Il primo anno a Berlino

Ancor prima che Karl Marx si fidanzasse, suo padre aveva deciso che avrebbe proseguito gli studi a Berlino; la dichiarazione, tuttora conservataci, con la quale Heinrich Marx non solo dà il benestare, ma anzi dichiara esser sua volontà che il figlio Karl frequenti per il trimestre seguente l'Università di Berlino per proseguirvi gli studi di scienze giuridiche e amministrative, porta la data del 1° luglio 1836.

E' verosimile che il fidanzamento stesso abbia piuttosto rafforzato che indebolito questa decisione del padre; la sua natura riflessiva, mi­rando lontano, può avergli fatto considerare consigliabile per il momento una lunga separazione dei due innamorati. E d'altronde può anche darsi che nella scelta di Berlino egli sia stato spinto dal suo patriottismo prussiano, e anche dal fatto che l'Università di Berlino non conosceva quegli antichi fasti studenteschi dei quali, a giudizio del provvido vecchio, Karl Marx aveva goduto a sufficienza a Bonn; «le altre Università non sono altro che birrerie in confronto a questa casa di lavoro », diceva Ludwig Feuerbach.

Comunque, non è stato il giovane studente a decidersi da sé per Berlino. Karl Marx amava il suo paese e la capitale prussiana gli è stata antipatica per tutta la vita. Tanto meno la filosofia di Hegel, dominatrice incontrastata all'Università di Berlino dopo la morte ancor più che durante la vita del suo fondatore, poteva averlo attratto poiché gli era del tutto sconosciuta. A ciò si aggiungeva la grande lontananza dall'amata. Egli aveva, sì, promesso di contentarsi per il futuro dell'assenso di lei, e di rinunciare per il presente a tutte le manifestazioni esteriori dell'amore. Ma anche tra persone come loro questi giuramenti da innamorati hanno il singolare privilegio di esser scritti sull'acqua; più tardi Karl Marx racconterà ai suoi figli, di essere stato allora, nell'amore per la loro madre, un vero Orlando furioso, e così il suo giovane e ar­dente cuore non ebbe pace finché non gli fu permesso di scambiare delle lettere con la fidanzata.

Soltanto, egli ricevette la prima lettera di lei quando si trovava a Berlino già da un anno, e su quest'anno noi siamo per un certo aspetto informati più esattamente che su qualsiasi altro degli anni della sua gioventù o della sua vecchiaia: e ciò grazie a una lettera che egli scrisse ai suoi genitori il 30 novembre 1837 per fornir loro, « alla fine di un anno trascorso qui, uno sguardo sulla situazione di esso». Questo notevole documento ci mostra già nel giovane l'uomo intero, che lotta per la verità fino al completo esaurimento delle sue energie fisiche e spirituali: la sua insaziabile sete di sapere, la sua inesauribile capacità di lavoro, la sua spietata autocritica e quello spirito di lotta che, quando pareva averli del tutto vinti, in realtà aveva soltanto soffocato i battiti del cuore.

Karl Marx si immatricolò il 22 ottobre 1836. Delle lezioni accademiche non si curò troppo; in nove semestri non seguì più di dodici corsi, soprattutto corsi obbligatori di diritto, e anche di questi presumibilmente ha ascoltato poche lezioni. Degli insegnanti ordinari dell'Università, soltanto Eduard Gans ha esercitato un qualche influsso sulla sua evoluzione spirituale. Di Gans seguì le lezioni di diritto penale e di diritto civile prussiano, e lo stesso Gans attestò «l'eccellente dili­genza» con cui Karl Marx seguì i due corsi. A questo proposito ha un valore di prova maggiore di tali attestati, che di solito si danno con molta indulgenza, la polemica spietata condotta da Marx nei suoi primi scritti contro la scuola storica del diritto, contro la cui angustia e ottusità, contro la cui dannosa influenza sulla legislazione e sullo sviluppo del diritto aveva già levato la sua voce eloquente il Gans, giurista ricco di cultura filosofica.

