Le accoglienze al «Capitale»

La speranza espressa da Engels dopo il compimento del primo volu­me, che Marx una volta «liberatosi dall'incubo» si sarebbe sentito un altro, si compì solo in parte.

La salute di Marx non ebbe un miglioramento stabile, e anche le sue condizioni economiche rimasero in uno stato di penosa incertezza. In quel tempo egli meditò seriamente il progetto di trasferirsi a Ginevra, dove poteva vivere con una spesa molto minore, ma il destino lo legò per il momento a Londra, ai tesori del British Museum; sperava in un editore per una traduzione inglese della sua opera e non poteva né vole­va cedere le direzione teorica dell'Internazionale prima che essa si fosse avviata su binari sicuri.

Una gioia familiare gli procurò il matrimonio della sua seconda figlia Laura con Paul Lafargue, il suo «studente di medicina creolo». I due giovani si erano già fidanzati nell'agosto del 1866, ma prima di pensare al matrimonio il fidanzato doveva terminare i suoi studi di medi­cina. Per aver partecipato a un congresso di studenti a Liegi, Lafargue era stato espulso per due anni dall'Università di Parigi ed era andato a Londra per conto dell'Internazionale; come seguace di Proudhon non aveva alcuna relazione stretta con Marx e si era presentato in casa sua per una pura cortesia, con un biglietto di raccomandazione di Tolain. Tuttavia accadde come spesso suole accadere. «Il giovane s'era attaccato prima a me — scrisse Marx ad Engels dopo il fidanzamento — ma pre­sto l'attrazione passò dal vecchio alla figlia. Le sue condizioni economiche sono di livello medio, poiché è l'unico figlio di una famiglia di ex pian­tatori»[1]. Marx lo descrisse all'amico come un bel giovane, intelligente, energico e fisicamente ben sviluppato, un tipo buono come il pane, sol­tanto viziato e troppo selvaggio.

Lafargue era nato a Santiago nell'isola di Cuba, ma fin dall'età di nove anni era venuto in Francia. Da parte della madre di suo padre, una mu­latta, aveva sangue negro nelle vene, e di questo particolare, di cui egli stesso parlava volentieri, davano testimonianza il colore opaco della sua pelle e il bianco dei grandi occhi sul viso che del resto aveva un taglio re­golare. Questa mescolanza di sangue era forse il motivo di una certa testar­daggine che induceva Marx a farsi spesso beffe, tra irritato e scherzoso, del suo « cranio di negro ». Ma il tono di bonaria canzonatura con cui si trattavano a vicenda dimostrava soltanto che s'intendevano perfetta­mente. In Lafargue Marx non aveva trovato soltanto il genero che faceva la felicità della figlia, ma anche un capace e valido aiuto, un fedele cu­stode della sua eredità spirituale.

Ma la sua preccupazione principale rimase il successo del suo libro. Il 2 novembre 1867 egli scriveva a Engels: « Il destinò del mio libro mi rende inquieto. I tedeschi sono buona gente. Le loro prestazioni servili agli inglesi, ai francesi e perfino agli italiani in questo campo li autoriz­zano in effetti a ignorare la mia storia. I nostri di laggiù di agitazione non capiscono un'acca. Pertanto si dovrà fare come i russi: aspettare. La pazienza è il nocciolo della diplomazia e dei successi russi. Ma noialtri, che si vive solo una volta, possiamo creparci sopra»[2]. L'impazienza che traspare da queste righe era comprensibilissima, ma non del tutto giusti­ficata.

