I dolori del parto

Quando Marx si rifiutava di partecipare al Congresso di Ginevra perché il portare a termine la sua opera principale (egli riteneva di aver fatto fino allora soltanto cose da poco) gli sembrava più importante, per la classe operaia, che il partecipare a qualsiasi congresso, egli aveva pre­sente di aver cominciato fin dal primo gennaio la ricopiatura e la lima­tura del primo volume. E la cosa procedeva alla svelta, perché per lui « naturalmente era un divertimento leccare e lisciare il figliolino, dopo tanti dolori di parto».[1]

Queste doglie erano durate all'inarca un numero di anni doppio rispetto al numero dei mesi che la natura impiega per la generazione di una creatura umana. Marx poteva dire con ragione che forse mai un'opera di questa specie era stata scritta in condizioni più difficili. Si era fissato continuamente un nuovo termine per arrivare in fondo, « in cinque settimane» come nel 1851, o «in sei settimane» come nel 1859, ma questi propositi riuscivano sempre vani di fronte alla sua autocritica spietata e alla sua scrupolosità, che lo spingevano sempre a nuove ricer­che e non potevano essere scosse neppur dalle sollecitazioni impazienti del suo più fedele amico.

Alla fine del 1865 aveva portato a termine il lavoro, ma solo nella forma di un gigantesco manoscritto, che così come si presentava allora non poteva essere pubblicato da nessuno, neppure da Engels, tranne che da Marx stesso. Da questa enorme mole, fra il gennaio 1866 e il marzo 1867, Marx estrasse il primo volume del Capitale nella sua classica redazione, come un « tutto artistico », ciò che fornisce anche la prova più luminosa della sua favolosa capacità di lavoro. Infatti questi quindici mesi furono anche occupati da infermità continue e anche pericolosis­sime, come nel febbraio del 1866; da una accumulazione di debiti che gli «opprimevano il cervello», e da ultimo, dai lavori preparatori per il Congresso di Ginevra dell'Internazionale, che gli portarono via molto tempo.

Nel novembre del 1866 il primo fascio di manoscritti fu spedito a Otto Meissner di Amburgo, un editore di scritti democratici presso il quale Engels aveva già fatto pubblicare il suo opuscolo sulla questione militare prussiana. Alla metà di aprile del 1867 Marx portò di persona ad Amburgo il resto del manoscritto, e trovò in Meissner un « tipo ammodo», con cui, dopo brevi trattative, tutto fu sistemato. Per aspetta­re le prime bozze della stampa, che veniva fatta a Lipsia, Marx andò a Hannover, a far visita al suo amico Kugelmann, che lo accolse ospi­talmente nella sua amabile famiglia. Qui trascorse delle settimane felici, che annovera fra «le più belle e più piacevoli oasi nel deserto della vita»[2]. Un po' contribuirono al suo lieto umore anche il rispetto e la simpatia con cui i circoli colti di Hannover gli andarono incontro, cosa a cui non era affatto abituato; il 24 aprile scrisse a Engels: «Noi due abbiamo però una posizione del tutto diversa da quella che conosciamo, specialmente fra il ceto impiegatizio " colto " »[3]. Ed Engels rispose, il 27 aprile: «Ho sempre pensato che questo maledetto libro, a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente, e posso benissimo conce­pire che dopo la liberazione da questo incubo a te sembri adesso di essere completamente un altro uomo, specialmente perché il mondo, non appena vi farai di nuovo il tuo ingresso, non t'apparirà così nero come prima»[4]. A ciò Engels faceva seguire la sua speranza di essere presto liberato dal «bestiale commercio». Finché vi era dentro — scriveva — non era capace di niente; specialmente da quando era lui il prin­cipale, le cose erano peggiorate per via della maggiore responsabilità.

Marx gli rispose il 7 maggio: « Spero e credo fiduciosamente che fra un anno sarò un uomo talmente assestato che potrò mutare da cima a fondo le mie condizioni economiche e finalmente reggermi da solo sulle gambe. Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e t'assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere ed arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia, e per giunta dovessi vivere di continuo con le mie stesse piccole miserie»[5]. In realtà Marx non diventò un «uomo assestato» né l'anno successivo né mai, ed Engels dovette sopportare il «bestiale commercio» ancora per alcuni anni, ma l'orizzonte cominciò a rischiararsi.

