I Giovani hegeliani

Dopo la primavera del 1838, quando perdette il padre, Karl Marx visse ancora tre anni a Berlino, nell'ambiente del Doktorklub, la cui vita intellettuale gli aveva dischiuso i segreti della filosofia hegeliana.

Allora questa filosofia passava ancora come la filosofia ufficiale dello Stato prussiano. Il ministro del culto Altenstein e il suo consigliere segreto Johannes Schulze l'avevano presa sotto la loro personale protezione. Hegel esaltava lo Stato come la realtà dell'idea morale, come il razionale assoluto e l'assoluto fine a se stesso, e perciò come il diritto supremo nei confronti dei singoli, supremo dovere dei quali è quello di essere membri dello Stato. Questa dottrina dello Stato era estremamente suasiva per la burocrazia prussiana; gettava perfino una luce trasfigurante sulle colpe della caccia ai “demagoghi”!

Né Hegel aveva in alcun modo compiuto un'ipocrisia con questa dottrina, perché dalla sua evoluzione politica si vide che la monarchia, nella quale i servitori dello Stato dovevano agire nel modo migliore, era per lui la forma ideale dello Stato; se mai egli riteneva necessario accanto ad essa un certo condominio moderato delle classi dominanti, ma soltanto nei limiti della divisione in “stati” ; di una rap­presentanza generale del popolo in senso moderno costituzionale, ne voleva sapere tanto poco quanto il re di Prussia e il suo oracolo Metternich.

Ma il sistema che Hegel si era confezionato per la propria persona, era in contraddizione insanabile col metodo dialettico di cui egli era il rappresentante in quanto filosofo. Col concetto dell'essere è dato anche il concetto del nulla, e dalla loro lotta sorge il più alto concetto del divenire. Tutto è e insieme non è, poiché tutto scorre ed è concepito in continuo mutamento, in un continuo divenire e trapassare. Così la storia era un processo di sviluppo ascendente dall'inferiore al superiore, concepito in perpetua rivoluzione, ed Hegel con la sua cultura universale nei più diversi campi della scienza storica, si accinse a dimostrarlo, anche se soltanto nella forma, corrispondente alla sua concezione idealistica, secondo cui l'idea assoluta — che Hegel, senza precisar altro di essa, definiva l'anima vivificante di tutto l'universo — si attua in ogni accadimento storico.

Perciò l'alleanza tra la filosofia di Hegel e lo Stato dei Federici Guglielmi poteva essere soltanto un matrimonio di convenienza, che durò appunto finché le due parti lo trovarono conveniente: cioè all'incirca fino ai giorni delle decisioni di Karlsbad e delle persecuzioni contro i “demagoghi”. Ma già la rivoluzione del luglio 1830 dette all'evoluzione europea una così energica spinta in avanti, che il metodo di Hegel si rivelò incomparabilmente più genuino del suo sistema. Non appena le pur sempre deboli ripercussioni della rivoluzione di luglio sulla Germania furono soffocate e la pace del sepolcro tornò a pesare sul popolo dei poeti e dei pensatori, la nobiltà prussiana degli Junker si affrettò a far giocare un'altra volta contro la filosofia moderna la vecchia merce avariata del romanticismo medievalizzante.

E la cosa le fu tanto più facile in quanto l'ammirazione per Hegel più che di quella nobiltà era stata propria della mezzo illuminata burocrazia, e in quanto Hegel, con tutta l'esaltazione dello Stato dei funzionari, non aveva però fatto nulla per mantenere nel popolo la religione, che ormai era l'Alfa e l'Omega della tradizione feudale, come lo è in ultima analisi di tutte le classi sfruttatrici.

