Il primo volume

Nel primo capitolo della sua opera Marx riassunse di nuovo ciò che aveva esposto nella sua opera del 1859 sulla merce e il denaro. Ciò fece non solo per desiderio di completezza, ma perché anche delle perso­ne di talento non avevano del tutto capito le cose, e quindi doveva esservi qualche difetto nell'esposizione, specialmente nell'analisi della merce.

Nel numero di quelle persone di talento non c'erano certo i dotti tedeschi, che hanno condannato proprio il primo capitolo del Capitale per la sua «mistica oscura». «A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d'uso, non ce nulla di misterioso in essa... Quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare». Di ciò si ebbero a male tutte le teste di legno che producono in gran quantità sottigliezze metafisiche e capricci teologici, ma che non sanno produrre una cosa così sensibile come può essere un ordinario tavolo di legno.

In realtà questo primo capitolo, considerato da un punto di vista puramente letterario, è fra le cose più notevoli che Marx abbia scritto. Seguiva poi la ricerca su come il denaro si trasforma in capitale. Se nella circolazione delle merci si scambiano fra loro valori uguali, com'è pos­sibile che il possessore di denaro compri delle merci al loro valore e le venda al loro valore e ricavi tuttavia più valore di quanto ne aveva impiegato? Ciò è possibile poiché negli attuali rapporti sociali egli trova sul mercato una merce di un carattere così singolare che il suo consumo è fonte di nuovo valore. Questa merce è la forza-lavoro. Essa esiste nella forma del lavoratore vivente, che per la sua esistenza e per il mantenimento della sua famiglia, che assicura la continuità della forza-lavoro anche dopo la sua morte, ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Il tempo di lavoro necessario per la produzione di questi mezzi di sussistenza rappresenta il valore della forza-lavoro. Ma questo valore pagato nel salario è molto inferiore al valore che il compratore della forza-lavoro da essa può trarre. Il pluslavoro del lavora­tore, compiuto oltre il tempo necessario per compensare il suo salario, è la fonte del plusvalore, dell'ingrossamento sempre crescente del capi­tale. Il lavoro non pagato del lavoratore mantiene tutti i membri della società che non lavorano; su di esso poggia l'intera situazione sociale nella quale noi viviamo.

Il lavoro non pagato non è, in sé, una particolarità della moderna società borghese. Da quando esistono classi possidenti e classi non possi­denti, la classe che non possiede ha sempre dovuto fornire lavoro non pagato. Da quando una parte della società possiede il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o non libero, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento un tempo di lavoro eccedente, per produrre i mezzi di sussistenza per i proprietari dei mezzi di produzione. Il lavoro salariato è soltanto una particolare forma storica del sistema del lavoro non pagato, che domina fin da quando esiste la divisione in classi, una particolare forma storica che deve essere presa in esame come tale, per essere rettamente intesa.

Per trasformare il denaro in capitale, il possessore di denaro deve incontrare sul mercato il lavoratore libero, libero nel duplice senso che disponga come persona libera della sua forza-lavoro come propria merce e che non abbia da vendere altre merci, che sia libero da tutte le cose necessarie per realizzare la sua forza-lavoro. Questo non è un rapporto risultante dalla storia naturale, perché la natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall'altra puri e semplici possessori della propria forza-lavoro. E non è neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia, ma il risultato di un lungo svolgi­mento storico, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale.

La produzione delle merci è il punto di partenza del capitale. La pro­duzione delle merci, la circolazione delle merci e la circolazione svilup­pata delle merci, cioè il commercio, costituiscono i presupposti storici del suo nascere. Dalla creazione del commercio mondiale e del mercato mondiale moderno nel secolo XVI data la storia moderna della vita del capitale. L'illusione dell'economista volgare, che vi fossero una volta una élite operosa che accumulava ricchezze, e una massa di straccioni oziosi, (che alla fine non avevano altro da vendere che la loro propria pelle, è mia sciocca puerilità: una puerilità tanto sciocca quanto la semioscu­rità in cui gli storici borghesi rappresentano la dissoluzione del modo feudale di produzione come emancipazione del lavoratore, e non come trasformazione, in pari tempo, del modo di produzione feudale nel modo ili produzione capitalistico. Quando i lavoratori cessarono di far parte direttamente dei mezzi di produzione, come schiavi e servi, i mezzi di produzione cessarono di appartenere a loro, come al contadino e all'arti­giano indipendente. Mediante una serie di metodi violenti e crudeli, che Marx descrive diffusamente, desumendoli dalla storia inglese, nei capitolo sull'accumulazione originaria, la gran massa del popolo fu pri­vata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro. Così sorsero i lavoratori liberi di cui il modo di produzione capitalistico ha bisogno: venne al mondo il capitale, grondante sangue e lordura da tutti i pori, da capo a piedi. Appena potè reggersi da sé, esso non sol­tanto ottenne la separazione fra il lavoratore e la proprietà delle condi­zioni di realizzazione del lavoro, ma la riprodusse su scala sempre cre­scente.

