La dissertazione di laurea

Bruno Bauer, quando, nell'autunno del 1839, stimolava Marx a liberarsi una buona volta dello « sporco esame di laurea », aveva un certo motivo di essere impaziente, in quanto Marx aveva dietro di sé ormai otto semestri. Ma tuttavia non supponeva in Marx una paura dell'esame nel vero senso della parola, altrimenti non lo avrebbe ritenuto capace di mandare a gambe all'aria al primo urto i professori di filosofia di Bonn.

Era nello stile di Marx, e lo è rimasto fino alla fine della sua vita, che la insaziabile brama di sapere lo costringesse ad affrontare rapidamente i problemi più difficili, e che d'altra parte l'inesorabile autocritica gli impedisse di venirne altrettanto rapidamente a capo. Dato il suo modo di lavorare, si sarà buttato a capofitto nella filosofia greca, ma lo studio anche soltanto di quei tre sistemi dell'autocoscienza non era cosa da potersi sbrigare in un paio di semestri. In cambio, Bruno Bauer, che confezionava i suoi lavori con non comune rapidità, anche troppa perché durassero, poteva comprendere poco, molto meno di quanto non lo potrà poi Friedrich Engels — che pure qualche volta si mostrò impaziente — che Marx non riuscisse a trovare né un limite né una meta alla sua autocritica.

Lo « sporco esame di laurea » del resto aveva le sue difficoltà anche senza di ciò, se non per Bauer, certo per Marx. Quando ancora era vivo suo padre, egli si era deciso per la carriera accademica, senza però che la scelta di una professione pratica fosse per questo del tutto esclusa dalla sua visuale. Ma ora, con la morte di Altenstein, cominciava a scomparire il lato più attraente del « mestiere di professore », quello che poteva principalmente aiutare a superarne i molteplici lati oscuri: cioè la relativa libertà consentita al filosofare dalle cattedre dell'Università. Quanto poco si potesse del resto combinare con le parrucche ademiche, Bauer non sapeva descrivere da Bonn con sufficiente vivezza.

Ben presto Bauer stesso doveva fare la prima esperienza di come per un professore prussiano non ci fosse più molto da fare con la ricerca scientifica. Dopo la morte di Altenstein, nel maggio del 1840, per alcuni mesi fu al ministero del culto il direttore generale Ladenberg, che aveva sufficiente rispetto per la memoria del suo antico superiore per adempirne le promesse e cercare di fare entrare in ruolo Bauer a Bonn, Ma appena fu nominato ministro del culto Eichhorn, la facoltà di teologia di Bonn respinse la nomina di Bauer a professore col pretesto che egli avrebbe turbato la sua unità, in realtà con quell'eroismo che il professore tedesco ritrova sempre ogni volta che può esser sicuro del segreto consenso dei suoi alti superiori.

Bauer apprese la decisione proprio quando stava per ritornare a Bonn dalle vacanze autunnali che aveva trascorso a Berlino. E allora nel circolo dei suoi amici si discusse se non esistesse già una frattura insanabile tra la tendenza religiosa e quella scientifica, se un seguace di questa tendenza potesse ancora metter d'accordo con la sua coscienza l'appartenenza a una facoltà teologica. Ma Bauer stesso insisté nella sua ottimistica concezione della natura dello Stato prussiano, e respinse an­che la proposta ufficiosa di dedicarsi alla produzione scientifica, per la quale avrebbe goduto di un aiuto statale. Tornò, pieno di ardore battagliero, a Bonn dove sperava di provocare la crisi in una forma so­stanziale, insieme a Marx, che avrebbe dovuto presto raggiungerlo.

Essi tenevano ancora al progetto di una rivista radicale che volevano pubblicare insieme, ma quanto alla carriera accademica di Marx nel­l'Università renana, le cose si mettevano molto male. Come amico e collaboratore di Bauer egli doveva contare sulla più ostile accoglienza da parte della cricca dei professori di Bonn, e nulla era più lontano dalle sue intenzioni che mettersi ad adulare Eichhorn o Ladenberg, come gli consigliava Bauer, nella previsione assolutamente verosimile che poi a Bonn sarebbe stato « tutto caduco ». In cose del genere Marx è sempre stato di una rigidezza estrema. Ma, anche se fosse stato incline a incamminarsi per questo lubrico sentiero, era sempre da prevedere con certezza che ci sarebbe scivolato sopra. Infatti Eichhorn non aspettò molto a mostrare come la pensasse. Per finire di demolire la schiera, già indebolita dalla vecchiaia, degli arrugginiti Vecchi hegeliani, egli chiamò all'Università di Berlino il vecchio Schelling, che era divenuto un credente nella rivelazione, e prese provvedimenti contro gli studenti di Halle, che in un rispettoso ricorso al re, in qualità di loro rettore, avevano chiesto la nomina di Strauss a Halle.

