Politica europea

Circa nello stesso tempo  alla fine del 1853, in cui Marx col suo pamphlet contro Willich concludeva la sua lotta con “l'imbroglio de­mocratico dell'emigrazione e la mania di rivoluzione“ cominciò con la guerra di Crimea, un nuovo periodo della politica europea, che negli anni seguenti attrasse prevalentemente la sua attenzione.

Il suo pensiero in proposito è espresso stupendamente nei suoi arti­coli sulla New York Tribune. Per quanto questo giornale cercasse di ab­bassarlo al grado di un normale corrispondente, Marx poteva dire a ra­gione di essersi “occupato di vere e proprie corrispondenze giornalistiche soltanto in via eccezionale“. Rimase fedele a se stesso, riuscì a nobilitare anche il lavoro intellettuale fatto per guadagnare, fondandolo su studi faticosi e dandogli così un valore non caduco.

Questi tesori sono in gran parte ancora inesplorati, e costerebbe al­quanta fatica portarli alla luce. Poiché la New York Tribune considerava per così dire come materiali grezzi la collaborazione che Marx le forniva, li gettava a suo piacimento nel cestino o anche li pubblicava come cosa propria e non sempre, come Marx diceva inquietandosi, stampava “quel­la robaccia“ col nome di lui, non si può ristabilire più tutto il lavoro di Marx per questo giornale americano e, nei limiti in cui ciò è ancora possibile, si richiede un vaglio attento per stabilire esattamente dove cominci e dove finisca.

Un criterio indispensabile per questa ricerca è fornito soltanto da tem­po relativamente breve con la pubblicazione del Carteggio tra Engels e Marx. Da esso risulta, per esempio, che la serie di articoli su Rivolu­zione e controrivoluzione in Germania, di cui da tempo si è ritenuto autore Marx, sono stati scritti prevalentemente da Engels, e inoltre che quest'ul­timo non soltanto ha scritto gli articoli militari per la New York Tribune, cosa che era già nota da tempo, ma ha lavorato ampiamente per il giornale anche in altri campi. Oltre alla serie già citata di articoli, finora sono stati raccolti dalle colonne della New York Tribune gli articoli sulla questione orientale, ma la raccolta sia per quello che contiene, che per quello che non contiene, è anche molto più impugnabile dell'altra, a proposito della quale c'era stato soltanto l'equivoco circa l'autore.

Con questa ricerca critica sarebbe compiuta soltanto la parte più semplice del lavoro. Per quanto Marx sapesse dare dignità al quotidiano lavoro pubblicistico, tuttavia non lo poteva innalzare oltre se stesso. Anche il genio più grande non può fare nuove scoperte o partorire nuovi pen­sieri due volte alla settimana, in coincidenza col vapore del martedì o del venerdì. In questo, come disse una volta Engels, si finisce sempre col “prender le cose di sottogamba e con l'arrangiarsi soltanto a memoria“. Inoltre il lavoro quotidiano dipende sempre dalle notizie del giorno e da­gli umori del giorno, dai quali non ci si può nemmeno liberare senza diventare noiosi e pesanti. Che cosa sarebbero i quattro grossi volumi del Carteggio tra Engels e Marx senza le cento contraddizioni nelle quali si sviluppano le grandi direttrici del loro pensiero e della loro lotta!

Le grandi linee direttive della loro politica europea, quale si pre­cisò con la guerra di Crimea, sono però oggi già del tutto chiare, anche senza l'enorme materiale che attende ancora di esser tratto fuori dalle colonne della New York Tribune. In un certo senso, la si può chiamare una conversione. Gli autori del Manifesto comunista rivolgevano il loro sguardo principalmente sulla Germania, e così anche la Neue Rheinische Zeitung. E allora questo giornale prendeva entusiasticamente, posizione per l'indipendenza dei polacchi, degli italiani, degli ungheresi, e infine chiedeva la guerra contro la Russia la più forte riserva della controrivo­luzione europea, arrivando ad auspicarne l'estensione a una guerra mon­diale contro l'Inghilterra, con la quale soltanto la rivoluzione sociale passa­va dal regno dell'utopia in quello della realtà.

La “schiavitù anglo-russa“ che pesava sull'Europa era il punto a cui Marx ricollegava la sua politica europea al tempo della guerra di Crimea. Egli salutò questa guerra, in quanto prometteva di porre un argine alla pre­ponderanza acquistata dallo zarismo in Europa con la vittoria della con­trorivoluzione, ma non era affatto d'accordo sul modo con cui le potenze occidentali lottavano contro la Russia. Ugualmente la pensava Engels, che definì la guerra di Crimea una colossale commedia degli errori, du­rante la quale ci si domandava ad ogni istante: chi è gabbato a questo punto? Tutti e due vedevano nella guerra di Crimea, per come la condu­cevano la Francia e soprattutto l'Inghilterra, soltanto un simulacro di guerra, nonostante il milione di vite umane e gli innumerevoli milioni che essa costò.