Il lavoro salariato si distingue dalle specie più antiche di lavoro non pagato per il fatto che il movimento del capitale non conosce limiti, la sua bramosia di pluslavoro è insaziabile. Nelle formazioni economiche delle società in cui prevale il valore d'uso e non il valore di scambio del prodotto, il pluslavoro è limitato da una cerchia più o meno larga di bisogni, ma dal modo di produzione non deriva una necessità illimitata di pluslavoro. Diversamente vanno le cose là dove prevale il valore di scambio. Come produttore di laboriosità altrui, come pompatore di pluslavoro e sfruttatore di forza-lavoro, il capitale sopravanza per ener­gia, smisuratezza e vigore tutti i precedenti processi di produzione fondati direttamente sul lavoro forzato. Ad esso non interessa il processo lavora­tivo, la creazione dei valori d'uso, ma il processo di valorizzazione, la produzione di valori di scambio, da cui può cavare più valore di quanto ne abbia immesso. La fame di plusvalore non conosce sazietà; per la produzione dei valori di scambio non esistono quei limiti che per la produzione dei valori d'uso sono fissati nella soddisfazione dei bisogni.

Come la merce è unità di valore d'uso e valore di scambio, così il processo di produzione della merce è unità di processo lavorativo e pro­cesso di formazione di valore. Il processo di formazione di valore dura fino al momento in cui il valore della forza-lavoro pagato col salario è sostituito da un valore equivalente. Da questo punto in poi diventa processo di formazione del plusvalore, processo di valorizzazione. Come unità di processo lavorativo e di processo di valorizzazione, esso diventa processo di produzione capitalistico, forma capitalistica di produzione delle merci. Nel processo lavorativo concorrono forza-lavoro e mezzi di produzione; nel processo di valorizzazione le stesse parti costitutive del capitale appaiono come capitale costante e capitale variabile. Il capi­tale costante si converte in mezzi di produzione, in materia prima, ma­teriali ausiliari e mezzi di lavoro, e non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Il capitale variabile si converte in forza-lavoro e cambia il suo valore nel processo di produzione; ripro­duce il suo equivalente e inoltre produce un'eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Così Marx si apre la strada per la ricerca sul plusvalore, di cui trova due forme, il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo, che hanno avuto una parte diversa ma parimente decisiva nella storia del modo di pro­duzione capitalistico.

Il plusvalore assoluto è prodotto quando il capitalista prolunga il tempo di lavoro oltre il tempo necessario per la riproduzione della forza-lavoro. Se le cose andassero secondo i suoi desideri, la giornata lavorativa sarebbe di ventiquattrore, dato che egli produce un plusvalore tanto maggiore quanto più lunga è la giornata lavorativa. Il lavoratore, vice­versa, sente giustamente che ogni ora di lavoro da lui compiuta di là dalla compensazione del salario gli è illegittimamente sottratta; egli è costretto a provare sul suo stesso corpo che cosa significa lavorare per un tempo troppo lungo. La lotta per la durata della giornata lavorativa dura dal primo apparire di liberi lavoratori fino al giorno d'oggi. Il capitalista lotta per il suo profitto, ed è costretto dalla concorrenza (non importa se egli sia come individuo una nobile persona o un cattivo sog­getto) a protrarre la giornata lavorativa fino ai limiti estremi della resi­stenza umana. Il lavoratore lotta per la sua salute, per qualche ora di riposo quotidiano, per poter vivere da uomo anche altrimenti che lavo­rando, mangiando, dormendo. Marx descrive in maniera efficacissima la guerra civile di mezzo secolo che la classe dei capitalisti e la classe operaia hanno combattuto in Inghilterra, a cominciare dalla nascita della grande industria, che spinse i capitalisti ad infrangere tutti i limiti che la natura e i costumi, l'età e il sesso, il giorno e la notte opponevano allo sfruttamento del proletariato, fino alla promulgazione del bill delle dieci ore, che gli operai si conquistarono come potentissima barriera sociale che impedisce a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto col capitale.

