«Per la critica dell'economia politica»

Il piano di una grande opera di economia politica che dovesse indagare a fondo il modo di produzione capitalistico era vecchio di circa quindici anni, quando Marx cominciò a eseguirlo praticamente. Egli lo aveva meditato già nel periodo precedente alla rivoluzione, e io scritto contro Proudhon era stato un primo anticipo di esso. Dopo aver partecipato alle lotte degli anni della rivoluzione, Marx l'aveva subito ripreso e già il 2 aprile 1851 aveva annunciato a Engels: “Sono tanto avanti che entro cinque settimane sarò pronto con tutta la merda economica. Et cela fait, porterò a termine a casa il lavoro sull'Economia, e nel British Museum mi butterò su di un'altra scienza. Ca commence à m'ennuyer. Au fond questa scienza da A. Smith e D. Ricardo in poi non ha più fatto progressi, per quanto molto si sia fatto in singole ricerche, spesso molto delicate”. Engels rispondeva tutto gioioso: “Sono con­tento che tu abbia finalmente finito con l'Economia. La cosa si è trasci­nata davvero troppo per le lunghe, e finché tu hai ancora da leggere un libro che tu ritenga importante, non ti metti mai a scrivere“. Egli inclinava sempre al parere che oltre a tutti gli altri impedimenti, “la ragione prima del ritardo“ risiedesse sempre negli “scrupoli personali“ dell'amico.

Questi scrupoli non erano, a dire il vero — e in fondo non lo pen­sava neppure Engels — di natura superficiale. E perché nel 1851 Marx si decidesse non a conchiudere, ma a ricominciare da capo, lo ha spiegato lui stesso, nella prefazione al primo fascicolo, con queste parole: “La enorme quantità di materiali per la storia dell'economia politica che sono accumulati nel Museo Britannico, il fatto che Londra è un punto favo­revole per l'osservazione della società borghese, infine la nuova fase di sviluppo in cui questa società sembrava essere entrata con la scoperta dell'oro dell'Australia e della California“. E se egli aggiungeva che la sua collaborazione durata ormai otto anni alla New York Tribune aveva reso inevitabile una straordinaria dispersione dei suoi studi, biso­gnerebbe completare dicendo che questa attività lo riconduceva fino a un certo punto in quella lotta politica che era sempre in cima ai suoi pensieri. Era proprio la prospettiva del ridestarsi del movimento rivoluzionario degli operai a spingerlo a tavolino, per mettere final­mente per iscritto quello su cui in tutti questi anni egli non aveva cessato di meditare.

Di questo ci dà un'eloquente testimonianza il suo Carteggio con Engels, nel quale la discussione di questioni economiche non cessa mai, ma anzi si estende in trattazioni che si possono appunto definire “molto delicate“. E come in esse si configuri lo scambio di opinioni tra i due amici lo mostrano alcune loro espressioni occasionali. Engels parlò una volta della sua “nota pigrizia in fatto di teoria“ che, malgrado gli intimi rimbrotti del suo io migliore si quietava senza andare al fondo della questione, mentre Marx un'altra volta, allorché un industriale lo salutò con la “divertente“ osservazione che lui stesso doveva essere stato un industriale, non poteva trattenersi dal sospirare: “Se soltanto la gente sapesse quanto poco io conosco di tutta questa roba“.

Se, com'è giusto, in tutti e due i casi si fa la tara all'esagerazione umoristica, resta il fatto che Engels conosceva più esattamente l'intimo meccanismo della società borghese, ma Marx sapeva indagarne Con mag­giore acume di pensiero le leggi di movimento. Quando egli espose al­l'amico il piano del primo fascicolo, Engels rispose: “È in realtà un abbozzo molto astratto, e non si poteva neppure evitarlo data la sua bre­vità, e spesso debbo ricercarmi faticosamente i nessi dialettici, perché non ho più familiarità col ragionamento astratto“. Marx invece faticava alquanto a ritrovarsi nelle risposte di Engels alle sue domande sul modo in cui gli industriali e i commercianti calcolavano la parte dell'incasso che consumavano essi stessi, o sul logorio delle macchine o sul calcolo degli interessi del capitale circolante anticipato. Egli si lamentava del fatto che nell'economia politica quello che era praticamente interessante e quello che era teoricamente necessario divergevano di molto.

Che Marx abbia cominciato ad elaborare per iscritto la sua opera soltanto nel 1857 e nel 1858, risulta anche dal fatto che il piano gli si veniva mutando tra mano. Ancora nell'aprile del 1858 egli voleva trat­tare nel primo fascicolo “il capitale in generale“, ma sebbene il fascicolo crescesse di due o tre volte rispetto all'ampiezza preventivata, in esso non c'era ancora nulla sul capitale, ma soltanto due capitoli su merce e denaro. Marx vi vedeva il vantaggio che la critica non si sarebbe potuta limitare a semplici ingiurie tendenziose, ma gli sfuggiva che tanto più le si metteva a portata di mano l'arma efficace del più assoluto silenzio.

Nella prefazione egli dava un rapido cenno del proprio svolgimento scientifico, e le note frasi nelle quali egli compendiava il materialismo storico non possono essere taciute qui. “La mia ricerca [sulla filosofia del diritto di Hegel] arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere comprese né per se stesse né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza, il cui com­plesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l'esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di "società civile"; e che l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica... Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione, che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produ­zione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di pro­duzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che de­termina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rap­porti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catena. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si scon­volge più o meno rapidamente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della pro­duzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche, che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall' idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il con­flitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produ­zione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso ; nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asia­tico, antico, feudale e borghese moderno, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l'ultima forma antagoni­stica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condi­zioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si svilup­pano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condi­zioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana“.

