La filosofia dell'autocoscienza

Il vero capo dei Giovani hegeliani di Berlino non era però Kòppen, ma Bruno Bauer. Fu anche riconosciuto per il vero discepolo del maestro specialmente quando con orgoglio speculativo si dichiarò contro la sveva Vita di Gesù di Strauss, da cui si ebbe una dura risposta. Il ministro del culto Altenstein tenne la sua mano protettrice su questo promettente ingegno.

Con tutto ciò Bruno Bauer non era un arrivista, e Strauss s'era sbagliato quando aveva predetto che avrebbe approdato alla « fossilizzata scolastica» del capo degli ortodossi, Hengstenberg. Anzi, nell'estate del 1839, Bauer entrò in guerra letteraria con Hengstenberg, che voleva innalzare a dio del cristianesimo il dio della vendetta e della collera del Vecchio Testamento; guerra che si mantenne ancora a dire il vero nei limiti di una disputa accademica, ma che tuttavia indusse Altenstein, indebolito dagli anni e gravemente preoccupato, a sottrarre il suo protetto agli sguardi sospettosi dell'ortodossia, tanto vendicativa quanto gelosa della sua fede. Nell'autunno del 1839 egli mandò Bruno Bauer nell'Università di Bonn, dapprima come libero docente, ma con l'intenzione di farlo assumere come professore nel termine di un anno.

Ma in questo periodo Bruno Bauer, come risulta particolarmente dalle sue lettere a Marx, stava già attraversando un'evoluzione spirituale che doveva portarlo molto più avanti di Strauss. Egli mise mano a una critica degli Evangeli che lo condusse a far piazza pulita degli ultimi frantumi che Strauss aveva ancora conservato. Bruno Bauer dimostrava che negli Evangeli non è contenuto neanche un atomo di storia, che in essi tutto è libera produzione letteraria degli evangelisti; dimostrava che la religione cristiana non è stata imposta come religione universale all'anti­co mondo greco-romano, ma era il prodotto specifico di questo mondo. Così egli si incamminava per l'unica strada sulla quale si poteva indagare scientificamente il sorgere del cristianesimo. E' già sufficientemente indi­cativo che Harnack, il teologo di corte, oggi alla moda e celebrato in tutti i salotti, che acconcia gli Evangeli nell'interesse della classe dominante, abbia cercato di condannare seccamente come « cosa miserabile » il procedere sulla via aperta da Bruno Bauer.

Quando questi pensieri cominciavano a maturare in Bruno Bauer, Karl Marx era il suo compagno inseparabile, e Bauer stesso vedeva nell'amico, di nove anni più giovane di lui, il suo più valente compagno di lotta. Egli si era appena ambientato a Bonn, quando cercò di attrarvi Marx con lettere affettuose. Un club di professori a Bonn era la più « schietta filisteria » in confronto al Doktorklub a Berlino, nel quale era stato sempre vivo un interesse spirituale; e a Bonn egli rideva anche mol­to, per quel che si dice ridere, ma non aveva più riso come a Berlino, quando andava per le strade con Marx. Marx doveva soltanto liberarsi dello « sporco esame di laurea », per il quale bastavano Aristotele, Spinoza, Leibniz e nient'altro; doveva insomma smettere di tirar per le lunghe una sciocchezza del genere, una pura e semplice farsa. Coi filosofi di Bonn sarebbe stato uno scherzo per lui; ma era improrogabile soprattutto una rivista radicale, che avrebbero dovuto pubblicare insieme. Non erano più sopportabili le baie berlinesi e la fiacca degli Hallische Jahrbùcher; per Ruge gli dispiaceva, ma perché non cacciava fuori dalla sua ri­vista tutti quei vermi?

Talvolta queste lettere hanno un tono abbastanza rivoluzionario, ma si trattava sempre di una rivoluzione filosofica, per la quale Bauer contava molto di più sull'aiuto che sulla resistenza dell'autorità statale. Aveva appena scritto a Marx, nel dicembre 1839, che la Prussia sembrava destinata a progredire soltanto grazie a una battaglia di Jena, da non combattersi necessariamente proprio su un campo di cadaveri, quando pochi mesi dopo — nel momento in cui, quasi contemporaneamente, erano morti il suo protettore Altenstein e il vecchio re — evocava la più alta idea della nostra vita statale, cioè lo spirito familiare della dinastia principesca degli Hohenzollern, che da quattro secoli aveva impegnato le sue forze migliori a sistemare i rapporti tra Stato e Chiesa. Nello stesso tem­po Bauer prometteva che la scienza non si sarebbe stancata di difendere l'idea dello Stato contro le pretese della Chiesa; lo Stato poteva bene sbagliarsi una volta, divenire sospettoso contro la scienza e prendere misure repressive, ma la ragione gli apparteneva troppo intimamente perché potesse sbagliarsi a lungo. A questo omaggio il nuovo re rispose nominando successore di Altenstein l'ortodosso reazionario Eichhorn, che si adoperava a sacrificare alle pretese della Chiesa la libertà della scienza, là dove essa era legata all'idea dello Stato, cioè la libertà accademica d'insegnamento.

