Cinque mesi di lotta

Nel corso dell'estate la Rheinische Zeitung si era permessa un paio di piccoli excursus nel campo sociale; è da supporre che l'iniziativa risalga a Moses Hess. Una volta essa ristampò da una rivista di Weitling un articolo sulle case d'abitazione di Berlino, come contributo a una « questione scottante », e aggiunse a una sua corrispondenza da Stra­sburgo su un congresso di scienziati, nel quale si erano trattate anche questioni di socialismo, l'osservazione del tutto innocua che, se il ceto non abbiente mirava alle ricchezze della classe media, la cosa poteva esser paragonata alla lotta della classe media contro la nobiltà del 1789, ma che questa volta si sarebbe trovata una soluzione pacifica.

Queste occasioni in sé innocue bastarono alla Allgemeine Zeitung di Augusta per accusare la Rheinische Zeitung di far l'occhiolino al comunismo. Su questo punto neanche quel giornale aveva la coscienza a posto, e aveva pubblicato sul socialismo e sul comunismo francese molte Cose di mano di Heine che sapevano alquanto di bruciaticcio, ma era l'unico giornale tedesco di importanza nazionale o addirittura internazionale, e questa posizione cominciava ad essere minacciata dalla Rheinische Zeitung. Per quanto dunque il suo violento attacco avesse poco degni motivi, pure era scagliato non senza una maligna abilità; accanto ad allusioni di ogni genere ai figli di ricchi commercianti che giocavano Con innocente ingenuità con le idee socialiste, senza darsi alcun pensiero di come dividere i loro averi con i lavoranti del duomo o gli scaricatori del porto di Colonia, essa dimostrava trionfalmente che in un paese come la Germania, economicamente ancora tanto arretrato da osare appena di respirare liberamente, era proprio un errore da bambini minacciare alla classe media la sorte della nobiltà francese del 1789.

La difesa contro questo acido attacco fu il primo compito redazionale che si presentò a Marx, ed era abbastanza incomodo per lui. Egli non voleva farsi paladino di cose che lui stesso riteneva « balordaggini », ma non poteva nemmeno esprimere una sua opinione sul comunismo. Così considerò la possibilità di portare la guerra nel campo dell'avversario, attribuendogli velleità comuniste, ma confessò onestamente che alla Rheinische Zeitung non era concesso liquidare con una sola frase problemi alla cui soluzione lavoravano due popoli. Essa avrebbe sottoposto a una critica radicale le idee comuniste — alle quali nella loro forma attuale non poteva nemmeno attribuire realtà teoretica, delle quali tanto meno poteva perciò auspicare la pratica attuazione, o che anche soltanto non poteva ritenere possibili — « facendo precedere studi estesi e approfonditi », perché scritti come quelli di Leroax, Considérant e soprattutto l'acuta opera di Proudhon non potevano essere liquidati accontentandosi di uno sguardo superficiale.

Più tardi Marx può aver pensato di aver preso in uggia il lavoro alla Rheinische Zeitung in seguito a questa polemica e di aver afferrato « avidamente » l'occasione di ritirarsi nel suo studio. Ma, come suole accadere nel ricordo, causa ed effetto gli si sono presentati confusi. Per il momento Marx era ancora preso anima e corpo dalla cosa, che gli appariva tanto importante da romperla per amore suo con i vecchi compagni di Berlino. Di loro infatti non c'era più da gloriarsi, da quando la irruzione mitigata sulla censura aveva trasformato il Doktorklub, nel quale era stato pur sempre vivo « un interesse spirituale », in una associazione di cosiddetti « Liberi », dove quasi tutti i letterati della capitale prussiana del periodo pre-quarantottesco si erano dati convegno per recitare la parte di rivoluzionari politici e sociali sotto forma di filistei inselvatichiti. Già nell'estate Marx era alquanto allarmato da questo atteggiamento; diceva che altro era proclamare la propria emancipazione, che era coscienziosità, e altro screditarsi in anticipo come dei tromboni da propaganda. Ma pensava che fortunatamente Bruno Bauer era a Berlino; lui avrebbe fatto sì che almeno non si commettessero «sciocchezze».