E proprio sul terreno della religione si ebbe il primo urto. Se Hegel aveva ritenuto che le storie sacre della Bibbia dovessero essere considerate come storie profane, e che la conoscenza storica di fatti normali e reali non avesse nulla a che fare con la fede, un giovane svevo, David Strauss[1], prese sul serio le parole del maestro. Egli pretese che i racconti degli Evangeli fossero sottoposti alla critica storica, e dimostrò la fondatezza di questa pretesa con la sua Vita di Gesù, che apparve nel 1835 e sollevò un enorme scalpore. Con ciò Strauss si ricollegava all'illuminismo borghese, sulla cui “illuminazione” Hegel si era espresso in modo anche troppo sdegnoso. Ma il dono del pensiero dialettico gli Consentiva di affrontare la questione in modo incomparabilmente più profondo di come l'avesse affrontata il vecchio Reimarus, l'“Anonimo” di Lessing. Strauss non vedeva più nella religione cristiana un prodotto dell'inganno, e negli apostoli una masnada di imbroglioni, e spiegava invece gli elementi mitici degli Evangeli con l'inconsapevole creazione delle comunità cristiane primitive. Ma in molte cose degli Evangeli riconosceva ancora delle notizie storiche sulla vita di Gesù, e in Gesù stesso riconosceva un personaggio storico, come del resto in generale presupponeva ancora un nocciolo storico nei punti principali.

Politicamente Strauss era del tutto innocuo, e lo è rimasto per tutta la sua vita. Un carattere alquanto più politico ebbero gli Hallische Jahrbùcher, fondati da Arnold Ruge e da Theodor Echtermeyer nel 1838 come organo dei Giovani hegeliani. Essi pure, a dire il vero, muovevano dalla letteratura e dalla filosofia, e inizialmente non volevano essere altro che il contraltare dei Berliner Jahrbùcher fùr wissen-schaftliche Kritik, che erano l'arrugginito organo dei Vecchi hegeliani. Ma Arnold Ruge, di fronte al quale Echtermeyer, che morì poco dopo, passò presto in seconda linea, era già stato attivo nella Associazione studentesca e aveva passato sei anni in prigione a Kòpenick e Kolberg, vittima della caccia ai demagoghi. A dire il vero non aveva preso tragicamente questa sua disgrazia, e attraverso un matrimonio fortunato si era procurato come libero docente a Halle una comoda esistenza che gli consentiva di definire la forma di Stato prussiana, no­nostante tutto, libera e giusta. Non avrebbe avuto nulla da eccepire contro di essa se si fosse avverato in lui quanto malignamente dicevano i mandarini della vecchia Prussia, e cioè che in Prussia nessuno fa una carriera tanto rapida quanto un demagogo convertito. Ma proprio qui le cose non funzionarono.

Ruge non era un pensatore originale e tanto meno uno spirito ri­voluzionario, ma aveva per l'appunto cultura, orgoglio, zelo e combattività sufficienti per dirigere bene una rivista culturale. Una volta si definì lui stesso, e non senza colpire nel segno, un grande commerciante dello spirito. I suoi Hallische Jahrbùcher divennero, grazie a lui, il punto di incontro di tutti gli spiriti irrequieti che possiedono la prerogativa — funesta all'interesse di ogni ordine statale — di dare in pasto alla stampa quasi tutti i fatti della vita. Come collaboratore, David Strauss avvinceva i lettori incomparabilmente di più di quanto avrebbero potuto farlo tutti quanti i teologi che combattevano a spada tratta per la divina infallibilità degli Evangeli. E Ruge assicurava, sì, che i suoi Jahrbùcher restavano “cristiani hegeliani e prussiani hegeliani”, ma il ministro del culto Altenstein, che del resto era già stato messo con le spalle al muro dalla reazione romantica, non cessò per questo di sospettare e non accondiscese alle imploranti preghiere di Ruge che chiedeva un impiego statale in riconoscimento della sua attività, Così agli Hallische Jahrbùcher balenò l'idea che bisognasse sciogliere i legami che tenevano legata la libertà e la giustizia in Prussia.

Tra i collaboratori degli Hallische Jahrbùcher c'erano anche i Giovani hegeliani di Berlino, in mezzo ai quali Karl Marx passò tre anni della sua giovinezza. Il Doktorklub era formato da docenti, insegnanti, scrittori nel primo fiorire dell'età virile. Rutenberg, che Karl Marx da principio in una lettera al padre chiamava il più “intimo” dei suoi amici berlinesi, aveva insegnato geografia al corpo dei cadetti di Berlino, ma era stato licenziato, ufficialmente perché un mattino s'era sdraiato ubriaco sull'orlo della strada, in realtà perché si sospettava che avesse pubblicato in giornali di Amburgo o di Lipsia degli articoli “malevoli”. Eduard Meyen aveva collaborato a una rivista di breve vita, nella quale Marx pubblicò due delle sue poesie, fortunatamente le sole che abbiano mai visto la luce del giorno. Non è possibile stabilire se appartenesse a questa associazione anche Max Stirner, che insegnava in una scuola femminile da quando Marx studiava a Berlino. Non abbiamo prove che i due si siano conosciuti personalmente, né la questione presenta un interesse troppo profondo, dato che tra Marx e Stirner non ci sono stati contatti spirituali di nessun genere. Tanto più forte però è stata l'influenza che hanno esercitato su Marx i membri spiritualmente più dotati del Doktorklub'. Bruno Bauer[i][2], libero docente all'Università di Berlino, e Karl Friedrich Kòppen, insegnante alla scuola tecnica comunale Dorothea.