Ed essa lo era sicuramente in quanto né il falso Bonaparte né lord Palmerston, ministro inglese degli esteri, pensavano di colpire a morte il colosso russo. Appena furono sicuri che l'Austria teneva in scacco la potenza russa ai suoi confini occidentali, essi spostarono la guerra in Cri­mea, per intestarsi contro la fortezza di Sebastopoli, di cui dopo un anno intero avevano espugnato felicemente la metà. E dovettero accontentarsi di questo meschino alloro, e alla fine chiedere il permesso alla Russia “sconfitta“ di reimbarcare indisturbate le loro truppe.

Quanto al falso Bonaparte, era abbastanza spiegabile perché non osas­se sfidare lo zar a una lotta per la vita e per la morte, ma era meno spiegabile per Palmerston, che i governi del continente temevano come la “fiaccola“ della rivoluzione e i liberali del continente ammiravano come un modello di ministro liberale-costituzionale. Marx sciolse l'enigma, sot­toponendo a un faticoso controllo i Libri azzurri e i dibattiti parlamentari della prima metà del secolo, ed oltre a quelli anche una serie di notizie diplomatiche conservate nel British Museum, per dimostrare sulla loro base che dal tempo di Pietro il Grande fino ai giorni della guerra di Cri­mea c'era stata collaborazione tra i gabinetti di Londra e di Pietroburgo e che soprattutto Palmerston era un venale strumento della politica zari­sta. I risultati di questi studi hanno poi sollevato polemiche e sono ancor oggi contrastati, soprattutto per quel che riguarda Palmerston, la cui poco scrupolosa politica commerciale, coi suoi mezzi termini e le sue contraddizioni, fu giudicata da Marx indubbiamente in modo più esatto di quanto facessero i governi e i liberali del continente, senza però che ne risulti con assoluta necessità che Palmerston sia stato comprato dalla Russia. Ma più importante della questione se Marx abbia teso troppo l'arco in questo caso, è il fatto che in seguito egli lo tenne sempre teso, e considerò compito imprescindibile della classe operaia penetrare i misteri della politica internazionale e sventare i tiri diplomatici dei governi o, se questo le era ancora impossibile, almeno denunziarli.

Soprattutto importava per lui la lotta senza quartiere contro la po­tenza barbarica di cui vedeva la testa a Pietroburgo e le mani rimestare in tutti i Gabinetti europei. Nello zarismo egli vedeva non soltanto la maggiore fortezza delia reazione europea, la cui pura esistenza passiva era un continuo pericolo e una continua minaccia, ma anche il nemico prin­cipale che col suo incessante immischiarsi negli affari dell'occidente ne impediva e ne disturbava il normale sviluppo, con lo scopo di espugnare delle posizioni geografiche che avrebbero dovuto assicurargli il dominio dell'Europa e rendere così impossibile la liberazione del proletariato eu­ropeo. L'importanza decisiva che Marx attribuiva a questo punto, da que­sto momento in poi influenzò notevolmente la sua politica operaia, molto più fortemente di quanto non fosse già avvenuto negli anni della rivo­luzione.

