Il Landtag renano

Marx si accinse a illustrare in una serie di cinque lunghe trattazioni le discussioni del Landtag provinciale renano, che proprio un anno prima aveva tenuto le sue riunioni per nove settimane a Dusseldorf. I parlamenti provinciali erano delle impotenti assemblee solo apparentemente rappresentative, con la cui istituzione la corona prussiana aveva cercato di nascondere la violazione delle promesse di concedere una costituzione, da essa fatte nel 1815; essi si riunivano a porte chiuse e potevano metter bocca al massimo in piccole questioni locali. Da quando, nel 1837, erano scoppiati i torbidi con la chiesa cattolica a Colonia e i Posen, essi non furono nemmeno più convocati; dai parlamenti provinciali della Renania e della Posnania ci si poteva attendere prevalentemente un'opposizione, anche se soltanto di tendenza ultramontana.

Questi degni corpi rappresentativi erano sufficientemente protetti dal pericolo di prendere una tendenza liberale, dal fatto che condizione indispensabile per appartenervi era la proprietà, e, più esattamente, la proprietà fondiaria di origine feudale doveva fornire la metà di tutti i membri, quella cittadina un terzo, e quella contadina un sesto. Questo edificante principio non si potè realizzare in tutta la sua bellezza in tutte le province, e soprattutto nelle province renane, recentemente annesse, dovettero fare delle concessioni allo spirito moderno; tuttavia restava sempre il fatto che la proprietà di origine feudale possedeva più di un n i/o di tutti i voti, di modo che, siccome le decisioni dovevano esser prese con due terzi di maggioranza, non si poteva fare nulla contro la sua volontà. Inoltre alla proprietà fondiaria cittadina era imposta li limitazione, che, per dar diritto all'eleggibilità, essa doveva essere stata dieci anni nelle stesse mani, e per giunta il governo poteva respingete l'elezione di qualsiasi funzionario cittadino.

Questi parlamenti provinciali erano universalmente disprezzati, ma tuttavia Federico Guglielmo IV li aveva riconvocati per il 1841, dopo l'entrata in carica del suo governo. Egli aveva addirittura un po' esteso i loro diritti, anche se soltanto con lo scopo di far vedere bianco invece che nero ai creditori dello Stato, coi quali la corona si era impegnata nel 1820 a contrarre nuovi prestiti soltanto con l'approvazione e la garanzia della futura assemblea rappresentativa. In un suo famoso opuscolo Johann Jacoby sollecitava i parlamenti provinciali a esigere come un loro diritto il mantenimento delle promesse regie di una costituzione; ma era come se parlasse ai sordi.

Anche il Landtag renano fallì e proprio anche nelle questioni di politica ecclesiastica, a proposito delle quali il governo lo aveva temuto di più. Esso respinse con due terzi di maggioranza la proposta, ugualmente comprensibile sia da un punto di vista liberale che da un punto di vista ultramontano, di portare davanti a un tribunale o di restituire al suo ufficio l'arcivescovo di Colonia illegalmente arrestato. La questione della costituzione non fu nemmeno toccata dal Landtag e di fronte a una petizione firmata da più di mille persone, che veniva da Colonia ed esigeva libero accesso alle sedute del Landtag, il resoconto quotidiano completo delle sue discussioni, il libero dibattito sui giornali di tutte le questioni sue e del paese, e infine una legge sulla stampa invece della censura, esso se la cavò nella maniera più pietosa. Si limitò cioè a pregare il re di poter pubblicare il nome ,degli oratori nei verbali del Landtag e rivendicò insieme non una legge sulla stampa che abolisse la censura, ma soltanto una legge sulla censura che prevenisse gli arbitri dei censori. Com'è destino per ogni atto vile, anche questa richiesta non sortì alcun effetto davanti alla corona.