Karl Marx contava appena venti anni quando entrò nel Doktorklub, ma, come gli avvenne spesso anche in seguito, quando entrava in un nuovo ambiente, ne diventava l'anima e il centro. Anche Bauer e Kòppen, maggiori di una decina d'anni, riconobbero ben presto la sua superiorità intellettuale, e preferirono a tutti i compagni di lotta questo giovane che pure poteva ancora imparare e imparò molto da loro. Kòppen dedicò “al suo amico Karl Heinrich Marx di Treviri” l'impetuoso libello che pubblicò nel 1840 per il centenario della nascita di re Federico di Prussia.

Kòppen possedeva un talento storico non comune, come testimoniano ancor oggi i suoi articoli negli Hallische Jahrbùcher, a lui dobbiamo la prima valutazione veramente storica del terrore rosso nella grande Rivoluzione francese. Egli seppe sottoporre i rappresentanti della storiografia del tempo, i Leo, i Ranke, i Raumer, gli Schlosser, alla critica più felice e più precisa. Si cimentò personalmente nei campi più vari della ricerca storica, da una introduzione letteraria alla mitologia nordica, che meritò di essere posta accanto alle ricerche di Jakob Grimm e di Ludwig Uhland, a un grosso lavoro su Budda, che ebbe perfino il riconoscimento di Schopenhauer, di solito poco tenero col vecchio pensatore hegeliano, Se si pensa che una mente come Kòppen auspicava il peggior despota della storia prussiana, quasi “spirito risorto”, per “sterminare con la spada fiammeggiante tutti gli avversari che ci impediscono l'accesso alla terra promessa”, siamo trasportati immediatamente nell'ambiente particolare in cui vivevano questi Giovani hegeliani di Berlino.

Certo, non bisogna trascurare due cose. La reazione romantica e tutto ciò che le si ricollegava si adoperava con tutte le forze a tinger di nero la memoria del vecchio Fritz. Era, come pensava Kòppen, un “orribile baccano: trombe del vecchio e del nuovo Testamento, ocarine morali, edificanti cornamuse, storiche pive e altre fanfaluche, e in mezzo inni alla libertà, urlati con teutoniche voci da ubriachi”. Ma fuori di questo non c'era ancora nessuna ricerca critico-scientifica, che fosse in certo modo all'altezza della vita e delle imprese del re prussiano, né poteva ancora esserci, dal momento che le fonti essenziali per una sua storia non erano state ancora rese pubbliche. Aveva fama di essere stato un “illuminista”, e perciò gli uni lo odiavano e gli altri lo ammiravano.

In realtà, col suo scritto, Kòppen voleva rivalutare l'illuminismo del secolo decimottavo; Ruge diceva di Bauer, Kòppen e Marx che era una loro caratteristica questo richiamarsi all'illuminismo borghese; essi, una specie di partito della Montagna in filosofia, scrivevano il loro Mane, Thecel, Phares sul cielo tempestoso della Germania. Kòppen respingeva le “scipite declamazioni” contro la filosofia del secolo decimottavo affermando che nonostante la loro pesantezza noi dovevamo molto agli illuministi tedeschi: il loro difetto era soltanto di non essere stati abbastanza illuminati. Con ciò Kòppen dava ottimi spunti di riflessione ai ripetitori di Hegel privi di pensiero, “solitari penitenti del concetto>, “vecchi bramini della logica”, che, seduti eternamente immobili con le gambe incrociate, leggono e rileggono con monotono borbottio i tre Veda, e gettano soltanto di quando in quando uno sguardo lascivo verso il mondo dove danzano le baiadere. Nell'organo dei Vecchi hegeliani Varnhagen respinse lo scritto di Kòppen, definendolo “schifoso” e “ripugnante” ; probabilmente si sentiva toccato particolarmente dalle aspre parole di Kòppen sui “rospi della palude”, vermi senza religione, senza patria, senza convinzioni, senza coscienza, senza cuore, senza caldo né freddo, senza gioia né dolore, senza amore né odio, senza dio né diavolo, miserabili che si aggiravano dinanzi alle porte dell'inferno e valevano troppo poco perfino per esso.