Se così Marx non faceva che continuare a tessere un filo ch'egli aveva annodato nella Neue Rheinische Zeitung, le nazioni per le cui lotte d'indi­pendenza il giornale s'era entusiasmato, passavano in seconda linea sia per lui che per Engels. Non che tutti e due avessero cessato di sostenere l'in­dipendenza della Polonia, dell'Ungheria e dell'Italia, sia come un diritto di questi paesi che come un interesse della Germania e dell’Europa. Ma sin dal 1851 Engels dava ai prediletti di una volta questo secco congedo: “Agli italiani, ai polacchi e agli ungheresi dirò chiaramente che in tutte le questioni moderne devono tenere la bocca chiusa”. Qualche mese dopo diceva ai polacchi che essi erano una nazione dissolta, adoperabili ancora come strumento, fino a che non fosse trascinata nella rivoluzione la Russia stessa. I polacchi non avevano fatto altro nella storia che com­binare eroiche sciocchezze per la smania di litigare. Perfino nei confronti della Russia non avevano mai fatto nulla di importanza storica, mentre la Russia era stata effettivamente progressiva nei confronti dell'Oriente. 11 dominio russo con tutta la sua brutalità, con tutto il suo sudiciume slavo, aveva una funzione di civiltà per il Mar Nero, il Mar Caspio e l'Asia cen­trale, per i basckiri e i tartari, e la Russia aveva accolto in sé molti più elementi di cultura, e soprattutto elementi industriali, che non la Polonia nobilesca e impellicciata per natura. Frasi che a dire il vero risentono fortemente della passione delle lotte tra i profughi. Più tardi Engels ha di nuovo espresso giudizi molto più miti sulla Polonia e, ancora nei suoi ultimi anni, ha riconosciuto che essa ha salvato almeno due volte la civiltà europea: con la sua insurrezione nell'anno 1792 e 1793, e con la sua rivoluzione del 1830 e 1831.Ma Marx ha dedicato questo giudizio al celebrato eroe della rivolu­zione italiana: “Mazzini conosce soltanto le città con la loro nobiltà li­berale e i loro borghesi illuminati. I bisogni materiali della popolazione italiana delle campagne — sfruttata e sistematicamente snervata e incre­tinita come quella irlandese — restano naturalmente al di sotto del cielo delle frasi dei suoi manifesti cosmopolitico-neocattolico-ideologici. Tutta­via ci vuole del coraggio per spiegare ai borghesi e ai nobili che il primo passo per l'indipendenza dell'Italia è la completa emancipazione dei con­tadini e la trasformazione del loro sistema a mezzadria in una libera pro­prietà borghese“. E a Kossuth, che faceva pompa di sé a Londra, Marx faceva dire in una lettera aperta del suo amico Ernest Jones che le rivo­luzioni europee significavano la crociata del lavoro contro il capitale. Non si poteva farla scendere al livello spirituale e sociale di un popolo oscuro e semibarbaro come i magiari, fermi ancora alla mezza civiltà del secolo decimosesto e che si immaginavano davvero di poter avere a propria di­sposizione la grande civiltà della Germania e della Francia e di carpire un evviva alla credulità dell'Inghilterra.

Ma Marx si allontanava al massimo dalle tradizioni della Neue Rheinische Zeitung quando non soltanto non rivolgeva più sulla Germania la sua principale attenzione, ma la bandiva alquanto dal suo orizzonte poli­tico. A dire il vero, allora la Germania aveva una funzione eccezional­mente torbida nella politica europea e poteva passare per un pascialicato russo, ma se così la cosa si spiega in certo modo, fu tuttavia per certi aspet­ti fatale che Marx — e la stessa cosa vale per Engels— abbia perduto per una serie di anni ogni stretto contatto con l'evoluzione tedesca. Spe­cialmente il disprezzo, che tutti e due, in quanto cittadini della Renania annessi allo Stato prussiano, avevano sempre provato per quest'ultimo, si accrebbe nel periodo Manteuffel-Westphalen fino ad un punto che era fortemente in contrasto con la loro acuta visione dello stato reale delle cose.

Un'eloquente testimonianza di ciò la fornisce anche quell'unico caso eccezionale in cui Marx degnò della sua attenzione la situazione prussia­na del momento. Ciò avvenne verso la fine del 1856, quando la Prussia si accapigliò con la Svizzera per l'affare di Neufchàtel. L'urto indusse Marx, come egli scriveva a Engels il 2 dicembre 1856, ad “approfondire le mie molto manchevoli cognizioni di storia prussiana“; ed egli riassumeva il risultato dei suoi studi nell'affermazione che la storia universale non ha mai prodotto nulla di più miserevole. Quel che egli poi aggiungeva nella lettera stessa, e ripeteva più distesamente qualche giorno dopo nel People's Paper, organo dei cartisti, non lo mostra davvero all'altezza con­sueta della sua concezione della storia, ma rasenta piuttosto pericolosa­mente quelle bassure storiografiche proprie della democrazia usa ai toni scandalizzati dei galantuomini, che altrimenti è proprio suo merito avere superato.

Lo Stato prussiano, boccone duro, quale esso era senza dubbio per ogni uomo di cultura, proprio per ciò non poteva esser dissolto dall'acqua­forte dello scherno sul “diritto divino degli Hohenzollern“, sulle loro tre maschere caratteristiche sempre ricorrenti: il pietista, il sottufficiale e il pagliaccio, sulla storia prussiana che sarebbe una “ poco pulita cronaca familiare” al confronto dell'“epicità diabolica” della storia austriaca, e su altre cose del genere, che al massimo spiegavano il perché, ma la­sciavano completamente all'oscuro il perché del perché.