Questo Landtag si ravvivò un poco soltanto quando si trattò di sostenere gli interessi della proprietà fondiaria. Certo esso non poteva pensare a ristabilire il dominio feudale. Ogni tentativo in questo senso era avversato così mortalmente dai renani, che su questo punto essi non stavano assolutamente allo scherzo, come comunicavano a Berlino anche i funzionari inviati in Renania dalle province orientali. In particolare la popolazione renana non lasciava che si attentasse alla libera suddivisibilità delle terre, né a favore del « ceto nobiliare » né a favore del « ceto contadino », anche se la parcellizzazione della proprietà fondiaria, continuata all'infinito, portava, come non a torto diceva il governo, a un polverizzamento vero e proprio. Ma la proposta del governo di porre certi limiti alla parcellizzazione « per conservare un solido ceto contadino », fu respinta con 49 voti contro 8 dal Landtag, che in questo era d'accordo con la provincia. Tanto più esso si risvegliò a proposito di alcune leggi sui furti di legna, sui reati riguardanti la caccia, le foreste, i campi che gli erano state sottoposte dal governo; qui di fronte all'interesse privato della proprietà fondiaria, il potere legislativo si prostituì senza più pudori.

Secondo un suo vasto piano, Marx sottopose il Landtag a una vera e propria inchiesta. Nel primo scritto, che abbracciava sei lunghi articoli, egli affrontò i dibattiti sulla libertà di stampa e sulla pubblicazione delle discussioni parlamentari. L'autorizzazione a questa pubblicazione, senza che si potessero fare i nomi degli oratori, era stata una di quelle piccole riforme per mezzo delle quali il re aveva tentato di di rianimare i parlamenti provinciali, incontrando tuttavia su questo punto una violenta resistenza da parte dei parlamenti stessi. A dire il vero il Landtag renano non arrivò fino al punto di quelli del Brandeburgo o della Pomerania, che si erano semplicemente rifiutati di pubblicare i loro verbali, ma anche in esso si rispecchiò quella balorda presunzione che considera gli eletti una specie di esseri superiori, che de­vono essere soprattutto protetti dalla critica dei propri elettori. « Il Landtag non tollera la luce del giorno. Noi ci sentiamo molto più a nostro agio nella notte della vita privata. Se l'intera provincia si fida di affidare i suoi diritti a singoli individui, va da sé che questi singoli individui sono tanto condiscendenti da accettare la fiducia della provincia, ma sarebbe una vera e propria stravaganza pretendere che essi debbano contraccambiare con la stessa misura e abbandonare se stessi, la loro esistenza, la loro personalità al giudizio della provincia, che ha dato loro soltanto un giudizio di coerenza». Sin dal suo primo entrare in campo Marx derideva con gustoso umorismo quello che poi egli avrebbe battezzato come «cretinismo parlamentare» e che non avrebbe potuto sopportare per tutta la vita.

Ma per la libertà di stampa colpì con tale maestria quale non si vide più né prima né poi. Ruge confessò onestamente: «Non era stato nuora detto e nemmeno si potrà poi dire nulla di più profondo a proposito e in difesa della libertà di stampa. Possiamo felicitarci per la cultura, la genialità e il sovrano dominio di idee, ordinariatamente confuse, che fa ora la sua apparizione nella nostra pubblicistica». In questi articoli Marx parlò una volta del clima aperto e sereno della tua patria, e ancor oggi aleggia su di essi uno splendore luminoso, come la luce del sole sui colli del Reno ricchi di vigneti. Se Hegel aveva parlato della «miserabile soggettività della cattiva stampa che vuoi tutto dissolvere », Marx ritornava all'Illuminismo borghese, quando appunto sulla Rheinische Zeitung riconobbe nella filosofia di Kant la teoria tedesca della rivoluzione francese, ma vi ritornava arricchito di tutte le prospettive politiche e sociali che gli erano state dischiuse dalla dialettica della storia di Hegel. Basta confrontare i suoi articoli nella Rheinische Zeitung con le Quattro questioni di Jacoby per riconoscere quanto egli fosse andato avanti: la promessa regia di una costituzione, del 1815, alla quale Jacoby continuava pur sempre a richiamarsi come all'Alfa e all'Omega di tutto il problema costituzionale, Marx non l'ha ritenuta nemmeno degna di una citazione incidentale.