Il plusvalore relativo è prodotto quando il tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro è abbreviato a vantaggio del plus-lavoro. Il valore della forza-lavoro viene abbassato facendo salire la forza produttiva del lavoro in quei rami dell'industria i cui prodotti deter­minano il valore della forza-lavoro. A questo scopo è necessario un continuo rivoluzionamento del modo di produzione, delle condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo. Le indagini storiche, econo­miche, tecnologiche, socialpsicologiche che Marx offre a questo punto, in una serie di capitoli che trattano della cooperazione, della divisione del lavoro e della manifattura, delle macchine e della grande industria, sono state riconosciute anche da parte borghese come una miniera di scienza.

Marx non soltanto dimostra che le macchine e la grande industria hanno creato una miseria più spaventosa di qualsiasi precedente modo di produzione, ma dimostra anche che esse nel loro ininterrotto rivolu­zionamento della società capitalistica preparano una forma sociale su­periore. La legislazione sulle fabbriche è la prima reazione consapevole e pianificata della società alla forma innaturale assunta dal suo processo di produzione. Regolando il lavoro nelle fabbriche e nelle manifatture, essa appare soltanto, in un primo tempo, come un intervento nei diritti di sfruttamento del capitale.

Ma la forza dei fatti la costringe subito a regolare anche il lavoro a domicilio e a intervenire contro l'autorità dei genitori, riconoscendo in tal modo che la grande industria, dissolvendo il fondamento economico della vecchia famiglia e del lavoro familiare che ad esso corrispondeva, dissolve anche i vecchi rapporti familiari. «Per quanto terribile e repellente appaia la dissoluzione della vecchia famiglia entro il sistema capi­talistico, cionondimeno la grande industria crea il nuovo fondamento economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli ado­lescenti e ai bambini d'ambo i sessi nei processi di produzione social­mente organizzati al di là della sfera domestica. Naturalmente è altret­tanto sciocco ritenere assoluta la forma cristiano-germanica della famiglia, quanto ritenere assoluta la forma romana antica o la greca antica, oppure quella orientale, che del resto formano fra di loro una serie storica pro­gressiva. E' altrettanto evidente che la composizione del personale operaio combinato con individui d'ambo i sessi e delle età più differenti, benché nella sua forma spontanea e brutale cioè capitalistica, dove l'operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produ­zione per l'operaio, sia pestifera fonte di corruzione e di schiavitù, non potrà viceversa non rovesciarsi, in circostanze corrispondenti, in fonte di sviluppo di qualità umane»[1]. La macchina, che degrada l'operaio fino o farne un suo semplice accessorio, crea nello stesso tempo la pos­sibilità di far salire le forze produttive della società fino a un punto che renderà possibile uno sviluppo ugualmente umano per tutti i membri della società, per il quale tutte le forme sociali precedenti erano troppo povere.