Con tali prospettive, Marx, date le sue concezioni da Giovane hegeliano, rinunciò totalmente a prendere una laurea prussiana. Se però non gli sorrideva l'idea di farsi maltrattare dai volenterosi aiutanti di un Eichhorn, non per questo si ritirò dalla lotta. Anzi! Egli decise di guadagnarsi il cappello di dottore in una piccola università, di pubblicare nello stesso tempo la sua dissertazione, come prova delle sue capacità e del suo impegno con una ardita prefazione di sfida, e di sta­bilirsi poi a Bonn, per pubblicare con Bauer la progettata rivista. Né l'Università gli era del tutto sbarrata; secondo gli statuti universitari nella sua qualità di Doctor ppromotus egli avrebbe dovuto soltanto adempiere alcune formalità per essere ammesso come libero docente in una università « straniera ».

Marx eseguì questo progetto; il 15 aprile 1841, in sua assenza, gli fu conferito a Jena il titolo di dottore, per il suo lavoro Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro. Era un'anticipazione di un'opera maggiore nella quale Marx voleva studiare l'intero ciclo della filosofia epicurea, stoica e scettica nei suoi rapporti con tutta la speculazione greca. Inizialmente questo rapporto doveva essere sviluppato soltanto con un esempio, e soltanto in relazione alla specula­zione più antica.

Tra i più antichi filosofi greci della natura, Democrito aveva sviluppato più conseguentemente il materialismo. Nulla nasce dal nulla; nulla di quello che è può essere annullato. Ogni variazione è soltanto unione e separazione di parti. Nulla accade a caso, ma tutto per un motivo e di necessità. Nulla esiste, se non gli atomi e lo spazio vuoto; tutto il resto è opinione. Gli atomi sono infiniti di numero e hanno una infinità diversa di forme. In eterno moto di caduta attraverso lo spazio infinito, i più grossi, che cadono più rapidamente, si urtano coi più piccoli; il moto laterale che ne risulta, e il vortice, sono l'inizio della for­mazione del mondo. Infiniti mondi si formano e scompaiono di nuovo l'uno accanto all'altro e l'uno dopo l'altro.

Ora, Epicuro aveva accettato questa concezione della natura di Democrito, ma con certi mutamenti. Il più decisivo di questi mutamenti consisteva nella cosiddetta «declinazione degli atomi »; Epicuro sosteneva che gli atomi, nella loro caduta, «declinano», cioè non cadono perpendicolarmente, ma deviano un po' dalla linea retta. Egli fu molto deriso, per questa assurdità fisica, da Cicerone e Plutarco fino a Leibniz e Kant, come un ripetitore di Democrito, che aveva saputo soltanto peggiorare il proprio modello. Ma ci fu anche un'altra corrente, che riconosceva nella filosofia di Epicuro il più compiuto sistema mate­rialistico dell'antichità, grazie alla circostanza che essa ci è stata traman­data nel poema didascalico di Lucrezio, mentre della filosofia di De­mocrito soltanto pochi frammenti si sono salvati dalla tempesta dei secoli. Lo stesso Kant, che liquidò la declinazione degli atomi come una « sfrontata » invenzione, vedeva ugualmente in Epicuro il più eminente filosofo del senso, in contrasto con Platone, il più eminente filosofo dell'intelletto.