Ma in questo Marx, purtroppo, si sbagliava. Secondo un'informazione degna di fede, Kòppen si tenne lontano dall'atteggiamento dei Liberi, ma non così Bruno Bauer, che non si vergognava nemmeno di fare il capo in testa delle loro buffonate. Il loro bighellonare per le strade, le loro scene scandalose in bordelli e birrerie, il loro insulso farsi beffe di un prete indifeso, a cui Bruno Bauer, al matrimonio di Stirner, porgeva gli anelli d'ottone del suo portamonete di maglia, facendo notare che come anelli matrimoniali potevano anche servire, tutto ciò faceva dei Liberi l'oggetto un po' dell'ammirazione e un po' del terrore di tutti i mansueti filistei, ma comprometteva irrimediabilmente la causa che essi dicevano di rappresentare.

Naturalmente questi atteggiamenti da ragazzacci di strada esercitavano un'influenza desolante anche sulla produzione culturale dei Liberi, e Marx aveva un bel da fare con la loro collaborazione alla Rheinische Zeitung. Molte loro cose cadevano sotto il lapis rosso del censore, ma — così scriveva Marx a Ruge — « io mi permettevo di annullarne tante quante il censore, dal momento che Meyen e consorti ci mandavano mucchi di sudicerie piene di velleità rivoluzionarie e vuote di pensiero, in uno stile indecente, condito con un pizzico di ateismo e di comunismo (che i signori non hanno mai studiato), e dal momento che, data l'assoluta mancanza in Rutenberg di spirito critico, di indipendenza e di capacità, si erano abituati a considerare la Rheinische Zeitung come un loro organo, privo di volontà propria; ma io ho creduto di non dover più permettere che seguitassero a farvi come prima le loro pisciatine». Questa fu la prima ragione dell'« oscuramento del cielo di Berlino », come diceva Marx.

Alla rottura si venne quando, nel novembre del 1842, Herwegh e Ruge si recarono a Berlino. Herwegh si trovava allora nel suo famoso giro trionfale per la Germania, durante il quale aveva anche fatto rapidamente amicizia con Marx a Colonia; a Dresda si era incontrato con Ruge, ed era andato insieme con lui a Berlino. Qui, com'era prevedibile, essi non riuscirono a prender gusto agli eccessi dei Liberi: Ruge ebbe un duro scambio di parole col suo collaboratore Bruno Bauer, perché costui voleva «fargli passar per buone le cose più ridicole», come per esempio che bisognava risolvere nel concetto lo Stato, la proprietà e la famiglia, senza doversi ulteriormente dar pensiero dell'aspetto concreto della faccenda. Altrettanto scarso interesse dimostrò Herwegh per i Liberi, che si vendicarono di questo disprezzo prendendo in giro nel loro (ile la nota udienza che il poeta aveva ottenuto dal re e il suo fidanzamento con una ricca fanciulla. Le parti in lite si rivolsero tutte due alla Rheinische Zeitung. Herwegh, d'accordo con Ruge, chiese ospitalità per una nota nella quale si concedeva, sì, ai Liberi che, presi uno per uno, essi erano per lo più persone, ma si aggiungeva che, come Herwegh e Ruge avevano loro dichiarato apertamente, col loro romanticismo politico, le loro pose genialoidi e reclamistiche compromettevano la causa e il partito della libertà. Marx pubblicò questa nota, ma fu tempestato da Meyen che si faceva portavoce dei Liberi, con lettere ingiuriose.