Kòppen celebrava il “gran re” soltanto in quanto “grande filosofo”. Ma in questo colpiva a vuoto, più ancora di quel che fosse lecito per lo stato delle cognizioni di allora. Egli diceva : “Federico non aveva, come Kant, una doppia ragione, una teoretica, che si mostra abbastanza sinceramente e arditamente coi suoi scrupoli e dubbi e negazioni, ed una pratica, paternalistica, al servizio dello Stato, che rimedia alle colpe dell'altra e ne mette a tacere le scappatelle giovanili. Soltanto il più immaturo scolaretto può affermare che nel vecchio Fritz la ragione teo­retica del filosofo appaia molto trascendente di fronte a quella pratica del re, e che egli si sia ricordato troppo di rado dell'eremita di Sans-souci. Anzi, in lui il re non è mai rimasto addietro rispetto al filosofo”. Oggi proprio chi osasse ripetere queste affermazioni di Kòppen si attirerebbe nella storiografia prussiana il rimprovero di essere il più immaturo scolaretto, ma anche per l'anno 1840 era già un po' troppo porre l'opera illuminatrice di un uomo come Kant al di sotto degli scherzi “illuministici” che il despota borussico soleva imbastire coi begli spiriti francesi che si prestavano a fargli da buffoni di corte.

In questa posizione si manifestava la singolare meschinità e vuotaggine della vita berlinese, che fu in generale fatale per i Giovani hegeliani di quella città. Proprio in Kòppen, che infine avrebbe dovuto tenersene lontano al massimo, essa si manifestò nel modo più vistoso, tanto più che si trattava di un'opera polemica scritta con tutta l'anima. In Berlino mancava ancora quel potente sostegno che l'industria renana, già considerevolmente sviluppata, offriva alla coscienza borghese, ma la capitale prussiana restò indietro non soltanto a Colonia, ma anche a Lipsia e perfino a Kònigsberg non appena la lotta dell'epoca cominciò a combattersi sul terreno pratico. “Credono di essere enormemente liberi”, scriveva dei berlinesi di allora Walesrode, nativo della Prussia orientale, “quando nei caffé dicono freddure su Cerf, la Hagen, il re, gli avvenimenti del giorno ecc. ecc., alla ben nota maniera dei fannulloni”. Berlino era anzitutto una città sede del monarca e di una guarnigione e la sua popolazione piccolo-borghese si ripagava in pettegolezzi meschini della vile sottomissione che manifestava pubblicamente davanti ad ogni corteo reale. Degno ritrovo di questa opposizione era il salotto dello stesso Varnhagen, che davanti all'illuminismo di Federico, così come lo intendeva Kòppen, si faceva il segno della croce.

Non c'è alcun motivo di dubitare che il giovane Marx condividesse il contenuto dello scritto che per la prima volta faceva onorevolmente il suo nome davanti al pubblico. Egli era intimo amico di Kòppen e molto ha preso dallo stile del compagno più anziano. Rimasero buoni amici, sebbene le loro strade divergessero presto; quando, venti anni dopo, Marx tornò a Berlino, ritrovò in lui “tutto il vecchio Kòppen”, e passarono ore liete ritrovandosi senza ombre. Non molto tempo dopo, nel 1863, Kòppen morì.

 

[1] David Strauss (1808-1874), discepolo della filosofia Hegeliana, sottopone i Vangeli ad una ricerca storica,

seguendo il monito di Hegel secondo cui la religione rivelata era in verità una costruzione storica. Su questa

base scrive “La vita di Gesù”, che darà via ad un forte dibattito tra i giovani hegeliani e in generale

all'interno della filosofia tedesca.

 

[2] Bruno Bauer (1809-1882). Professore di teologia, discepolo di Hegel, fu uno dei principali esponenti della sinistra hegeliana. Fu allontanato dall'insegnamento per i suoi scritti in cui aderisce all'idea della storicità della figura di Gesù