Dopo Sedan

Ma prima che il Comitato potesse fare uso pratico dei suggerimenti che gli erano pervenuti da Londra, la situazione aveva subito un capo­volgimento completo. La battaglia di Sedan era stata combattuta, Bona­parte catturato, l'Impero crollato, e a Parigi era sorta una repubblica borghese. A capo di essa stavano quelli che fino allora erano stati depu­tati della capitale francese, che si proclamarono « governo di difesa na­zionale ».

Da parte tedesca, si era arrivati alla fine della guerra di difesa. Co­me capo della Confederazione della Germania del Nord, il re di Prussia aveva dichiarato più volte, con la massima solennità, che non combat­teva il popolo francese ma solo il governo dell'imperatore francese; a Parigi i nuovi rappresentanti del potere si dichiararono anche disposti a pagare ogni possibile somma per le riparazioni di guerra. Soltanto Bismarck chiedeva una cessione di territorio: per conquistare l'Alsazia-Lorena continuò la guerra, anche se in tal modo la guerra di difesa di­ventava una beffa.

Bismarck seguiva in questo le tracce di Bonaparte, e le seguì anche organizzando una specie di plebiscito che doveva servire a sciogliere il re di Prussia dai suoi impegni solenni. Sin dalla vigilia di Sedan, « notabili » di tutte le specie si rivolsero al re con « dimostrazioni di massa », reclamando dei « confini protetti ». Gli « unanimi voti del popolo tedesco » fecero una tale impressione al vecchio signore che il 6 settembre egli scriveva a casa : « Se i prìncipi vogliono resistere al generale sentimento, rischiano il loro trono», e il 14 settembre la semiufficiale Corrispondenza provinciale dichiarò che era una « sciocca pretesa » il presumere che il capo della Confederazione della Germania del Nord dovesse ritenersi legato dai suoi propri impegni, formalmente e liberamente assunti.

Ma perché si vedesse che gli « unanimi voti del popolo tedesco » erano assolutamente unanimi, furono repressi con la violenza tutti i segni di opposizione. Il 5 settembre il Comitato di Brunswick aveva diramato un appello, invitando la classe operaia a manifestare pubblica­mente in favore di una pace onorevole con la repubblica francese e con­tro l'annessione dell'Alsazia-Lorena; nell'appello erano inserite letteral­mente delle parti della lettera in cui Marx aveva esposto i suoi suggeri­menti al Comitato. Ma il 9 settembre i firmatari dell'appello furono arrestati dall'autorità militare e gettati nella fortezza di Lòtzen. Qui fu portato anche Johann Jacoby, come prigioniero politico, per avere anche lui parlato, in una assemblea di Kònigsberg, contro ogni annessione violenta di territorio francese e per essersi permesso quest'espressione eretica : « Pochi giorni fa conducevamo una guerra di difesa, una sacra lotta per l'amata patria; oggi è una guerra di conquista, una lotta per il predominio della razza germanica in Europa ». Una quantità di se­questri e di divieti, di persecuzioni e arresti completarono il regime di terrore militare che doveva togliere ogni dubbio sull'unanimità dei « vo­ti del popolo tedesco ».

Lo stesso giorno in cui furono arrestati i membri del Comitato di Brunswick, il Consiglio Generale dell'Internazionale prese di nuovo la parola, per mettere in chiaro la nuova situazione, in un Secondo Indi­rizzo[1] redatto da Marx e in parte da Engels. Il Consiglio Generale po­teva far notare quanto presto si fosse avverata la sua previsione, secondo cui all'inizio della guerra era suonato il rintocco funebre del Secondo Impero, ma anche quanto presto fossero stati confermati i suoi dubbi circa la possibilità che da parte tedesca la guerra conservasse il carat­tere di guerra difensiva. La camarilla militare prussiana si era decisa per la conquista, e come liberare il re dagli impegni, da lui stesso presi, di condurre una guerra difensiva? « I direttori di scena dovevano esibirlo nella parte di colui che cede riluttante al comando irresistibile della nazione tedesca. Essi dettero immediatamente questa parola d'or­dine alla classe media tedesca liberale, coi suoi professori, coi suoi capi­talisti, coi suoi borgomastri e pennaioli. Questa classe media, che nelle sue lotte per la libertà civile dal 1846 al 1870 aveva dato un esempio inau­dito di irrisolutezza, di incapacità e di vigliaccheria, si sentì natural­mente assai lusingata di rappresentare sulla scena europea la parte di ruggente leone del patriottismo tedesco. Rivendicò la propria indipen­denza civica affettando di imporre al governo i segreti disegni di questo stesso governo. Fece ammenda della sua lunga e quasi religiosa fede nel­l'infallibilità di Luigi Bonaparte, reclamando ad alta voce lo smembra­mento della repubblica francese »[2].