Da principio Marx rispose molto concretamente, cercando di riportare sulla giusta via la collaborazione dei Liberi. « Esigevo che mettessero in mostra meno vaghi ragionamenti, meno frasi altisonanti, meno allusioni compiaciute, e più determinatezza, più aderenza alle situazioni concrete, più cognizioni specifiche. Dichiaravo di ritenere sconveniente, anzi immorale, far passare di contrabbando dogmi socialisti e comunisti, cioè una nuova concezione del mondo, in occasionali critiche teatrali, ecc., e di pretendere sul comunismo, se una volta lo si doveva discutere, una discussione del tutto diversa e approfondita. Chiedevo poi che si criticasse la religione nella critica della situazione politica, piuttosto che la situazione politica nella religione, perché questo modo di impostare le cose corrispondeva di più al carattere di un giornale e alla cultura del pubblico, dal momento che la religione, priva di per sé di contenuto, si nutre non del cielo, ma della terra, e cade da sé una volta risolto il rovesciamento della realtà di cui essa è la teoria. Infine volevo che, se si parlava di filosofia, ci si baloccasse meno con l'etichetta Ateismo (quasi come fanno i bambini, che assicurano chiunque li voglia stare a sentire che loro non hanno paura dell'uomo nero) e se ne divulgasse piuttosto il contenuto tra il pubblico ». Queste dichiarazioni consentono anche di gettare uno sguardo istruttivo ai criteri coi quali Marx dirigeva la Rheinische Zeitung.

Ma ancor prima che i suoi consigli fossero giunti a destinazione, egli ricevette da Meyen una « lettera insolente », nella quale costui pre­tendeva né più né meno che il giornale non « temperasse la polemica », ma « prendesse posizioni estreme », cioè si facesse sopprimere per amore dei Liberi. E allora anche Marx perse la pazienza e scrisse a Ruge : « Da tutta la faccenda traspare una enorme dose di vanità, che non comprende come, per salvare un organo politico, si debbano sacrificare alcune vesciche gonfiate di Berlino, e che non sa pensare ad altro che alle faccende della sua cricca... Dato che noi dobbiamo sopportare dal mattino alla sera le più orribili torture della censura, le pratiche ministeriali, le lagnanze della prefettura, le lamentele del Landtag, le grida degli azionisti ecc. ecc., ed io resto al mio posto soltanto perché ritengo mio dovere di far fallire, per quanto è in me, la realizzazione degli scopi che le autorità si prefiggono, Lei può immaginarsi che sono alquanto irritato e che ho risposto alquanto duramente a Meyen ». In realtà era la rottura coi Liberi, che politicamente hanno fatto tutti più o meno una brutta fine; da Bruno Bauer, più tardi collaboratore della Kreuzzeitung e della Post, fino a Eduard Meyen, che morì direttore della Danziger Zeitung e metteva il punto alla sua vita sprecata con la pietosa freddura che gli era consentito di deridere soltanto i protestanti ortodossi, dato che il proprietario liberale del giornale gli aveva proibito di criticare il Sillabo per riguardo gli abbonati cattolici. Altri dei Liberi si sono insinuati nella stampa ufficiosa o addirittura ufficiale, come Rutenberg, che qualche decennio dopo morì direttore del Preussicher Staatsanzeiger.

Ma allora, nell'autunno 1842, costui era ancora l'uomo più temuto, e il governo pretese il suo allontanamento. A dire il vero, quest'ultimo durante l'estate aveva tormentato il giornale con la censura, ma gli aveva ancora concesso di vivere, nella speranza che morisse da sé; l'8 agosto il prefetto renano von Schaper comunicava a Berlino che il numero degli abbonati ammontava soltanto a 885. Ma il 15 ottobre aveva assunto la direzione Marx, e il 10 novembre Schaper annunciava che il numero degli abbonati cresceva incessantemente; da 885 si era elevato a 1820, e la evidenza del giornale diveniva sempre più ostile e insolente. A ciò si aggiunse che sul tavolo della Rheinische Zeitung era capitato un progetto di legge sul matrimonio estremamente reazionario, la cui pubblicazione anticipata inasprì il re tanto più in quanto le difficoltà che esso frapponeva il divorzio trovarono una violenta resistenza tra la popolazione. Egli pretendeva che si minacciasse al giornale l'immediata soppressione se non denunciava chi aveva fornito il progetto, ma i ministri non vollero Intrecciare la corona del martirio per l'odiato giornale, che prevedevano avrebbe respinto una così infame pretesa. Si contentarono di allontanare Kuicnberg da Colonia e di pretendere, sotto pena di divieto, la nomina di un direttore responsabile che avrebbe firmato il giornale invece dell'editore Renard. Nello stesso tempo, al posto del censore Dolleschall, Caduto in discredito per la sua scarsa intelligenza, fu nominato un tale assessore Wiethaus.