Dopo aver preso in esame la produzione del plusvalore assoluto e relativo, Marx dà la prima teoria razionale del salario che la storia della economia politica conosca. Il prezzo di una merce è il suo valore espresso in denaro, e il salario è il prezzo della forza-lavoro. Sul mercato delle merci si presenta non il lavoro, ma il lavoratore, che offre in vendita la sua forza-lavoro, e il lavoro ha origine soltanto con il consumo della merce forza-lavoro. Il lavoro è la sostanza e la misura immanente dei valori, ma di per sé non ha alcun valore. Eppure sembra che nel salario venga pagato il lavoro, perché il lavoratore ottiene il suo salario soltanto dopo aver compiuto il lavoro. La forma del salario dissolve ogni traccia della divisione della giornata lavorativa in lavoro pagato e non pagato. E' il contrario di ciò che avviene con gli schiavi. Lo schiavo sembra lavorare soltanto per il suo padrone, anche in quella parte della giornata lavorativa in cui non fa che reintegrare il valore dei propri mezzi di sus­sistenza; tutto il suo lavoro appare come lavoro non pagato. Nel lavoro salariato, al contrario, anche il lavoro non pagato appare come lavoro pagato. Là il rapporto di proprietà cela il lavoro che lo schiavo compie per se stesso, qui il rapporto monetario cela il lavoro che l'operaio sala­riato compie senza alcuna retribuzione. Si comprende quindi — dice Marx — l'importanza decisiva che ha la metamorfosi del valore e del prezzo della forza-lavoro nella forma di salario, ossia in valore e prezzo del lavoro stesso. Su questa forma fenomenica, che rende invisibile il rapporto reale e mostra precisamente il suo opposto, si fondano tutte le idee giuridiche dell'operaio e del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche dell'economia volgare.

Le due forme fondamentali del salario sono il salario a tempo e il salario a cottimo. A proposito delle leggi del salario a tempo, Marx dimostra in particolare la vacuità interessata delle frasi secondo cui in seguito alla limitazione della giornata lavorativa il salario dovrebbe esse­re abbassato. E' vero proprio l'opposto. Una riduzione momentanea della giornata lavorativa abbassa il salario, ma una riduzione duratura lo au­menta; quanto più lunga è la giornata lavorativa, tanto più basso è il salario.

Il salario a cottimo non è altro che una forma mutata del salario a tempo: è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Esso acquista un campo d'azione maggiore durante il perio­do della manifattura vera e propria, e negli anni di impeto e slancio della grande industria inglese servì di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per le riduzioni del salario. Il salario a cottimo è vantaggiosissimo per il capitalista, perché rende in gran parte superflua la sorveglianza del lavoro e per di più offre le più svariate occasioni di detrazioni sul salario e simili truffe. Per gli operai invece porta con sé grandi svantaggi: consunzione per eccesso di lavoro, che dovrebbe far salire il salario, mentre in realtà tende a farlo diminuire, aumentata con­correnza fra i lavoratori e indebolimento del loro senso di solidarietà, inserimento di parassiti fra capitalisti e lavoratori, di intermediari che sottraggono una parte considerevole del salario pagato, e altro ancora.

Il rapporto fra plusvalore e salario fa sì che il modo di produzione capitalistico non solo riproduce continuamente al capitalista il suo capi­tale, ma anche riproduce sempre di nuovo la miseria degli operai: da una parte i capitalisti che sono i possessori di tutti i mezzi di sussistenza, di tutti i prodotti grezzi e di tutti gli strumenti di lavoro, dall'altra parte l'enorme massa degli operai, che è costretta a vendere a questi capitalisti la sua forza-lavoro, per un quantum di mezzi di sussistenza che nel mi­gliore dei casi basta giusto per conservarli idonei al lavoro e per allevare una nuova generazione di proletari idonei al lavoro. Ma il capitale non si riproduce semplicemente, ma si ingrandisce e si moltiplica continua­mente; a questo « processo di accumulazione » Marx dedica l'ultima sezione del primo volume.

Non soltanto il plusvalore scaturisce dal capitale, ma il capitale scaturisce anche dal plusvalore. Una parte del plusvalore prodotto annual­mente viene consumata come reddito dalle classi possidenti fra cui esso è ripartito, ma un'altra parte è accumulata come capitale. Il lavoro non pagato che è stato pompato dalla classe operaia, serve ora come mezzo per pompare da essa sempre più lavoro non pagato. Nella corrente della produzione ogni capitale originariamente anticipato diventa una gran­dezza impercettibile, se confrontato col capitale direttamente accumulato, cioè col plusvalore o col plusprodotto ritrasformato in capitale, venga esso impiegato dalla mano che l'ha accumulato o da altre mani. La legge della proprietà privata che si fonda sulla produzione e sulla circo­lazioni delle merci, si cambia per la propria interna, inevitabile dialettica nel suo diretto contrario. Le leggi della produzione delle merci sembrano fondare il diritto di proprietà sul proprio lavoro. Si avevano di fronte possessori di merci con eguali diritti; il mezzo di appropriarsi la merce altrui era soltanto l'alienazione della propria merce, e la propria merce poteva essere prodotta soltanto per mezzo del lavoro. Ora la proprietà, dalla parte del capitalista, appare come il diritto di appropriarsi lavoro altrui non pagato o il suo prodotto; dalla parte dell'operaio, come l'im­possibilità di appropriarsi il proprio prodotto.