Soltanto, per quanto celebrasse la libera stampa come l'occhio aperto dello spirito del popolo — in confronto alla stampa sottoposta a censura col suo vizio fondamentale dell'ipocrisia, dal quale derivavano tutti gli altri suoi delitti e i suoi vizi schifosi anche soltanto a considerarli dal lato estetico — egli non misconosceva però i pericoli che minacciavano anche la libera stampa. Un oratore del ceto cittadino aveva rivendicato la libertà di stampa come una parte della libertà di industria; al che Marx rispondeva: «È libera la stampa che si degrada a industria? Io scrittore è costretto comunque a guadagnare, per poter esistere e vivere, ma non è costretto in nessun modo a esistere e scrivere per guadagnare... La prima libertà di stampa consiste nel fatto che essa non è un'industria. Allo scrittore che la abbassa a strumento materiale, tocca, come punizione per questa interna mancanza di libertà, quella esterna, cioè la censura, o piuttosto, già la sua esistenza è la sua punizione». E Marx ha confermato con tutta la sua vita ciò che egli pretendeva dallo scrittore, cioè che i suoi lavori siano sempre fine a se stessi; essi sono così poco strumenti per lui stesso e per gli altri, che egli, se è necessario, sacrifica la propria esistenza alla loro esistenza.

Il secondo scritto sul Landtag renano si occupava della « faccenda dell'arcivescovo », come scriveva Marx a Jung. Esso fu soppresso dalla censura e non fu pubblicato nemmeno in seguito, sebbene Ruge si offrisse di accoglierlo negli Anecdota. A Ruge Marx scriveva il 9 luglio 1842: «Non creda che qui sul Reno noi si viva in un Eldorado poli­tico. Ci vuole la più coerente tenacia per tirare avanti un giornale come la Rheinische Zeitung. Il mio secondo articolo sul Landtag, che trattava dei torbidi ecclesiastici, è stato censurato. Io vi avevo dimostrato come i difensori dello Stato si sian posti dal punto di vista della Chiesa, e i difensori della Chiesa da quello dello Stato. Questo incidente è tanto più spiacevole per la Rheinische in quanto quegli stupidi dei cattolici di Colonia sarebbero caduti in trappola, e la difesa dell'arcivescovo avrebbe procurato abbonamenti. Del resto è difficile che Lei possa immaginare quanto siano abbiette le autorità e nello stesso tempo quanto stupidamente abbiano trattato con questi testoni di ortodossi. Ma il successo ha coronato l'opera; la Prussia ha baciato la pantofola del Papa davanti agli occhi di tutto il mondo, e le nostre macchine governative camminano per la strada senza arrossire». La frase finale si riferisce al fatto che Federico Guglielmo IV, conformemente alle sue tendenze romantiche, aveva iniziato trattative di pacificazione con la Curia, che per tutto ringraziamento, secondo le regole dell'arte vaticana, rispondeva a schiaffi.

Quello che Marx scriveva a Ruge su questo articolo non deve essere frainteso al punto di pensare che egli avesse seriamente preso le difese dell'arcivescovo per attrarre in trappola i cattolici di Colonia. Anzi, egli restava del tutto coerente con se stesso quando commentava l'arresto, assolutamente illegale, dell'arcivescovo per le sue attività ecclesiastiche è la richiesta, avanzata dai cattolici, di un procedimento giudiziario nei riguardi del vescovo illegalmente arrestato, osservando che i difensori dello Stato si erano posti sul terreno della Chiesa e quelli della Chiesa sul terreno dello Stato. Prendere la giusta posizione in questo mondo a rovescio era comunque una questione decisiva per la Rheinische Zeitung, proprio anche per le ragioni che Marx adduceva più avanti nella lettera a Ruge, perché il partito ultramontano, che veniva vivacemente combattuto dal giornale, era il più pericoloso in Renania, e l'opposizione si era troppo abituata a far l'opposizione all'interno della Chiesa.

Il terzo scritto, che comprendeva cinque lunghi articoli, gettava luce sui dibattiti svoltisi al Landtag sulla legge sui furti di legna. Con esso Marx metteva «i piedi in terra», o, com'egli espresse in altra Occasione lo stesso pensiero, si trovò nell'imbarazzo di dover parlare di interessi materiali che non erano previsti nel sistema ideologico di Hegel. In realtà egli non affrontò il problema posto da queste leggi con quel rigore che avrebbe avuto ormai in anni successivi. Si trattava della lotta dell'era capitalistica avanzante contro gli ultimi resti della proprietà comune del suolo, di una crudele guerra per espropriare le masse popolari; su 207.478 procedimenti penali svoltisi in Prussia nel 1826, circa 150.000, cioè circa i tre quarti, si riferivano a furti di legna e reati concernenti la caccia, le foreste e i pascoli.