L’Indirizzo esaminava poi i « singolari pretesti » che « questi corag­giosi patrioti » adducevano per l'annessione dell'Alsazia-Lorena. Essi non osavano certo sostenere che il popolo dell'Alsazia-Lorena bramasse l'am­plesso della Germania, ma il suolo di queste province, essi dicevano, aveva fatto parte in tempi remoti dell'ormai morto impero tedesco. « Se la carta dell'Europa deve essere rifatta secondo i capricci degli antiquari, non si dimentichi per nessuna ragione che il principe elettore di Brandeburgo era, per i suoi possedimenti prussiani, vassallo della repubblica polacca »[3].

Gli « astuti patrioti » avevano turbato « molta gente dalla mente de­bole » soprattutto reclamando l'Alsazia-Lorena come «garanzia mate­riale » contro un'aggressione francese. In un esame scientifico della que­stione militare (che era opera di Engels) l’Indirizzo dimostrava che la Germania non aveva affatto bisogno di questo rafforzamento dei suoi confini verso la Francia, come avevano dimostrato per l'appunto anche le esperienze della guerra in corso. « Se la campagna attuale ha dimostrato qualche cosa, ha dimostrato la facilità con la quale la Francia può essere invasa dalla Germania ». Ma infine non era un assurdo e un anacro­nismo far delle considerazioni militari il principio secondo il quale si devono stabilire i confini delle nazioni? « Se questa regola dovesse pre­valere, l'Austria avrebbe tuttora titoli sul Veneto e sulla linea del Min­cio, e la Francia sulla linea del Reno, per proteggere Parigi, la quale certamente è più esposta a un attacco da nord-est che non sia Berlino da sud-ovest. Se i confini devono essere determinati da interessi mili­tari, le pretese non avranno mai termine, perché ogni linea militare è necessariamente difettosa e può venir migliorata coll'annessione di un territorio più avanzato; e oltre a ciò non potrebbe mai essere stabilita in un modo giusto e definitivo perché verrebbe sempre imposta dal vincitore al vinto, e quindi porterebbe sempre in sé il germe di nuove guerre ».

L’Indirizzo ricordava le « garanzie materiali » che Napoleone aveva preso con il trattato di Tilsit. Eppure pochi anni dopo la sua potenza gi­gantesca si era infranta come una canna fradicia contro il popolo te­desco. «Che cosa sono la "garanzie materiali" che la Prussia può o osa, anche nei suoi sogni più audaci, imporre alla Francia, in confronto con quelle che il primo Napoleone aveva estorto alla Prussia stessa? Il risultato non sarà meno disastroso ».

Ma i campioni del patriottismo teutonico dicevano che non si do­vevano scambiare i tedeschi coi francesi; che i tedeschi non volevano la gloria, ma la sicurezza; che erano un popolo eminentemente pacifico. «Naturalmente, non furono i tedeschi che invasero la Francia nel 1792, col sublime scopo di domare a colpi di baionette la rivoluzione del secolo decimottavo! Non furono i tedeschi a macchiarsi le mani sog­giogando l'Italia, opprimendo l'Ungheria e smembrando la Polonia!

Il loro sistema militare attuale, che divide tutta la popolazione ma­schile atta alle armi in due parti — un esercito permanente in ser­vizio e un altro esercito permanente in licenza, l'uno e l'altro tenuti egualmente all'obbedienza passiva ai governanti per diritto divino — un sistema militare simile è, naturalmente, una "garanzia materiale" della pace, ed è il fine ultimo delle tendenze all'incivilimento! In Ger­mania, come dappertutto altrove, i sicofanti del potere costituito av­velenano l'opinione popolare con l'incenso di bugiardi autoelogi. Que­sti patrioti tedeschi sembrano pieni di sdegno allo spettacolo delle fortezze francesi di Metz e Strasburgo; ma non trovano niente di male nel vasto sistema di fortificazioni moscovite a Varsavia, Modlin e Ivangorod. Mentre sbarrano gli occhi ai terrori cella invasione bonapartistica, li abbassano davanti all'infamia della tutela autocratica ».

Ricollegandosi a queste affermazioni, l'Indirizzo indicava come l'an­nessione dell'Alsazia-Lorena avrebbe gettato la Francia in braccio allo zarismo. Credevano davvero i patrioti teutonici che così si sarebbero assicurate la libertà e la pace alla Germania? « Se la fortuna delle sue armi, l'arroganza del successo e l'intrigo dinastico porteranno la Ger­mania a una rapina di territorio francese, le rimarranno aperte solo due vie. O dovrà diventare, ad ogni rischio, strumento dichiarato dell'espan­sionismo russo, o; dopo una breve tregua, si dovrà preparare di nuovo a una nuova guerra "difensiva", e non a una delle guerre "localizzate" di nuovo conio, bensì a una guerra di razze, contro le razze alleate degli slavi e dei latini ».

