi aveva messo la Germania nella necessità di doversi difendere? Chi aveva reso possibile a Luigi Bona­parte di condurre una guerra contro la Germania? La Prussia. Era stato Bismarck a cospirare con lo stesso Luigi Bonaparte prima di Sadowa, e dopo Sadowa non aveva contrapposto alla Francia schiava una Ger­mania libera, ma a tutte le bellezze indigene del suo antico sistema aveva aggiunto tutti i trucchi del Secondo Impero, così che il regime bona­partista fioriva dall'una e dall'altra parte del Reno. Che poteva derivarne, se non la guerra? « Se la classe operaia tedesca permette alla guerra attuale di perdere il suo carattere strettamente difensivo e di degene­rare in una guerra contro il popolo francese, tanto una vittoria che una sconfitta saranno ugualmente disastrose. Tutte le sciagure piombate sulla Germania dopo la sua guerra di indipendenza, risorgeranno con accresciuta intensità ». L’Indirizzo ricordava le dimostrazioni degli operai tedeschi e francesi contro la guerra, che permettevano di non temere un esito così funesto. Poi rilevava che sullo sfondo di quella lotta suicida spuntava la torva figura della Russia. Tutte le simpatie che i tedeschi potevano giustamente pretendere in una guerra di difesa cen­tro un'aggressione bonapartista, essi le avrebbero perse immediatamente se avessero permesso al governo prussiano di invocare o soltanto accet­tare l'aiuto del cosacco.

Due giorni prima che fosse diramato questo Indirizzo, il 21 luglio, il Reichstag della Germania del Nord aveva approvato un credito di guerra di 120 milioni di talleri. I rappresentanti parlamentari dei lassalliani, in omaggio alla politica da loro seguita dal 1866, votarono a favore. Invece Liebknecht e Bebel, rappresentanti degli eisenachiani, si erano astenuti dal voto perché un loro consenso tributato al governo prussiano, che con la sua condotta nel 1866 aveva preparato questa guerra, sarebbe stato come un voto di fiducia, mentre un voto contrario avrebbe potuto essere considerato come un'approvazione per la politica scellerata e criminale di Bonaparte. Liebknecht e Bebel consideravano la guerra sostanzialmente da un punto di vista morale, ciò che corrispondeva perfettamente alla convinzione manifestata da Liebknecht, anche più tardi, nel suo scritto sul telegramma di Ems e da Bebel nei suoi ricordi.

Essi incontrarono però una decisa opposizione nella loro stessa fra­zione, e soprattutto da parte della sua direzione, il comitato di Brun­swick. In realtà l'astensione di Liebknecht e Bebel non era un atto di politica pratica, ma una dimostrazione morale che, per quanto potesse essere in sé giustificata, non corrispondeva alle esigenze della situazione. Quel che è possibile nella vita privata, e sufficiente secondo le circo­stanze, il dire cioè a due litiganti: avete torto tutti e due e io non mi immischio nella vostra lite, non è possibile invece nella vita degli Stati, in cui i popoli devono pagare per le contese dei re. Le conseguenze pra­tiche di una neutralità impossibile si videro nell'atteggiamento tutt'altro che chiaro e conseguente assunto nelle prime settimane di guerra dal Volksstaat di Lipsia, organo degli eisenachiani. In tal modo si aggravò il conflitto fra la direzione del giornale, cioè Liebknecht, e il comitato di Brunswick, che da parte sua si rivolse a Marx per averne appoggio e consiglio.

Subito dopo l'inizio della guerra, il 20 luglio, dunque prima della astensione di Liebknecht e Bebel, Marx aveva già scritto a Engels quan­to segue, dopo aver duramente criticato gli « sciovinisti repubblicani » : « I francesi hanno bisogno di bastonate. Se vincono i prussiani, l'accen­tramento dello state power sarà utile per l'accentramento della classe operaia. La preponderanza tedesca sposterebbe inoltre il centro di gra­vità del movimento operaio dell'Europa occidentale dalla Francia in Germania e basterà paragonare il movimento nei due paesi dal 1866 fino ad ora per vedere che la classe operaia tedesca è superiore a quella francese sia dal punto di vista teorico, sia da quello organizzativo. La sua preponderanza nei confronti di quella francese sulla scena universa­le sarebbe allo stesso tempo la preponderanza della nostra teoria su quella di Proudhon ecc. ». Ma quando ricevette la richiesta del comi­tato di Brunswick, Marx si rivolse a Engels, come faceva sempre per le questioni importanti, pregandolo di dargli il suo consiglio e, come nel 1866, Engels stabilì nei suoi particolari la tattica che fu seguita dai due amici.