Quando Marx scriveva così, non erano ancora passati due mesi da quando il libro era uscito, e in un termine di tempo così breve non si poteva scrivere una critica a fondo. Però, per quanto si trattava non del lavoro in profondità, ma del « far chiasso », che per Marx era, in un primo tempo, anche la cosa più necessaria per le ripercussioni in Inghil­terra, Engels e Kugelmann si dettero tutto il da fare umanamente possibile, senza che si potesse far loro il rimprovero di un eccesso di zelo. Ebbero in­vero successi non trascurabili. Essi riuscirono a collocare annunci della prossima pubblicazione del libro e a far riprodurre la prefazione in un considerevole numero di giornali anche borghesi. Avevano pronta persino una bomba reclamistica, secondo le idee del tempo, un articolo biografico su Marx col suo ritratto, da pubblicare sulla Gartenlaube, quando Marx stesso li pregò di astenersi da questo «spasso».  «Ritengo simili cose piut­tosto dannose che utili, e al di sotto del carattere di un uomo di scienza. Per esempio, il Meyers Konversationslexikon da parecchio tempo mi ha ri­chiesto per iscritto una biografia. Non solo non l'ho fornita, ma non ho nemmeno risposto alla lettera. Ognuno deve andare in paradiso a modo suo»[3]. L'articolo di Engels destinato alla Gartenlaube — che l'autore stesso definì « foglio di carta raffazzonato nella maggior fretta in forma il più possibile da Beta»[4] — apparve quindi nella Zukunft, l'organo di Johann Jacoby, che Guido Weiss pubblicava a Berlino dal 1867, ma ebbe poi la sorte singolare di essere riprodotto, abbreviato, da Liebknecht sul Demokratisches Wochenblatt, tanto che Engels osservò stizzosamen­te: «Wilhelm ora è caduto tanto in basso che non gli è più neanche permesso di dire che Lassalle ti ha copiato e copiato male. Con ciò tutta la biografia ha avuto i testicoli tagliati, e a che scopo la stampi poi ancora, lo può sapere solo lui»[5]. Come è noto, le frasi omesse contenevano precisamente l'opinione dello stesso Liebknecht; solo che non voleva of­fendere un certo numero di lassalliani che si erano appunto staccati da Schweitzer e giusto allora contribuivano a formare la frazione eisenachiana. Si vede che non soltanto i libri, ma anche gli articoli hanno il loro destino.

Tuttavia, se non proprio nei primi mesi, poco tempo dopo Marx ebbe alcune buone recensioni del suo libro. Una di Engels sul Demokratisches Wochenblatt, poi di Schweitzer sul Sozialdemokrat e di Joseph Dietzgen, ancora sul Demokratisches Wochenblatt. A parte Engels, sul cui giudizio non occorre dir niente, Marx riconobbe .che anche Schweitzer, nonostante alcuni errori, s'era sgobbato il libro e sapeva dove si trovavano i punti decisivi, e in Dietzgen, di cui sentì parlare per la prima volta solo dopo la pubblicazione del libro, salutò, senza per aitro sopravvalutarlo una mente dotata di capacità filosofiche.

Sempre nel 1867 si fece sentire anche il primo «specialista». Era Duhring, che recensì il libro negli Ergànzungsblatter[6] di Meyer; non aveva capito, come disse Marx, gli elementi del tutto nuovi del libro, ma la critica era tale da non lasciare insoddisfatto Marx. La definì persino «assai decente», pur supponendo che Duhring avesse scritto non tanto per interesse e intelligenza dell'argomento, quanto per odio contro Roscher e altri grandi dell'università. Engels dette fin dal primo momento un giudizio più sfavorevole dell'articolo di Duhring, e ben presto si vide che aveva l'occhio più acuto, quando Duhring fece un voltafaccia e si mi­se con tutte le forze a denigrare il libro.

Con altri «specialisti» Marx fece delle esperienze altrettanto tristi; ancora otto anni dopo, uno di questi galantuomini, che per prudenza tenne celato il suo nome, sputò questa edificante sentenza oracolare: che Marx, come «autodidatta», non si era accorto del lavoro scientifico di tutta una generazione. Date queste e simili uscite, l'asprezza con cui Marx soleva parlare di questa gente era pienamente giustificata. Solo che forse attribuiva troppo alla loro cattiva volontà, e troppo poco alla loro igno­ranza. Il suo metodo dialettico infatti era incomprensibile per loro. Ciò si vedeva soprattutto nel fatto che anche uomini che non mancavano di buona volontà né di conoscenze economiche si raccapezzavano con diffi­coltà nel libro, mentre, all'inverso uomini che non erano per niente pra­tici di questioni economiche ed erano più o meno ostili al comunismo, ma che avevano qualche nozione della dialettica hegeliana, ne parlavano con grande entusiasmo.