Ora, Marx non contestò in nessun modo l'irrazionalità fisica di Epicuro; egli ammise la sua « illimitata avventatezza nella spiegazione dei fenomeni fisici » ; spiegò che per Epicuro la percezione sensibile' era stata l'unica prova della verità; il sole lo riteneva largo due piedi, perché pareva largo due piedi. Ma Marx non si accontentò di liquidare con un qualche epiteto queste evidenti pazzie; piuttosto, cercò la ragione filosofica in questa irrazionalità fisica. Egli procedette conforme­mente alla bella osservazione da lui scritta in una nota del lavoro in onore del suo maestro Hegel, e cioè che la scuola di un filosofo che ha fatto ricorso a un accomodamento, non deve incolpare il maestro, ma chiarire l'accomodamento con l'insufficienza del principio dal quale esso aveva radice, e così doveva trasformare in un progresso della scienza quello che appariva progresso della coscienza.

Quello che per Democrito era il fine, per Epicuro era soltanto il mezzo in vista del fine. Per lui non si trattava della conoscenza della natura, ma di una concezione della natura, che potesse convalidare il suo sistema. Se la filosofia dell'autocoscienza, così come l'antichità la conobbe, si era divisa in tre scuole, per Hegel gli epicurei rappresentavano una coscienza astratta-individuale e gli stoici la coscienza astratta-universale, gli uni e gli altri in quanto dogmatismi unilaterali, ai quali a causa di questa unilateralità, si era subito contrapposto lo scetticismo. Anche, come espresse lo stesso rapporto uno storico più recente della filosofia greca, nello stoicismo e nell'epicureismo si contrapponevano inconciliabilmente con pari pretese i lati individuali e universali dello spirito soggettivo, l'isolamento atomistico dell'individuo e la sua sommissione al tutto, mentre nello scetticismo questa contrapposizione si risolveva nella neutralità.

Nonostante il loro fine comune, epicurei e stoici furono portati molto lontani gli uni dagli altri per la diversità dei loro punti di partenza. La sommissione al tutto rendeva gli stoici in filosofia dei deterministi per i quali andava da sé la necessità di ogni accadere, e in politica dei repubblicani decisi, mentre sul terreno religioso non riuscirono a liberarsi da un misticismo superstizioso e non libero. Essi si rifacevano a Eraclito, per il quale la sommissione al tutto aveva assunto la forma della più rigida autocoscienza, e col quale essi del resto procedevano tanto disinvoltamente quanto gli epicurei con Democrito. Al contrario, il principio dell'individuo isolato rendeva gli epicurei in filosofia degli indeterministi, degli assertori della libertà del volere per ogni singolo individuo, e in politica delle vittime rassegnate — il detto biblico “siate soggetti all'autorità che ha potere su di voi”, è un'eredità di Epicuro — mentre li liberava da tutti gli impacci della religione.

Ora, in una serie di sottili ricerche, Marx mostrò come si spiegava la «differenza fra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro». Per Democrito si trattava soltanto dell'esistenza materiale dell'atomo, mentre Epicuro aveva messo in luce accanto ad essa il concetto dell'atomo, accanto alla sua materia anche la sua forma, accanto alla sua esistenza anche la sua essenza; egli aveva scorto nell'atomo non soltanto il fondamento materiale del mondo dei fenomeni, ma anche il simbolo dell'individuo isolato, il principio formale dell'autocoscienza astratta-individuale. Se Democrito dalla caduta perpendicolare degli atomi arguiva la necessità di ogni accadere, Epicuro li faceva deviare un po' dalla linea retta, perché — come dice nel suo poema didascalico Lucrezio, il più elevato divulgatore della filosofia di Epicuro -— dove sarebbe rimasta altrimenti la libera volontà, la volontà dell'essere vivente sottratta al fato? Questa contraddizione tra l'atomo in quanto fenomeno e in quanto essenza si trascina attraverso tutta la filosofia di Epicuro e la spinge a quella infinitamente arbitraria spiegazione dei fenomeni fisici, che fu derisa già nei tempi antichi. Soltanto nei corpi celesti si risolvono tutte le contraddizioni della filosofia della natura di Epicuro, ma nella loro esistenza universale ed eterna vien meno anche il principio dell'auto­coscienza astratta-individuale. Così esso respinge lontano da sé ogni travestimento materiale, ed Epicuro, « il più grande illuminista greco », come lo chiama Marx, lotta contro la religione, che col suo sguardo minaccioso atterrisce dall'alto dei cieli i mortali.