Tuttavia, per sua stessa ammissione, Marx si occupò dello studio regolare della giurisprudenza soltanto come di una disciplina secondaria dopo la storia e la filosofia, e in queste due materie non si preoccupò minimamente delle lezioni, ma si iscrisse soltanto al normale corso obbligatorio di logica, con Gabler, successore ufficiale di Hegel, ma il più mediocre tra i suoi mediocri ripetitori. Abituato a pensare con la sua testa, già all'Università Marx lavorava in maniera indipendente, e in due semestri si impadronì di tante cognizioni quante venti semestri non sarebbero bastati a elaborare col lento imbottimento delle lezioni accademiche.

Dopo il suo arrivo a Berlino, fu « il nuovo mondo dell'amore » a rivendicare per primo i propri diritti. « Ebbro di nostalgia e vuoto di speme », esso si riversò in tre quaderni di poesie, tutti dedicati « alla mia cara, eternamente amata Jenny von Westphalen ». Tra le cui mani si trovarono nel dicembre 1836, salutati, come gli annunciava a Berlino la sorella Sophie, « con lacrime di voluttà e di dolore ». Il poeta stesso, un anno più tardi, nella lunga lettera ai genitori, giudicava con molto poco riguardo questi parti della sua musa. « Sentimento espresso con prolissità e senza forma, nulla di naturale, tutto campato in aria, con­trasto assoluto tra quello che è e quello che dev'essere, riflessioni retoriche invece di un pensiero poetico » : tutto questo elenco di peccati era il giovane poeta stesso a formularlo, e anche se poteva far valere come circostanza attenuante « magari un certo calore di sentimento e e un certo tentativo d'estro», però queste qualità più lodevoli colpivano nel segno forse soltanto nel senso e nei limiti dei Canti a Laura di Schiller.

In generale le sue poesie giovanili hanno un tono romantico di maniera, in mezzo al quale raramente risuona una voce schietta. Inoltre la tecnica del verso è impacciata e rigida in un modo in verità non più am­missibile dopo che Heine e Platen avevano fatto sentire il loro canto. Le capacità artistiche che Marx possedeva in notevole misura, e che rivelò per l'appunto anche nelle sue opere scientifiche, cominciarono a svilupparsi attraverso così strani errori. Come nell'espressività del suo linguaggio egli si avvicinò ai primi maestri della letteratura tedesca, così attribuiva grande valore all'equilibrio estetico dei suoi scritti, diversamente da quegli spiriti meschini per i quali la noia più pesante costituisce il titolo fondamentale del lavoro erudito. Ma tra le molteplici doti che le muse gli avevano posto nella culla, non si trovava la dote dell'eloquio poetico.

Tutt'al più, come scriveva ai suoi genitori nella lunga lettera del 10 novembre 1837, la poesia poteva essere soltanto un accompagnamento; lui doveva studiare giurisprudenza e sentiva soprattutto l'impulso a cimentarsi con la filosofia. Aveva studiato a fondo Heineccius, Thibaut e le fonti, tradotto in tedesco i due primi libri delle Pandette e cercato di fondare una filosofia del diritto sul terreno del diritto. Questa' « opus infelice» egli scriveva di averlo portato avanti fino alla trecentesima pagina, se pur non si tratta di un lapsus calami. Alla fine si accorse della « erroneità dell'insieme » e si gettò tra le braccia della filosofia, per progettare un nuovo sistema metafisico, al cui termine però fu di nuovo costretto a prender atto della assurdità di tutti gli sforzi compiuti. A parte ciò, aveva l'abitudine di farsi estratti da tutti i libri che leggeva, come dal Laocoonte di Lessing, alla Storia dell'arte del Wicckelman, dalla Storia tedesca di Luden; e di scribacchiarvi accanto delle riflessioni. Contemporaneamente traduceva la Germania di Tacito e i Tristia di Ovidio, e cominciò a studiare per conto proprio, cioè sulle grammatiche, l'inglese e l'italiano, senza arrivare per il momento a nessun risultato concreto; leggeva il Diritto penale di Klein e i suoi Annali e tutte le novità letterarie, quest'ultime soltanto di sfuggita. La chiusura del semestre fu però costituita di nuovo da « danze di muse e musica di satiri », ma d'improvviso il regno della vera poesia gli apparve lontano come un palazzo incantato, e tutte le sue creature svanirono nel nulla.