La classe operaia tedesca aveva appoggiato risolutamente la guerra — che non aveva la possibilità di impedire — come guerra per l'in­dipendenza della Germania e per la liberazione della Germania e del­l'Europa dall’incubo pestilenziale del Secondo Impero. « Sono stati gli operai industriali tedeschi che, assieme agli operai agricoli, hanno fornito i nervi e i muscoli di eserciti eroici, lasciando dietro di sé le loro famiglie quasi prive del pane ». Decimati dalle battaglie, essi sarebbero stati decimati ancora una volta dalla miseria nelle loro case. A loro volta essi ora si facevano avanti per esigere garanzie; garanzie che i loro sacrifici immensi non fossero stati fatti invano, garanzie d'aver conquistato la libertà, e che la vittoria riportata sugli eserciti di Bona­parte non si trasformasse in una sconfitta del popolo tedesco, come nel 1815. E la prima di queste garanzie che essi esigevano era una « pace dignitosa per la Francia » e il « riconoscimento della repubblica francese ». L'Indirizzo rinviava al manifesto del Comitato di Brunswick e osservava che sventuratamente non si potevano avere molte speranze sul suo successo immediato; ma la storia avrebbe provato che gli ope­rai tedeschi non eran fatti della stessa materia malleabile di cui era fatta la classe media tedesca. Essi avrebbero compiuto il loro dovere, l’Indirizzo esaminava poi la nuova situazione dalla parte della Francia. La repubblica non aveva rovesciato il trono, ma aveva solo preso il suo posto rimasto vacante. Era stata proclamata non come conquista sociale, ma come misura nazionale di difesa. Essa era nelle mani di un governo provvisorio composto in parte di orleanisti notori, in parte di repubblicani borghesi, in alcuni dei quali l'insurrezione del 1848 aveva lasciato il suo marchio indelebile. La divisione del lavoro fra i membri di quel governo non prometteva niente di buono. Gli or­leanisti si erano impadroniti delle posizioni più forti — l'esercito e la polizia — lasciando ai repubblicani dichiarati i posti dove c'era solo da chiacchierare. Alcuni dei loro primi atti provavano abbastanza chia­ramente che essi avevano ereditato dall'Impero non solo un mucchio di rovine, ma anche la sua paura della classe operaia.

« La classe operaia francese si muove dunque in circostanze estre­mamente difficili. Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nella crisi presente, mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi, sarebbe una disperata follia. Gli operai francesi devono compiere il loro dovere di cittadini; ma nello stesso tempo non si devono lasciar sviare dalle memorie nazionali del 1792, come i contadini francesi si lasciarono in­gannare dai souvenirs nazionali del Primo Impero. Essi non devono ricapitolare il passato, ma costruire il futuro. Migliorino con calma e risolutamente tutte le possibilità offerte dalla libertà repubblicana, per lavorare alla loro organizzazione di classe. Ciò darà loro nuove forze erculee, per la rinascita della Francia e per il nostro compito comune, l'emancipazione del lavoro. Dalla loro forza e dalla loro saggezza di­pendono le sorti della repubblica ».

Questo Indirizzo ebbe viva risonanza fra gli operai francesi. Essi rinunciarono alla lotta contro il governo provvisorio e fecero il loro dovere di cittadini, soprattutto il proletariato parigino che, armato come guardia nazionale, ebbe la parte principale nella valorosa difesa delia capitale francese, e non si lasciò accecare dalle memorie nazionali del 1792, ma lavorò attivamente alla propria organizzazione di classe. Gli operai tedeschi si dimostrarono alla stessa altezza. Nonostante tutte le minacce e le persecuzioni, tanto i lassalliani che gli eisenachiani reclamarono la pace onorevole con la repubblica; quando il Reichstag della Germania del Nord tornò a riunirsi, nel dicembre, per approvare nuovi crediti di guerra, i rappresentanti parlamentari delle due fra­zioni votarono con un bel no. Liebknecht e Bebel condussero in prima linea questa lotta, con un impegno così ardente e con un coraggio così entusiastico che proprio per questo (e non, come vuole una leggenda molto diffusa, per la loro astensione del luglio) la fama di questi giorni è legata ai loro nomi. Dopo il termine dei lavori del Reichstag essi fu­rono arrestati sotto l'accusa di alto tradimento.