Nel suo primo scritto Marx si rivelava già uno spirito creatore, anche quando, anzi proprio quando si dovrebbero muovere obiezioni ai particolari del suo commento a Epicuro. Contro di esso infatti si potrebbe muovere soltanto l'appunto che Marx ha approfondito il principio di Epicuro e ne ha dedotto delle conclusioni più chiare di quanto non abbia fatto Epicuro stesso. Hegel aveva definito la filosofia di Epicuro come l'assenza di pensiero nel principio, e sicuramente il suo fondatore, che, in quanto autodidatta, riponeva sempre grande importanza nel linguaggio usuale di tutti i giorni, non la fondò sulle espressioni speculative della filosofia hegeliana, con le quali Marx la spiegava. E la prova di maturità che l'allievo di Hegel ha superato con questa sua trattazione; con mano sicura egli domina il metodo dialettico, e il linguaggio annuncia quella forza vigorosa che, nonostante tutto, era stata propria al maestro Hegel, ma che era andata perduta da parecchio per il seguito dei suoi discepoli.

Tuttavia, in questo suo scritto, Marx resta del tutto sul terreno idealistico della filosofia hegeliana. Quello che sorprende al primo sguardo il lettore odierno è il suo giudizio sfavorevole su Democrito. Di lui si dice che ha solo affacciato un'ipotesi la quale è il risultato dell'esperienza e non il suo energico principio, e perciò resta senza attuazione tanto quanto la concreta indagine della natura non viene ulteriormente determinata da essa. In contrasto con Democrito, si celebra di Epicuro il fatto che egli ha creato la scienza dell'atomistica, nonostante il suo arbitrio nella spiegazione dei fenomeni naturali e nonostante la sua coscienza astratta-individuale, che, come lo stesso Marx ammette, elimina ogni scienza vera ed effettiva, in quanto non domina la singolarità nella natura delle cose.

Oggi non occorre neppure mettersi a dimostrare che, se esiste una scienza degli atomi, se la dottrina dei corpi elementari e del sorgere di tutti i fenomeni per il loro movimento è diventata la base della moderna indagine scientifica, se le leggi dell'acustica, dell'ottica, del calore, dei mutamenti chimici e fisici sono state spiegate grazie ad essa, il pioniere ne è stato Democrito, e non Epicuro. Soltanto, per il Marx di allora la filosofia o, più esattamente, la filosofia del concetto coincideva ancora a tal punto con la scienza, che egli poteva pervenire a una concezione che noi oggi potremmo appena comprendere se in essa non si fosse anche rivelata l'essenza stessa del suo essere.

Vivere era per lui sempre lavorare, e lavorare era per lui sempre lottare. Quello che lo allontanava da Democrito era la mancanza di un « principio energico », era, come egli si espresse in seguito, « il difetto fondamentale di ogni materialismo passato », il fatto che l'oggetto, la realtà, il senso veniva concepito soltanto sotto forma di oggetto o di intuizione, non soggettivamente, non come prassi, non come attività umana sensibile. Quello che in Epicuro lo attirava era l'« energico principio» con cui questo filosofo si levava contro il grave fardello della religione e osava contrastarla, “Non atterrito dai fulmini, né da mormorio di dei, o dal cupo brontolio del cielo....”. Nella prefazione con la quale Marx pensava di pubblicare la sua Dissertazione e di dedicarla al suocero, erompe prepotente un'indomabile volontà di lotta. «La filosofia, finché una goccia di sangue pulsa nel suo cuore dominatore del mondo e assolutamente libero, griderà sempre agli avversari, con Epicuro: ateo non è colui che disprezza gli dei della massa, ma chi aderisce alle opinioni della massa sugli dei ». La filosofia non cela la professione di fede di Prometeo: A dirla franca, nutro odio contro tutti gli dei”. Ma a quelli che si lamentano della posizione borghese apparentemente peggiorata, essa risponde quello che Prometeo rispondeva a Hermes senatore degli dei:  “Non cambierei mai la mia sorte infelice, siine ben certo, con la tua vita di schiavo”. Prometeo è il santo ed il martire più alto del calendario filosofico: così Marx concludeva questa fiera prefazione, che spaventò perfino il suo amico Bauer. Quello che sembrava a costui « una temerità superflua», era invece soltanto una semplice professione di fede dell'uomo che doveva diventare un nuovo Prometeo, nella lotta come nel dolore.