E infine il risultato di questo primo semestre era stato che egli « aveva vegliato molte notti, affrontato molte lotte, subito molte agitazioni interne ed esterne », ma senza ottenere molto, e che natura, arte, il mondo stesso erano stati trascurati e gli amici tenuti lontani. Inoltre il fisico d'adolescente risentì dello sforzo eccessivo, e per consiglio del medico Marx si trasferì a Stralau, che allora era ancora un tranquillo villaggio di pescatori. Qui egli si riprese subito, e così ricominciò l'atti­vità intellettuale. Anche nel secondo semestre affrontò lo studio dei più vari argomenti, ma la filosofia di Hegel si mostrò sempre più chiaramente come il polo immobile nel flusso dei fenomeni. Quando Marx la conobbe per la prima volta in maniera frammentaria, la sua « grottesca musica rupestre » non riuscì a piacergli, ma durante una nuova malattia la studiò da capo a fondo, e capitò inoltre in un « Doktorklub » di Giovani hegeliani, dove, nelle continue discussioni, si legò sempre più saldamente « alla attuale filosofia del mondo » a dire il vero non senza che ogni voce in lui si ammutolisse e lo assalisse « una vera smania di ironia dopo tutte quelle negazioni ».

Karl Marx rivelava tutto ciò ai suoi genitori e chiudeva con la preghiera di lasciarlo tornare a casa subito, e non soltanto per la Pasqua dell'anno seguente come il padre gli aveva già consentito. Voleva discutere col padre sulle « condizioni del suo spirito così disperso e disorientato »; soltanto nella « cara vicinanza » dei genitori avrebbe potuto acquietare questi « agitati fantasmi ».

Quanto questa lettera è oggi preziosa per noi come specchio nel quale contempliamo l'immagine vivente del giovane Marx, tanto male fu accolta nella casa paterna. Il padre, già malandato, si vide davanti il «demone » che aveva sempre temuto nel figlio, che temeva doppiamente da quando amava « una certa persona » come una figlia sua propria, da quando una famiglia molto degna era stata sollecitata ad approvare una relazione che, stando alle apparenze e coi tempi che correvano, era piena di pericoli e cupe prospettive per questa cara fanciulla. Egli non era stato mai così ostinato da prescrivere al figlio il cammino da percorrere a meno che ciò servisse soltanto a far rispettare dei « sacri impegni » ; ma quello che ora si vedeva davanti era un mare tempestoso senza nessun ancoraggio sicuro.

Così, nonostante la sua « debolezza », di cui era ben consapevole, si decise ad essere « duro almeno per una volta », e nella sua risposta del 1° dicembre fu « duro » alla sua maniera, ingrandendo esageratamente le cose e intercalando dolorosi sospiri. Chiedeva in che modo il figlio avesse compiuto il suo dovere, e rispondeva lui stesso : « Lo giu­dichi Iddio! Disordine assoluto, balordo vagabondaggio in tutti i campi del sapere, balorde sgobbate al fioco lume della lucerna; abbrutimento nello studio in veste da camera e coi capelli arruffati, invece che abbrutimento nel bere in una birreria; repellente mancanza di socievolezza e di ogni decoro e perfino di ogni riguardo verso tuo padre; l'arte di frequentare il mondo limitata alla sporca stanza, dove forse le lettere d'amore di una Jenny e le amichevoli esortazioni paterne, scritte magari tra le lacrime, vengono adoperate per accender la pipa, il che del resto è sempre meglio che vederle capitare, grazie a un disordine anche più irresponsabile, in mano di terzi ». Poi il dolore lo sopraffa e, per restare spietato, egli si fa forza con le pillole che il medico gli ha ordinato. Biasima severamente Karl per i suoi sprechi incontrollati. « Come se fossimo pieni d'oro, il signor figlio consuma in un anno quasi 700 talleri, contro ogni accordo, contro ogni usanza, mentre i più ricchi non ne spendono 500 ». Certo Karl non è un crapulone né un dissipatore, ma chi ogni settimana o al massimo ogni due settimane è costretto a trovare nuovi sistemi e disfare gli antichi, come può occuparsi di tali piccolezze? Tutti attingono alla sua tasca, e tutti lo ingannano.