Il 30 novembre Marx comunicava a Ruge: « Rutenberg, al quale era già stato disdetto l'articolo tedesco (per il quale la sua attività consisteva principalmente nel mettere la punteggiatura), al quale soltanto per opera mia era stato affidato quello francese, Rutenberg, data l'immensa stupidità delle nostre autorità statali di controllo, aveva la fortuna di passare per Un individuo pericoloso, sebbene per nessuno fosse più pericoloso che per la Rheinische Zeitung e per se stesso. Ci è stato imposto d'autorità l'allontanamento di Rutenberg. L'autorità prussiana di controllo, questo despotisme prussien, le plus hypocrite, le plus fourbe, ha risparmiato al gerente [Renard] un passo spiacevole, e il nuovo martire, che sa già rappresentare la coscienza del martirio con un certo virtuosismo nella fisionomia, nell'atteggiamento e nel linguaggio, Rutenberg insomma, sfrutta questa occasione, scrive a tutto il mondo, scrive a Berlino dicendo di essere il principio della Rheinische Zeitung in esilio, che assume ora un'altra posizione verso il governo». Marx commenta l'incidente osservando che il suo dissidio coi Liberi di Berlino si è così acuito, ma sembra quasi che prendendo in giro il « martire » Rutenberg abbia calcato un po' troppo la mano contro quel povero diavolo.

La sua osservazione che l'allontanamento di Rutenberg era stato « imposto d'autorità» e che così era stato risparmiato all'editore Renard un « passo spiacevole », non si può spiegare altrimenti se non pensando che ci si adattò all'intervento d'autorità e che si rinunciò a ogni tentativo di mantenere Rutenberg. Un tentativo del genere sarebbe stato senza dubbio privo di prospettive, e si aveva certamente motivo di risparmiare all'editore ogni « passo spiacevole », cioè ogni interrogatorio obbligato, per cui quell'editore assolutamente apolitico non era all'altezza. Egli si limitò a firmare una protesta scritta contro il minacciato divieto, ma, come dimostra la copia a mano che si trova nell'archivio di Stato di Colonia, essa fu stesa da Marx.