Quindi Marx giudicava con durezza ingiustificata la seconda edizio­ne dell'opera di F. A. Lange sulla questione operaia, in cui l'autore si occupava estesamente del primo volume del Capitale : «Il signor Lange mi fa grandi elogi, ma allo scopo di darsi lui stesso dell'importanza»[7]. Questo non era certamente lo scopo di Lange, il cui sincero interesse per la questione operaia era superiore a qualsiasi dubbio. Invece Marx aveva certamente ragione nel dire che in primo luogo Lange non capiva niente del metodo hegeliano e che quindi, in secondo luogo, tanto meno capiva nel modo critico con cui Marx lo applicava. In effetti Lange capovolgeva le cose, quando affermava che, quanto alla base speculativa, Lassalle era più libero e indipendente rispetto a Hegel di quanto fosse Marx, che per la forma speculativa si sarebbe attenuto strettamente alla maniera del modello filosofico e in parecchie parti dell'opera — come nella teoria del valore, alla quale Lange non voleva assegnare alcuna importanza dura­tura — sarebbe riuscito a fatica a farvela penetrare.

Ancora più curioso fu il giudizio di Freiligrath sul primo volume, che Marx gli aveva mandato in regalo. I rapporti di amicizia fra i due erano continuati dal 1859, anche se occasionalmente erano stati turbati per colpa di terze persone. Freiligrath era in procinto di far ritorno in Germania, dove la nota raccolta di denaro gli aveva assicurato una vec­chiaia senza preoccupazioni, dopo che, quasi sessantenne, era stato ridot­to alla fame dallo scioglimento della filiale di banca da lui diretta. L'ulti­ma lettera che egli mandò al vecchio amico (dopo non si sono più scritti) era un cordiale augurio per le nozze del giovane Lafargue e un ringrazia­mento non meno cordiale per il primo volume del Capitale. Freiligrath assicurava di avere attinto dallo studio del libro i più diversi insegnamen­ti, il più ampio godimento; aggiungeva che il successo forse non sarebbe stato né troppo rapido né troppo clamoroso, ma che l'effetto intimo sa­rebbe stato perciò tanto più profondo e duraturo. «So che sul Reno molti giovani commercianti e proprietari di fabbriche si entusiasmano del libro. In questi ambienti adempirà al suo vero scopo, inoltre sarà indispensa­bile allo scienziato come opera di consultazione»[8]. Freiligrath definiva se stesso «economista col cuore» e non gli erano mai andate a genio le « hegelianerie » ma per quasi due decenni aveva vissuto in mezzo al traffico mondiale di Londra, e quindi fu un'uscita assai sorprendente, que­sta affermazione di non vedere altro, nel primo volume del Capitale, che un manuale per giovani commercianti o al massimo un'opera scientifica di consultazione.

Completamente diverso fu il giudizio di Ruge, che era nemico di­chiarato del comunismo e non aveva conoscenze di economia, ma che un tempo si era fatto le ossa come giovane hegeliano. « E' un'opera che fa epoca e spande una luce brillante, spesso penetrante, sullo sviluppo, sulle rovine e le doglie e sui giorni di tremendo dolore dei periodi della so­cietà. Le dimostrazioni sul plusvalore attraverso il lavoro non pagato, sulla espropriazione degli operai che lavoravano per conto proprio e sulla im­minente espropriazione degli espropriatoti sono classiche. Il libro supera l'orizzonte di molti uomini e giornalisti; ma esso si affermerà certamente ed eserciterà, nonostante l'ampia impostazione, anzi proprio per questa, un effetto potente» Un giudizio simile dette Ludwig Feuerbach, solo che data la sua formazione, non si interessava tanto della dialettica del­l'autore quanto dell'« opera ricca di dati di fatto incontestabili, di una spe­cie quanto mai interessante ma anche atroce», che doveva comprovare la sua filosofia morale: dove manca il necessario per vivere, manca anche la necessità morale.