Nella sua risposta del 15 agosto egli scrisse: «Secondo me il caso sta in questi termini: la Germania è stata costretta da Badinguet [Bo­naparte] a una guerra per la sua esistenza come nazione. Se essa soc­combe nella lotta contro Badinguet, il bonapartismo è consolidato per anni e la Germania è finita per anni, forse per generazioni. E allora non ce neanche da pensare a un movimento operaio tedesco autonomo, la lotta per creare l'esistenza nazionale assorbirà tutto, allora, e nel migliore dei casi gli operai tedeschi andranno a finir? a rimorchio di quelli fran­cesi. Se vince la Germania, il bonapartismo francese è ad ogni modo fini­to, l'eterno litigio per la creazione dell'unità tedesca è eliminato, gli operai tedeschi potranno organizzarsi su scala ben diversamente nazionale che non prima, e quelli francesi avranno certo un campo più libero che non sotto il bonapartismo qualunque sia il governo che gli succederà. L'intera massa del popolo tedesco di tutte le classi ha capito che si tratta per l'appunto in prima linea dell'esistenza nazionale, e per questo si è impe­gnata subito. Che un partito politico tedesco in queste circostanze, possa predicare, à la Wilhelm [Liebknecht], l'ostruzionismo totale e porre considerazioni secondarie di ogni genere al di sopra della considerazione principale, mi sembra impossibile »[1].

Engels condannava con una asprezza pari a quella di Marx lo scio­vinismo francese, che si faceva sentire profondamente fin negli ambien­ti di tendenza repubblicana. « Badinguet non avrebbe potuto fare que­sta guerra senza lo sciovinismo della massa della popolazione francese, dei borghesi, piccoli borghesi, contadini e del proletariato edilizio im­perialista, haussmanniano[2], proveniente dal ceto contadino, che Bona­parte ha creato nelle grandi città. Fintantoché questo sciovinismo non sarà colpito alla testa e come si deve, la pace fra Germania e Francia è im­possibile. Ci si poteva aspettare che questo lavoro sarebbe stato assunto da una rivoluzione proletaria, ma dal momento che c'è la guerra, ai tedeschi non rimane altro che farlo loro stessi e subito »[3].

Quanto alle «considerazioni secondarie», al fatto cioè che la guer­ra era comandata da Bismarck e compagnia, e che se l'avessero condotta con successo ne avrebbero tratto una gloria immediata, ciò era dovuto alla meschinità della borghesia tedesca. Era molto spiacevole ma non c'era nulla da fare. «Ma sarebbe assurdo per questa ragione elevare l'antibismarckismo a unico principio direttivo. Primo, Bismarck ora, come nel 1866, fa sempre un pezzo del nostro lavoro; a modo suo e senza volerlo, ma lo fa. Ci procura un terreno più libero di prima. E poi non siamo più nell'anno 1815. I tedeschi meridionali entreranno ora necessariamente nel Reichstag e in questo modo si crea un contrappeso al prussianesismo... In genere voler annullare, à la Liebknecht, tutta la storia dal 1866 in poi, perché non piace a lui, è una scemenza. Ma li conosciamo i nostri tedeschi meridionali modello ».

Nel corso della lettera Engels tornava ancora una volta a parlare della politica di Liebknecht. « In Wilhelm è divertente l'osservazione che, essendo Bismaick un ex complice di Badinguet, il vero punto di vista è quello della neutralità. Se questa fosse l'opinione generale in Ger­mania, avremmo presto di nuovo la Lega renana, e il nobile Wilhelm vedrebbe che parte toccherebbe a lui in essa e 'dove finirebbe il movi­mento operaio Un popolo che riceve sempre nient'altro che botte e calci, certo è il vero popolo per fare una rivoluzione sociale, e per giun­ta negli innumerevoli Stati piccoli, tanto cari a Wilhelm!... Wilhelm ha contato evidentemente sulla vittoria di Bonaparte, soltanto perché ci si rompa il collo il suo Bismarck. Ti ricordi, come lo minacciava sempre con i francesi. Anche tu sei naturalmente dalla parte di Wilhelm ». L'ultima frase era ironica: Liebknecht aveva affermato che Marx era d'accordo con lui e Bebel, per l'astensione nella questione dei crediti di guerra.