In essa, « cedendo all'imposizione », si accetta il provvisorio allontanamento di Rutenberg e ci si impegna alla nomina di un direttore responsabile. E si afferma che la Rheinische Zeitung farà il possibile per evitare la fine, per quanto ciò sia compatibile con la missione di un giornale indipendente. Essa si imporrà nella forma una maggiore moderazione di quella mostrata finora, naturalmente fin dove il contenuto lo consenta. Lo scritto è redatto con una cautela diplomatica di cui non si può portare altro esempio nella vita del suo autore, ma come sarebbe ingiusto pesare ogni parola con la bilancia dell'orefice, non meno ingiusto sarebbe dire che il giovane Marx avesse proprio fatto violenza alle sue convinzioni di allora. Nemmeno per quello ch'egli dice sui sentimenti filoprussiani del giornale. Accanto ai suoi articoli polemici contro l'agitazione antiprussiana condotta dalla Allgemeine Zeitung di Augusta, e accanto alla sua azione per l'estensione dello Zollverein alla Germania nord-occidentale, le sue simpatie prussiane si sarebbero mostrate soprattutto nel suo continuo richiamo alla scienza della Germania settentrionale in contrasto con la superficialità delle teorie francesi e anche tedesche del sud. La Rheinische Zeitung era il primo «giornale renano e in generale tedesco del sud» che introduceva nel sud lo spirito nordico-tedesco e che contribuiva così all'unione spirituale delle stirpi divise. A questo ricorso il prefetto von Schaper rispose alquanto di malagrazia; anche se Rutenberg fosse stato subito licenziato e se fosse stato nominato un direttore assolutamente adatto, il rilascio di un'autorizzazione definitiva sarebbe dipeso dal futuro atteggiamento del giornale. Soltanto per l'incarico del nuovo direttore fu concesso un margine di tempo fino al 12 dicembre. Ma non ci si arrivò, perché a metà dicembre era in atto già una nuova guerra. Due corrispondenze al giornale da Bernkastel sulla miserevole situazione dei contadini della Mosella dettero a Schaper l'occasione a due rettifiche che erano altrettanto inconcludenti per il contenuto quanto dure per la forma. La Rheinische Zeitung, da principio, fece ancora buon viso a cattivo gioco e lodò la « pacata dignità » di queste rettifiche, la quale era tale da far arrossire idi uomini dello Stato di polizia segreta e si prestava «tanto per toglier di mezzo la sfiducia quanto per rafforzare la fiducia». Ma dopo aver raccolto il materiale necessario, essa, a cominciare dalla metà di gennaio, portò in cinque articoli una quantità di prove documentate di come il governo avesse soffocato con spietata crudeltà le grida di soccorso dei contadini della Mosella. Il più alto funzionario della Renania faceva così una pessima figura. Tuttavia egli si ebbe la dolce consolazione di apprendere che la soppressione del giornale era stata decisa dal consiglio dei ministri, in presenza del re, già il 21 gennaio 1843. Verso la fine dell'anno la collera del re era stata eccitata da una serie di avvenimenti: e cioè da una lettera tra sentimentale e insolente che Herwegh gli aveva indirizzata da Konigsberg, e che la Leipziger Allgemeine Zeitung aveva pubblicato ad insaputa e contro la volontà dell'autore, poi dall'assoluzione di Johann Jacoby, da parte della Corte suprema, dall'accusa di alto tradimento e di lesa maestà, e infine anche una professione di fede «nella democrazia coi suoi problemi pratici» resa dai Deutsche Jahrbùcher per l'anno nuovo. In seguito a ciò essi vennero subito proibiti e così anche — per la Prussia — la Leipziger Allgemeine Zeitung; ora, senza por tempo in mezzo, anche « l'altra puitana del Reno» doveva fare la stessa fine, tanto più che essa aveva duramente stigmatizzato la soppressione degli altri due giornali.

Come pretesto formale del divieto servì la pretesa mancanza di una autorizzazione («quasi che in Prussia, — diceva Marx — dove nemmeno un cane può vivere senza il bravo bollo della polizia, la Rheinische Zeitung avrebbe potuto uscire anche un sol giorno senza le condizioni ufficiali per esistere») e come «motivo concreto» fu ripetuto il chiacchierio antico e neo-prussiano sulla scellerata tendenza («il vecchio ritornello — diceva Marx irridendo — sui cattivi sentimenti, sulle buone teorie, sui trallalalà ecc. » ) Per un riguardo verso gli azionisti si consentì l'uscita del giornale per tutto il trimestre. «Durante questa dilazione accordata al condannato, essa è sottoposta a una doppia censura. Il nostro censore, persona degna, è infatti sottoposto alla censura del locale presidente del governo, von Gerlach, un testone che ob­bedisce passivamente; e, più esattamente, il nostro giornale, una volta pronto, dev'essere posto sotto il naso della polizia perché lo annusi, e se c'è puzza appena un po' di anticristiano o di antiprussiano, il giornale non può uscire ». Così Marx a Ruge. In realtà l'assessore Wiethaus fu abbastanza dignitoso da rinunciare alla censura, cosa per cui la società corale di Colonia lo onorò con una canzone. Al posto suo fu mandato da Berlino il segretario ministeriale Saint-Paul, il quale esercitò il mestiere del secondino con tanto zelo che già il 18 febbraio si potè abolire la doppia censura.