La prima traduzione del primo volume apparve in Russia. Già il 12 ottobre del 1868 Marx annunciò a Kugelmann che un libraio di Pietro­burgo l'aveva sorpreso con la notizia che la traduzione era già in corso di stampa, e gli aveva chiesto la sua fotografia per il frontespizio. Marx aggiungeva che non poteva rifiutare questa piccolezza ai suoi «buoni amici», i russi; e che era un'ironia del destino che i russi, da lui combat­tuti senza tregua da 25 anni, e non solo in tedesco, ma anche in francese e in inglese, fossero sempre stati suoi « fautori » : anche il suo scritto contro Proudhon e la sua Critica dell'economia politica non avevano tro­vato da nessuna parte uno smercio maggiore che in Russia; ma non vo­leva farci molto caso: era pura ghiottoneria, quella di afferrare sempre ciò che di più estremo forniva l'occidente.

La cosa però non stava così. La traduzione non uscì prima del 1872, ma fu un'impresa seria, scientifica, che riuscì «magistralmente», come riconobbe Marx stesso dopo che fu finita. Il traduttore era Danielson, noto col suo nome di scrittore Nikolai, e con lui, per alcuni dei capitoli più importanti, il giovane e coraggioso rivoluzionario Lopatin, «una testa molto sveglia, critica, carattere sereno, stoico come un contadino russo, che prende lietamente tutto ciò che trova»: così lo descriveva Marx, quando Lopatin gli fece visita nell'estate del 1870. La censura russa aveva dato il permesso per la pubblicazione della traduzione con la motivazione seguente : «Nonostante che l'autore per le sue convinzio­ni sia un perfetto socialista, e tutto il libro abbia un carattere socialista perfettamente definito; tuttavia, considerato che non si può affermare che l'esposizione sia accessibile a tutti e che d'altra parte essa è in forma di dimostrazione scientifica strettamente matematica, il Comitato dichiara che è impossibile perseguire quest'opera a termini di legge». La tradu­zione uscì il 27 marzo 1872, e il 25 maggio erano già stati venduti 1000 esemplari, un terzo dell'intera tiratura.

Nel medesimo tempo cominciò ad uscire una traduzione francese, e proprio mentre usciva la seconda edizione dell'originale tedesco, a dispense. Era opera di J. Roy, con la strettissima collaborazione dello stesso Marx, che dovette fare perciò un «lavoro del diavolo», tanto che più volte si lamentò di dover lavorare più che se si fosse messo da solo a fare la traduzione. In compenso poté dare ad essa un valore scientifico particolare, anche di fronte all'originale.

In Inghilterra il primo volume del Capitale ebbe un successo più limi­tato che in Germania, in Russia e in Francia. Sembra che sia stato oggetto di una sola recensione sulla Saturday Review, che elogiava l'esposizione in quanto metteva uno speciale fascino nella più aride questioni econo­miche. Un lungo articolo che Engels aveva scritto per la Fortnightly Review fu respinto dalla redazione perché «troppo arido», nonostante che Beesly, che era in stretta relazione con questa rivista, si fosse adoprato per farlo accettare. Una traduzione inglese, da cui Marx tanto si ripro­metteva, non fu mai fatta in vita di Marx.

 

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 439.

[2] Carteggio Marx-Engels, vol. V cit., p. 90.

[3] Lettere a Kugelmann cit., p. 84.

[4] Carteggio Marx-Engels, vol. V cit., p. 222.

[5] Ibid., p. 409.

[6] Ergànzungsblatter zur Kenntnis der Gegcnwart (Supplementi alla cono­scenza del presente), III, fase. 3.

[7] Lettere a Kugelmann cit., p. 125.

[8] La lettera di Freiligrath è riportata in Lettere a Kugelmann cit., p. 73 sg.