L'inconsistenza politica di Bauer era molto maggiore di quella di Kòppen, che si poteva magari sbagliare sul conto di uno degli Hohenzollern che superasse il livello medio della famiglia, ma non sul conto dello « spirito familiare » di questa dinastia di sovrani. Kòppen aveva approfondito molto meno di Bauer lo studio della ideologia di Hegel. Ma non si deve trascurare il fatto che la miopia politica di quest'ultimo non era altro che la contropartita della sua perspicacia filosofica. Egli aveva scoperto negli Evangeli il sedimento spirituale dell'epoca nella quale essi erano sorti, e così, in modo non proprio ingiustificato perché muoveva da una posizione meramente ideologica, pensava che, se era già stato possibile alla religione cristiana col suo torbido fermento di filosofia greco-romana superare l'antica cultura, sarebbe riuscito tanto più facile alla libera e chiara critica della dialettica moderna scuoter via l'incubo della cultura cristiano-germanica.

Quel che gli dava questa impressionante sicurezza era la filosofia dell'autocoscienza. Sotto questo nome si erano comprese una volta quelle scuole filosofiche greche che erano sorte dalla decadenza nazionale della vita greca e che avevano contribuito in massima parte a fecondare la religione cristiana; gli scettici, gli epicurei e gli stoici. Essi non potevano misurarsi per la profondità speculativa con Platone, né per l'universalità del sapere con Aristotele, ed erano stati trattati con sufficiente disprezzo da Hegel Loro scopo comune era di rendere indipendente da ogni cosa esteriore il singolo individuo, che era stato separato per un crollo terribile da tutto ciò che fino ad allora lo aveva legato e sorretto, e di ricondurlo alla sua vita interiore, a cercare la sua felicità nella pace dello spirito, che re­siste impavido, anche se un mondo gli precipiti addosso.

Ma, così concludeva Bauer, sui frantumi di un mondo scomparso l'Io, quasi svuotato, aveva avuto orrore di se stesso come unica forza esistente; esso aveva allora alienato ed estraniato la propria autocoscienza, ponendo la propria forza universale di fronte a sé come qualcosa di estraneo, e aveva creato per il signore del mondo in Roma, che assommava in sé tutti i diritti e sulle cui labbra risiedeva il diritto di vita e di morte, un fratello ostile, ma pur sempre un fratello, nel Signore del racconto evangelico, che col proprio alito piega la resistenza della natura o abbatte i suoi nemici, e che già sulla terra si annuncia come il Signore e il Giudi­ce del mondo. Ma, tuttavia, sotto la servitù della religione cristiana l'umanità era stata educata per preparare tanto più radicalmente la libertà e per abbracciarla tanto più intimamente quando l'avesse finalmente conquistata; l'autocoscienza infinita, giunta a sé stessa, che intende sé stessa e comprende il proprio essere, avrebbe avuto il potere sulle creature della sua auto alienazione. Se si rinuncia al rivestimento filosofico del tempo, si può esprimere in maniera più semplice e comprensiva quello che avvinceva Bauer, Kòppen e Marx alla filosofia greca dell'autocoscienza. In fondo, anche in questo essi si collegavano all'illuminismo borghese. Le antiche scuole greche dell'autocoscienza non avevano davvero avuto esponenti così geniali come i più antichi filosofi della natura li avevano avuti in Democrito o in Eraclito, o i più tardi filosofi del concetto in Platone e in Aristotele, ma anche esse avevano avuto una grande importanza storica. Esse avevano aperto allo spirito umano nuove prospettive, spezzato i limiti nazionali della grecità e i limiti sociali della schiavitù nei quali Platone e Aristotele erano ancora rimasti del tutto impigliati; esse avevano fecondato in modo decisivo il cristianesimo primitivo, religione dei sofferenti e degli oppressi che, soltanto dopo esser divenuta la Chiesa sfruttatrice e oppressiva dei dominatori, passò a Platone e ad Aristotele. Per quanto Hegel avesse parlato con durezza della filosofia dell'autocoscienza, aveva però anche lui sottolineato l'importanza che la libertà interiore del soggetto aveva avuto nella perfetta infelicità dell'Impero romano, quando ogni nobiltà e bellezza dell'individualità spirituale era stata cancellata da rozza mano. E così, anche l'Illuminismo borghese del secolo decimottavo aveva mobilitato le filosofie greche dell'autocoscienza, il dubbio degli scettici, l'odio degli epicurei contro la religione, l'atteggiamento repubblicano degli stoici.

Kòppen toccava gli stessi motivi, quando nel suo scritto sul re Fede­rico, il suo eroe dell'Illuminismo, diceva : « Epicureismo, stoicismo e scetticismo, sono i nervi e i muscoli e le interiora dell'organismo antico, la cui unità immediata e naturale condizionava la bellezza e la moralità dell'antichità, e che si disgregarono al suo morire. Federico li ha accolti in sé e realizzati tutti e tre con forza meravigliosa. Essi sono divenuti caratteristiche essenziali della sua concezione del mondo, del suo carattere, della sua vita ». Marx riconobbe il « profondo significato » almeno di quello che Kòppen diceva in queste frasi sul rapporto dei tre sistemi con la vita greca.

Quanto a lui, egli affrontò il problema, che non lo occupò meno dei suoi amici più anziani, in modo diverso. Egli non cercò di riconoscere la « autocoscienza umana come divinità suprema » accanto a cui non poteva esserci nessuno, né nello specchio deformante della religione, né nelle divagazioni filosofiche di un despota, ma risali alle fonti storiche di questa filosofia, i cui sistemi erano anche per lui le chiavi per la vera storia dello spirito greco.