Nella discussione della legge sui furti di legna si era imposto nel Landtag renano l'interesse esoso della proprietà fondiaria privata nella miniera più sfrontata, anche più in là del progetto governativo. Contro di questo Marx intervenne con la sua critica tagliente «in favore della massa povera, politicamente e socialmente nullatenente», non ancora però con ragioni economiche, bensì per ragioni giuridiche. Egli rivendicava per i poveri, gravemente minacciati, il mantenimento dei loro diritti consuetudinari, i cui fondamenti egli trovava nel carattere oscillante di una determinata proprietà non caratterizzata decisamente né come privata né come comune, in un miscuglio di diritto privato e di diritto pubblico, quale ci si presenta in tutte le istituzioni del medioevo. L'intelletto aveva eliminato queste formazioni ibride e oscillanti della proprietà, applicando ad esse le categorie del diritto privato astratto derivate dal diritto romano, ma nel diritto consuetudinario della classe povera viveva un senso giuridico istintivo; la sua radice era positiva e legittima.

Se in questo scritto la comprensione storica conserva un «certo carattere oscillante», tuttavia, o piuttosto proprio per questo, esso mostra che cos'è che in ultima analisi ha sollecitato questo grande campione delle «classi povere». Dalla descrizione delle furfanterie con cui l'interesse privato dei proprietari di foreste calpestava logica e ragione, legge e diritto e, non ultimi, gli interessi dello Stato, per soddisfarsi ai danni dei poveri e dei miseri, si avverte ovunque come tutto l'uomo reagisca indignato. « Per garantirsi dai reati riguardanti la proprietà forestale, il Landtag non soltanto ha fatto a pezzi il diritto, ma gli ha trafitto il cuore ». Con questo esempio Marx volle dimostrare che cosa ci si potesse attendere da un'assemblea rappresentativa di interessi di ceti particolari, una volta che essa fosse chiamata sul serio a legiferare.

In questo Marx si atteneva ancora alla filosofia del diritto e dello Stato di Hegel. E non in quanto egli celebrasse lo Stato prussiano come lo Stato ideale, a somiglianza dei ripetitori letterali di Hegel, ma in quanto commisurava lo Stato prussiano allo Stato ideale quale risultava dalle premesse filosofiche di Hegel. Marx considerava lo Stato come il grande organismo in cui doveva trovare attuazione la libertà giuridica, morale e politica, e in cui il singolo cittadino, obbedendo alle leggi dello Stato, obbedisce alle leggi naturali della sua stessa ragione, della ragione umana. Muovendo da questa posizione Marx potè sì venire a capo dei dibattiti del Landtag intorno alla legge sui furti di legna, e sarebbe venuto a capo anche del quarto scritto che doveva affrontare una legge sui reati riguardanti la caccia, le foreste e i campi, ma non sarebbe venuto a capo del quinto scritto, che avrebbe dovuto coronare tutto l'edificio e discutere la « questione terrena alla grandezza naturale», cioè la questione della parcellizzazione.

Come la borghesia renana, Marx sosteneva la libera suddivisibilità del suolo; limitare la libertà del contadino di creare nuove parcelle significava aggiungere alla sua povertà fisica la povertà giuridica. Ma su questa base giuridica la questione non era risolta; il socialismo francese aveva già da tempo indicato che la libera suddivisibilità del suolo creava un proletariato inerme, e l'aveva posta sullo stesso piano dell'isolamento atomistico dell'artigianato. Se Marx voleva trattarne, doveva venire a una spiegazione col socialismo.

Certamente egli aveva avvertito questa necessità e non le si sarebbe davvero sottratto se avesse portato a termine la serie progettata dei suoi studi. Ma non arrivò a tanto. Quando fu pubblicato nella Rheinische Zeitung il terzo scritto, Marx era già il suo direttore, e l'enigma socialista gli si presentò ancor prima che egli potesse risolverlo.