Quando i proletari moderni cominciarono a scoprire questi nessi, quando il proletariato urbano di Lione suonò la campana a martello, e in Inghilterra il proletariato rurale fece spiccare il volo al « gallo rosso », allora gli economisti volgari scoprirono la « teoria dell'astinenza », se­condo cui il capitale ha origine per l'« astinenza volontaria » dei capita­listi, teoria che Marx sferzò così spietatamente come Lassalle aveva fatto prima di lui. Ma quello che in realtà contribuisce all'accumulazione del capitale è l'« astinenza » forzata degli operai, l'abbassamento violento del salario al disotto del valore della forza-lavoro, allo scopo di trasfor­mare in parte il necessario fondo di consumo degli operai in un fondo di accumulazione di capitale. Qui hanno la loro vera origine gli alti lamenti sulla vita « sontuosa » degli operai, le litanie senza fine su quella bottiglia di spumante che dei muratori avrebbero una volta bevuto a colazione, le ricette a buon mercato di riformatori sociali cristiani e tutto ciò che appartiene a questo campo della polemica capitalistica.

La legge generale dell'accumulazione capitalistica è la seguente. L'au­mento del capitale comprende l'aumento della sua parte variabile, ossia quella convertita in forza-lavoro. Se la composizione del capitale resta invariata, e una determinata quantità di mezzi di produzione richiede sempre la stessa quantità di forza-lavoro per essere messa in movimento, evidentemente la richiesta di lavoro e il fondo di sussistenza degli operai aumentano in proporzione col capitale, e cioè con tanto maggiore rapi­dità quanto più rapidamente aumenta il capitale. Come la riproduzione semplice riproduce continuamente lo stesso rapporto capitalistico, l'accu­mulazione riproduce il rapporto capitalistico in grado allargato: più capitalisti o più grandi capitalisti da questa parte, più salariati dall'altra. Accumulazione di capitale dunque è incremento di proletariato, che nel caso supposto avviene nelle condizioni più favorevoli per gli operai. Del loro crescente plusprodotto, che si trasforma in misura sempre crescente in nuovo capitale, una parte più grande ritorna a loro in forma di mezzi di pagamento, così che essi estendono la cerchia dei loro godi­menti, e possono rifornire meglio il loro fondo di consumo di vestiti, mobili ecc. Ma ciò non tocca il rapporto di dipendenza in cui si trovano, né più né meno di quanto uno schiavo ben vestito e ben nutrito cessi di essere uno schiavo. Essi debbono sempre fornire un determinato quantum di lavoro non retribuito, che può ridursi, ma mai fino al punto da mettere in serio pericolo il carattere capitalistico del processo di pro­duzione. Se i salari salgono oltre a questo punto, ottundono il pungolo del guadagno e si rilassa l'accumulazione di capitale, finché i salari scendono di nuovo fino a un livello che corrisponda ai suoi bisogni di valorizza­zione.

Ma la catena d'oro che l'operaio si fabbrica da sé si allenta e si alleggerisce solo quando nell'accumulazione del capitale resta invariato il rapporto fra la sua parte costante e la variabile. Ma in realtà col pro­gresso dell'accumulazione si compie una grande rivoluzione in quella che Marx chiama composizione organica del capitale. Il capitale costante aumenta a spese del capitale variabile; la crescente produttività del lavoro fa sì che la massa dei mezzi di produzione cresca più rapidamente della massa di forza-lavoro in essi incorporata; la richiesta di lavoro non cresce di pari passo con l'accumulazione del capitale, ma in proporzione dimi­nuisce. Lo stesso effetto ha in forma diversa la concentrazione del capitale che si compie, indipendentemente dalla sua accumulazione, per il fatto che le leggi della concorrenza capitalistica portano all'inghiottimento del piccolo capitale da parte del grande capitale. Mentre il capitale addi­zionale formato nel procedere dell'accumulazione impiega sempre meno operai, in proporzione alla sua grandezza, il vecchio capitale riprodotto nella nuova composizione respinge da sé un numero sempre maggiore degli operai che esso prima impiegava. Così ha origine una sovrappopola­zione relativa, vale a dire eccedente i bisogni di valorizzazione del capi­tale, un esercito industriale di riserva che viene impiegato irregolar­mente in periodi di affari cattivi o mediocri e pagato al disotto del va­lore della sua forza-lavoro, o viene affidato alla carità pubblica, ma che in tutti i casi serve a paralizzare la forza di resistenza degli operai occu­pati e a tener bassi i loro salari.