In quest'inverno Marx era di nuovo sovraccarico di lavoro. In agosto i medici lo avevano mandato al mare, ma là una violenta infreddatura lo aveva « stroncato », ed era tornato a Londra soltanto alla fine del mese, senza essersi per niente ristabilito. Nonostante ciò dovette oc­cuparsi di tutta la corrispondenza internazionale del Consiglio Generale, perché la maggior parte dei corrispondenti per l'estero era andata a Parigi. Scrisse a Kugelmann, il 14 settembre, lamentandosi di non an­dare a letto prima delle tre. Per il futuro poteva contare almeno sul soccorso di Engels, che proprio in questi giorni si trasferì stabilmente a Londra.

Senza dubbio Marx ormai sperava nella resistenza vittoriosa della repubblica francese contro la guerra prussiana di conquista. La situa­zione tedesca (che ormai era tale da suggerire perfino al guelfo ultra­montano Windthorst il motto pungente che se Bismarck voleva asso­lutamente fare annessioni poteva puntare sulla Caienna, che sarebbe stato l'acquisto più adatto per la sua politica), colmava Marx di grande amarezza; il 13 dicembre scrisse a Kugelmann: «Pare che in Germania non solo abbiano acchiappato il Bonaparte, i suoi generali e la sua ar­mata, ma che con lui abbiano acclimatato nel paese delle querce e dei tigli l'intero imperialismo con tutti i suoi acciacchi »[4]. In questa lettera sottolineava con evidente soddisfazione che l'opinione pubblica inglese, ultraprussiana al principio della guerra, era diventata tutto l'opposto. A parte la decisa simpatia delle masse popolari per la repubblica e altre circostanze, « il modo con cui fu condotta la guerra — il sistema delle requisizioni, l'incendio dei villaggi, la fucilazione dei franchi ti­ratori, il sistema degli ostaggi e simili reminiscenze della guerra dei trentanni — ha suscitato qui grande indignazione. Naturalmente gli inglesi hanno fatto cose del genere in India, Giamaica, ecc., ma i fran­cesi non sono né indù, né cinesi, né negri, e i prussiani non sono degli inglesi dal ciel venuti. E' un'idea degna degli Hohenzollern che un popolo commetta un delitto se continua a difendersi quando il suo esercito permanente si è sfasciato ». Questa idea aveva già fatto sof­frire il buon Federico Guglielmo III, nella guerra popolare prussiana

contro Napoleone I.

La minaccia di Bismarck di un bombardamento su Parigi era definita « solo un trucco » da Marx. « Secondo tutte le regole del calcolo delle pro­babilità, esso non può assolutamente avere alcun serio effetto sulla città di Parigi stessa.. Se venissero abbattute alcune opere avanzate, se venisse fatta una breccia, che gioverebbe tutto ciò nel caso in cui il numero degli assediati è maggiore di quello degli assedianti?... L'affamamento di Parigi è l'unico mezzo reale ». Sia detto di passaggio, è un bel quadro! Questo « senza patria », che si asteneva dal pronunciare qualsiasi giudizio personale su questioni militari, definiva « solo un trucco» il bombardamento della capitale francese, chiesto da Bismarck, per gli stessi motivi per cui tutti i più ragguardevoli generali dell'eser­cito tedesco, con la sola eccezione di Roon, lo respingevano come un « colpo da caporale », nel corso di una violenta contesa che infuriò per settimane dietro le quinte del quartier generale tedesco; mentre tutta la moltitudine dei patriottici professori e giornalisti si lasciava tra­scinare dalle comunicazioni ufficiose di Bismarck all'indignazione mo­rale contro la regina prussiana e la principessa ereditaria perché queste signore per motivi o sentimentali o antipatriottici, a quanto si diceva, impedivano ai loro succubi mariti di bombardare Parigi.

Quando Bismarck oltre tutto se ne uscì con la frase burbanzosa, che il governo francese rendeva impossibile alla stampa e ai deputati la libertà di parola, Marx illustrò questa « freddura berlinese » pubbli­cando sul Daily News del 16 gennaio 1871 una mordace descrizione del regime poliziesco che a quel tempo imperversava a Berlino. La descrizione terminava con queste parole : « La Francia — e la sua causa per buona sorte è ben lungi dall'essere disperata — combatte in questo momento non soltanto per la sua indipendenza nazionale, ma anche per la libertà della Germania e dell'Europa». In questa frase e riassunta la posizione che Marx ed Engels assunsero, dopo Sedan, di fronte alla guerra franco-tedesca.

 

 

[1] Secondo Indirizzo del Consiglio Generale sulla guerra franco-prussiana, vedi K. MarxLa guerra civile in Francia in IlPartito e l'Internazionale cit., pp. 148-156.

 

[2] Il Partito e l'Internazionale cit., p. 149.

 

[3] lbid., p. 150.

 

[4] Lettere a Kugelmann cit., p. 128.