Dopo aver proseguito un pezzo in questa maniera, alla fine il padre rifiutò inesorabilmente la visita di Karl. «Venire qui in questo momento sarebbe una sciocchezza. Certo io so che tu fai poco conto delle lezioni — e magari paghi —, ma io voglio almeno salvare il decoro. Io non sono certamente schiavo di quel che dice la gente, ma non mi piace neppure che si chiacchieri sul mio conto». Karl sarebbe potuto venire per le vacanze di Pasqua, o anche dieci giorni prima, dato che il padre non voleva essere così pittima.

Tra tutte le sue lamentele risuonava il rimprovero che il figlio non aveva cuore, e poiché questo rimprovero è stato tante e tante volte mosso a Karl Marx, è bene, qui che esso risuona per la prima volta e forse con più ragione che altrove, dire subito quel poco che se ne può dire. Con la frase sul « diritto di godere la vita », trovata da una civiltà rammollita per giustificare un vile egoismo, naturalmente non si spiega nulla; né molto di più si spiega con la frase più antica sui « diritti del genio », il quale potrebbe permettersi più che i comuni mortali. In Karl Marx, piuttosto, la lotta indefessa per acquistare piena coscienza delle cose scaturiva dal sentimento più profondo del cuore; egli non era, secondo una rude espressione da lui stesso usata una volta, abbastanza bue da voltare le spalle ai « dolori dell'umanità », o, per dirla con le parole con cui Hutten aveva già espresso questo pensiero, Dio lo aveva condannato a sentir più male e a esser colpito più profon­damente degli altri per un dolore comune. Nessun altro mai ha fatto Canto quanto Karl Marx per estirpare le radici dei « dolori dell'umanità ». Quando la nave della sua vita navigava in alto mare, tra venti e tem­peste e sotto il sibilare dei proiettili nemici, la sua bandiera ha continuato a sventolare sull'albero maestro, ma a bordo la vita non era comoda né per il comandante né per l'equipaggio.

Non perciò Marx era privo di sentimento per i suoi. Il suo animo di lottatore poteva sì far tacere i sentimenti del cuore, ma non soffocarli, e spesso, già avanti negli anni, egli si dolse amaramente, che quelli che gli erano più vicini dovessero soffrire della dura sorte della sua vita più di lui stesso. Anche da giovane studente non era sordo alle grida di allarme del padre; rinunciò non solo a tornare subito a Treviri, ma al viaggio per Pasqua, con dispiacere della madre, ma con grande soddisfazione del padre, la cui collera cominciò a calmarsi rapidamente. Questi seguitò, è vero, con le sue lagnanze, ma lasciò andare le esagerazioni; nell'arte del ragionamento astratto non poteva del resto tener testa a Karl, e in quanto a studiare anche la terminologia, era troppo vecchio per poter sia pure affacciarsi nel suo santuario. In un punto tutto il trascendente non serviva a nulla, e il figlio osservò saggiamente un dignitoso silenzio. Ma il padre voleva deporre le armi per stanchezza, e la parola aveva un senso più serio di quel che sembrava a giudicare dal sottile umorismo che tornava a giocare tra le righe di questa lettera. Essa porta ti data del 10 febbraio 1838, quando Heinrich Marx si era appena alzato dopo una malattia che lo aveva tenuto a letto per cinque settimane. Non era una guarigione definitiva; la malattia, a quanto pare al fegato, ricomparve e si aggravò, fino a che, proprio tre mesi dopo, il 10       maggio 1838, sopravvenne la morte. E giunse a tempo opportuno per risparmiare al suo cuore paterno le delusioni di fronte alle quali esso si sarebbe spezzato un poco alla volta.

Ma Karl Marx ha sempre riconosciuto con gratitudine quel che suo padre era stato per lui. Come il padre lo aveva portato nell'intimo del cuore, così lui portò nel cuore l'immagine paterna, fin nella tomba.