Il divieto del giornale fu accolto da tutta la provincia del Reno come un'onta inflitta ad essa medesima. Il numero degli abbonati salì rapidamente a 3.200, e petizioni firmate da migliaia di persone giunsero a Berlino per scongiurare il colpo imminente. Perfino una delegazione di azionisti si mise in viaggio, ma non fu ammessa alla presenza del re, come del resto le petizioni della popolazione sarebbero scomparse senza lasciar segno nel cestino della cartaccia, se non avessero occasionato energici rabbuffi ai funzionari che le avevano firmate. Più preoccupante era il fatto che gli azionisti cercassero di ottenere con un atteggiamento più remissivo del giornale quello che non erano riuscite ad ottenere le loro rappresentanze viaggianti; essenzialmente questa circostanza indusse Marx a dimettersi dalla direzione sin dal 17 marzo, cosa che naturalmente non gli impedì di rendere fino all'ultimo momento il più possibile amara la vita alla censura.

Saint-Paul era un giovane bohémien che a Berlino frequentava le birrerie coi Liberi, e a Colonia si azzuffava coi guardiani notturni davanti ai bordelli. Ma era un tipo scaltro, che scoprì presto dove risiedeva il « centro dottrinale » della Rheinische Zeitung e la « fonte viva » delle sue teorie. Nelle sue relazioni a Berlino egli parlò con involontario rispetto di Marx, di cui sia il carattere che l'intelligenza gli avevano evidentemente fatto una grande impressione, nonostante il «profondo errore speculativo » che pretendeva di avere scoperto in lui. Il 2 marzo Saint-Paul poteva annunciare a Berlino che Marx si era deciso, «date le attuali circostanze », a rompere ogni rapporto con la Rheinische Zeitung e a lasciare la Prussia, cosa che indusse i furbi signori di Berlino notare nei loro atti che non era davvero una perdita se Marx se ne andava all'estero, dato che i suoi «sentimenti ultra democratici si trovano in assoluto contrasto col principio dello Stato prussiano»; sul che non c'era certamente nulla da obbiettare. Il 18, poi, il degno censore giubilava: «Lo spiritus rector di tutta l'impresa, il dott. Marx, se ne è andato ieri definitivamente, e Oppenheim, uomo veramente moderato nel complesso e del resto insignificante, gli è succeduto nella direzione... Io mi trovo molto avvantaggiato, e oggi ho impiegato appena un quarto del tempo abituale per la censura». A Marx che se ne andava egli faceva il più lusinghiero complimento proponendo a Berlino di lasciare ormai che la Rheinische Zeitung continuasse a vivere in pace. Ma i suoi committenti lo superavano in viltà; gli fu suggerito di comprare in segreto il direttore della Kòlnische Zeitung, un certo Hermes, e di spaventare l'editore di questo giornale, al quale la Rheinische Zeitung aveva mostrato la possibilità di una pericolosa concorrenza; e il colpo mancino riuscì.

Marx stesso però scriveva già il 25 gennaio a Ruge, nello stesso giorno cioè in cui era arrivato a Colonia il divieto della Rheinische Zeitung: «Nulla mi ha sorpreso. Lei sa che cosa io già pensassi dell'istruzione sulla censura. Io vedo qui soltanto una conseguenza, io vedo nella soppressione della Rheinische Zeitung un progresso della coscienza politica perciò mi rassegno. Inoltre l'atmosfera era divenuta troppo pesante per me. E' brutto compiere lavori servili anche per la libertà e combattere a colpi di spillo invece che di mazza. Mi sono stancato dell'ipocrisia, della stupidità, della rozza autorità e del nostro piegarci, curvarci, chinare le spalle e sofisticare con le parole. Insomma il governo mi ha ridato la libertà... In Germania non posso combinare più nulla. Qui si falsifica sé stessi».