Oltre ad essere un prodotto necessario dell'accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, l'esercito industriale di riser­va diventa anche, all'inverso, la leva del modo di produzione capitali­stico. Insieme con l'accumulazione e lo sviluppo della forza produttiva del lavoro che l'accompagna, cresce la forza improvvisa d'espansione del capitale, che ha bisogno di grandi masse umane, per gettarle all'improv­viso e senza detrimento della scala produttiva in altre sfere, su nuovi mercati o in nuovi rami di produzione. Il caratteristico corso dell'indu­stria moderna, la forma di un ciclo decennale, interrotto da piccole flut­tuazioni, di periodi di media vitalità, di produzione ad alta pressione, di crisi e stagnazione, poggia sulla formazione costante, sul maggiore o minore assorbimento e sulla riformazione dell'esercito industriale di riserva. Quanto maggiore la ricchezza sociale, il capitale in funzione, le dimensioni e l'energia della sua crescita, e per conseguenza anche la grandezza assoluta della popolazione operaia e la produttività del suo lavoro, tanto maggiore la sovrappopolazione relativa o esercito industriale di riserva. La sua grandezza relativa cresce di pari passo con la potenza della ricchezza. Ma quanto maggiore è l'esercito industriale di riserva in rapporto all'esercito dei lavoratori attivi, tanto più numerosi sono gli strati operai la cui miseria sta in rapporto inverso con le tribolazioni del loro lavoro. Infine quanto maggiore è lo strato di lazzari nella classe operaia e l'esercito industriale di riserva, tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale assoluta dell'accumulazione capita­listica.

Da essa deriva anche la sua tendenza storica. Di pari passo con la accumulazione e la concentrazione del capitale si sviluppa in gradi sem­pre crescenti la forma cooperativa del processo lavorativo, l'impiego tecnologico cosciente della scienza, lo sfruttamento comune e pianificato della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro impiegabili solo in comune e l'economizzazione di tutti i mezzi di pro­duzione mediante il loro impiego come mezzi comuni di produzione di lavoro sociale combinato. Mentre diminuisce continuamente il numero di magnati capitalisti, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della oppressione, dell'asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma anche la ribellione della classe operaia sempre più numerosa e disci­plinata, unita e organizzata essa stessa dal meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio capitalistico diventa la catena che si stringe intorno al modo di produzione capitalistico, che con esso e sotto di esso è fiorito. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto in cui diventano incom­patibili col loro involucro capitalistico. Scocca l'ora della proprietà pri­vata capitalistica, gli espropriatori vengono espropriati.

La proprietà individuale, fondata sul proprio lavoro, viene restau­rata, ma sulla base delle conquiste dell'era capitalistica: come coopera­zione di liberi lavoratori e come loro proprietà collettiva della terra e dei mezzi di produzione prodotti col lavoro stesso. Naturalmente la tra­sformazione in proprietà collettiva della proprietà capitalistica, che di fatto è già fondata su un esercizio produttivo collettivo, è di gran lunga meno penosa, dura e difficile della trasformazione in proprietà capitali­stica della proprietà dispersa, fondata sul proprio lavoro individuale. Qui si trattava dell'espropriazione delle grandi masse popolari da parte ili pochi usurpatori, là si tratterà dell'espropriazione di pochi usurpatori da parte delle masse popolari.

 

[1] Il Capitale, libro primo, Edizioni Rinascita, Roma 1952, p. 203.