In questi giorni trascorsi a Hannover Marx, rispondendo con molto ritardo a un suo seguace, l'ingegnere minerario Siegfried Meyer, che fino a quel tempo aveva vissuto a Berlino e in quel periodo si era tra­sferito negli Stati Uniti, scriveva in questi termini, che mettono ancora una volta in chiara luce la sua « mancanza di cuore » : « Voi dovete avere una pessima opinione di me, tanto più se vi dico che le vostre lettere non soltanto mi hanno procurato una grande gioia, ma erano per me un vero conforto nel periodo tormentoso in cui le ho ricevute. Il sapere che un uomo di valore, di alti princìpi, è assicurato al nostro partito, mi ricompensa di mali peggiori. Le vostre lettere inoltre erano piene della più gentile amicizia per me personalmente, e comprenderete che io, che mi trovo nella più aspra lotta col mondo (quello ufficiale), meno di ogni altro posso sottovalutare questa gentilezza. Perché dun­que non vi ho risposto? Perché ero continuamente sull'orlo della tom­ba. Per questo dovevo utilizzare ogni momento che potevo dedicare al lavoro, per terminare la mia opera cui ho sacrificato la salute, la felicità della vita e la famiglia. Spero che a questa spiegazione non occorra ag­giungere altro. Mi fanno ridere i cosiddetti uomini pratici e la loro saggezza. Se uno sceglie di essere bue, allora può naturalmente voltare le spalle alle sofferenze dell'umanità e occuparsi solo dei fatti propri. Ma io mi considererei veramente un incapace se fossi morto senza avere completamente finito il mio libro, almeno in manoscritto».

Quando un certo avvocato Warnebold, altrimenti sconosciuto, co­municò a Marx il preteso desiderio di Bismarck di mettere a profitto lui e il suo grande talento nell'interesse del popolo tedesco, nel suo umore sollevato di questi giorni Marx prese seriamente la cosa. Non che pro­vasse entusiasmo per questo allettamento, su cui sarà stato dello stesso parere di Engels: «E' caratteristico del modo di pensare e delle vedute di quel tipo che egli giudichi tutte le persone da se stesso»; ma giu­dicando con la freddezza abituale, difficilmente Marx avrebbe creduto all'ambasciata di Warnebold. Nelle condizioni ancora instabili della Confederazione della Germania del Nord, dopo che a stento era stato scongiurato il pericolo di una guerra con la Francia per il commercio del Lussemburgo, era impossibile che Bismarck pensasse di prendere al suo servizio l'autore del Manifesto comunista, offendendo così ancora una volta la borghesia che era appena passata dalla sua parte e che vede­va già di malocchio i suoi aiutanti Bucher e Wagener.

Non con Bismarck, ma con una parente di Bismarck, Marx ebbe una piccola avventura al suo ritorno a Londra, e la raccontò a Kugelmann con un certo diletto. Sul piroscafo gli si rivolse una signorina, che aveva già notato per il suo portamento militaresco, chiedendogli precise infor­mazioni sulle stazioni ferroviarie londinesi, e risultò che essa doveva aspettare per diverse ore il suo treno; Marx l'aiutò cavallerescamente ad ingannare tutto quel tempo, passeggiando per Hyde Park. «Risultò che era Elisabeth von Puttkamer, nipote di Bismarck, presso il quale aveva passato alcune settimane a Berlino. Aveva con sé il ruolo completo dell'armata, poiché questa famiglia provvede abbondantemente il nostro esercito di uomini d'onore e di bella presenza. Era una ragazza vispa e colta, ma aristocratica e nero-bianca fino alla punta delle dita. Rimase non poco stupita quando venne a sapere di esser caduta in mani rosse ». Ma la signorina non perse per questo il buonumore. In una graziosa letterina, piena di «filiale rispetto», esprimeva .la sua «cor­dialissima gratitudine » al suo. cavaliere per tutte le premure che aveva avuto per lei, «creatura inesperta», e anche i suoi genitori facevano scrivere per mezzo di lei di essere lieti di sapere che in viaggio si trova­vano ancora persone gentili.

A Londra Marx finì le correzioni del suo libro. Anche questa volta non mancò, all'occasione, una lagnanza per la lentezza della stampa, ma il 16 agosto 1867, alle due di notte, potè già annunciare a Engels di aver finito proprio allora di correggere l'ultimo (49°) foglio di stampa. «Dunque questo volume è pronto. Debbo soltanto a te, se questo fu possibile! Senza il tuo sacrificio non avrei potuto compiere il mostruoso lavoro dei tre volumi. Ti abbraccio, pieno di gratitudine! Salute, mio caro, caro amico!».

 

 

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 384.

[2] Lettere a Kugelmann cit., p. 44.

[3] Carteggio Marx-Engels, vol. V cit., p. 22.

[4] Ibid., p. 23.

[5] Ibid., p. 27 sg.