Marx ammise di avere approvato la « dichiarazione » di Liebknecht : era stato un « momento » in cui la pedanteria dei princìpi era stata un ade de courage: ma aggiunse che non ne seguiva affatto che questo momento durasse a lungo, e meno che mai che la posizione del pro­letariato in una guerra che era diventata nazionale si riassumesse nella antipatia di Liebknecht contro i prussiani. Marx parlava a buon diritto di una « dichiarazione », e non dell'astensione dal voto come tale. Mentre ì lassalliani avevano approvato i crediti di guerra confondendosi con la maggioranza borghese, senza differenziare in nessun modo la loro posizione socialista, Liebknecht e Bebel avevano dato un «voto moti­vato », in cui non solo avevano esposto le ragioni della loro astensione, ma « nella loro qualità di repubblicani sociali e membri dell'Internazio­nale, che al di là di ogni differenza di nazionalità combatte contro tutti gli oppressori e cerca di unificare tutti gli oppressi in una comune lega fraterna» avevano unito all'astensione una protesta di principio contro questa guerra, come contro ogni guerra dinastica, e avevano espresso la speranza che tutti i popoli d'Europa, ammaestrati dai funesti avve­nimenti del presente, avrebbero fatto di tutto per conquistare il diritto di disporre di se stessi e per eliminare il dominio della spada e delle classi, quale causa di tutti i mali nazionali e sociali. Marx poteva certo esser molto contento di questa « dichiarazione » che per la prima volra spiegava senza ambagi la bandiera dell'Internazionale in un parlamento europeo, e per di più mentre si trattava una questione storica d'impor­tanza mondiale.

Dalla scelta delle sue parole, risulta già che la sua « approvazione » andava intesa in questo senso. L'astensione dal voto non era affatto una « pedanteria dei princìpi », ma piuttosto un compromesso: infatti Lieb­knecht avrebbe voluto addirittura votare contro i crediti di guerra, e sol­tanto Bebel l'aveva convinto a limitarsi all'astensione. Inoltre, nelle in­tenzioni di Liebknecht e Bebel, l'astensione non doveva essere limitata soltanto a quel « momento », come dimostrava anche il Volksstaat in tutti i numeri. Infine essa non rappresentava neppure un « atto di co­raggio » nel senso che ciò bastasse di per sé a giustificarla. Se Marx avesse inteso Xacte de courage in questo senso, avrebbe dovuto accor­dare la stessa lode, in misura anche maggiore, al bravo Thiers che alla Camera francese aveva parlato con energia contro la guerra, nonostante che i fedeli dell'Impero tumultuassero intorno a lui coprendolo di insulti, o ai democratici borghesi dello stampo di Favre e Grevy, che nella vota­zione sui crediti di guerra non si erano astenuti ma avevano addirittura votato contro, nonostante che a Parigi il tumulto patriottico fosse per lo meno altrettanto pericoloso quanto a Berlino.

Le conclusioni finali che Engels traeva dal suo giudizio sulla situa­zione, per la politica degli operai tedeschi, si riassumevano in questi punti: unirsi al movimento nazionale, in quanto e fin tanto che si limi­tasse alla difesa della Germania (ciò che non escludeva l'offensiva fino alla pace senza condizioni); mettere in evidenza nello stesso tempo la differenza fra gli interessi nazionali tedeschi e gli interessi dinastici prussiani; opporsi all'annessione dell'Alsazia e della Lorena; appena a Parigi fosse al potere un governo repubblicano non sciovinista, adoprarsi per arrivare a una pace onorevole con esso; insistere continua­mente sull'unità di interessi fra gli operai tedeschi e francesi, che non avevano approvato la guerra e che non combattevano fra loro.

Marx si dichiarò completamente d'accordo e in questo senso rispose al Comitato di Brunswick.

 

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. VI cit., p. 131.

[2] George Eugène Haussmann, prefetto di Parigi durante il Secondo Impero, diresse la trasformazione edilizia della capitale francese.

[3] Ibidem.