Nello stesso fascicolo, che egli intitolò Per la critica dell'economia politica, Marx compì il passo decisivo oltre l'economia borghese, quale si era sviluppata ad opera di Adam Smith e David Ricardo. Essa culmi­nava nella determinazione del valore delle merci per mezzo del tempo di lavoro, ma in quanto considerava la produzione borghese come la forma naturale eterna della produzione sociale, supponeva nella produ­zione del valore una proprietà naturale del lavoro umano, quale è data nel lavoro individuale concreto del singolo uomo, e andava a finire in una serie di contraddizioni che non era in grado di risolvere. Marx invece vedeva nella produzione borghese non la forma naturale eterna, ma soltanto una determinata forma storica di produzione sociale, che era stata preceduta da tutta una serie di altre forme. Muovendo da questa considerazione, Marx sottopose a un esame radicale la proprietà del lavoro di produrre valore ; egli ricercò quale lavoro e perché e come produce valore, perché il valore non è altro che lavoro coagulato di questo tipo.

Così arrivò al punto intorno a cui si muove la comprensione del­l'economia politica: il duplice carattere che il lavoro ha nella società borghese. Il lavoro individuale concreto crea valori d'uso, il lavoro indifferenziato, sociale crea valori di scambio. In quanto produce valori d'uso, il lavoro è proprio a tutte le forme sociali; in quanto attività volta nell'una o nell'altra forma all'appropriazione di quanto esiste in natura, il lavoro è condizione naturale dell'esistenza umana, una condizione indi­pendente da tutte le forme sociali del ricambio materiale tra uomo e natura. Questo lavoro ha bisogno della materia come di sua premessa, e così non è l'unica fonte di quanto esso produce, cioè della ricchezza materiale. Per quanto il rapporto tra lavoro e materia naturale sia diverso nei diversi valori d'uso, però il valore d'uso contiene sempre un substrato naturale.

Diversamente avviene per il valore di scambio. Esso non contiene nessuna materia naturale, ma il lavoro è la sua unica fonte, e con ciò anche l'unica fonte della ricchezza, che consiste di valori di scambio. In quanto valore di scambio un valore d'uso ha altrettanto valore quanto un altro, supposto che esista in giuste proporzioni. “Il valore di scambio di un palazzo può essere espresso in un  numero determinato di scatole di lucido da scarpe. Ma al contrario i fabbricanti di lucido da scarpe di Londra hanno espresso in palazzi il valore di scambio delle loro molteplici scatole”. In quanto si scambiano merci, del tutto indifferentemente al loro modo di esistenza naturale e senza riguardo ai bisogni che esse devono soddisfare, esse, nonostante la loro variopinta apparenza, rappresentano la stessa unità: esse sono risultati di lavoro uguale, indifferenziato, “per il quale è altrettanto indifferente di comparire in oro, ferro, cereali, seta, quanto lo è all'ossigeno di comparire nella ruggine del ferro, nell’atmosfera, nel succo della vite o nel sangue dell'uomo“. Se la diffe­renza dei valori d'uso deriva dalla differenza del lavoro che produce i valori d'uso, il lavoro che pone valori di scambio è indifferente alla materia particolare del lavoro stesso. Esso è lavoro uguale, indifferen­ziato, astrattamente universale, che si differenzia non più per il modo ma solo per la misura, per le differenti quantità che esso oggettiva in valori di scambio di differente grandezza. Le differenti quantità di lavoro universale astratto hanno la loro unica misura nel tempo, che ha la sua unità di misura nelle misure naturali del tempo, ora, giorno, setti­mana e così via. Il tempo di lavoro è l'esistenza vivente del lavoro, indif­ferente alla sua forma, al suo contenuto, alla sua individualità. In quanto valori di scambio, tutte le merci sono soltanto determinate quantità di tempo di lavoro coagulato. Il tempo di lavoro oggettivato nei valori d'uso è la sostanza che li rende valori di scambio e perciò merci, in questo essa misura la loro determinata grandezza di valore.

Il suo duplice carattere è una forma sociale del lavoro, che è propria alla produzione di merci. Nel comunismo primitivo, che si trova alle soglie della storia di tutti i popoli civili, il lavoro singolo era immedia­tamente inserito nell'organismo sociale. Nelle servitù e nelle prestazioni in natura del Medioevo la particolarità e non la universalità del lavoro costituiva il suo legame sociale. Nella famiglia rurale-patriarcale, nella quale le donne filavano e gli uomini tessevano per i bisogni stessi della famiglia, il filo e la tela erano prodotti sociali, filare e tessere erano lavori sociali entro i limiti della famiglia. Il complesso familiare con la sua naturale divisione del lavoro imprimeva sul prodotto del lavoro il proprio sigillo particolare: filo e tela non si scambiavano l'uno contro l'altra come espressioni indifferenziate ed equivalenti dello stesso tempo di lavoro universale. Soltanto con la produzione di merci il lavoro singolo diventa lavoro sociale, per il fatto che assume la forma del suo immediato antagonismo, la forma dell'universalità astratta.

Ora la merce,è unità immediata di valore d'uso e valore di scambio. Il vero rapporto delle merci luna con l'altra è il processo di scambio. In questo processo, nel quale entrano individui indipendenti l'uno dal­l'altro, la merce deve configurarsi nello stesso tempo come valore d'uso e di scambio, come lavoro particolare che soddisfa particolari bisogni, e come lavoro universale che è scambiabile contro uguali quantità di lavoro universale. Il processo di scambio delle merci deve sviluppare e risolvere la contraddizione per cui il lavoro individuale, che è oggettivato in una merce particolare, deve avere immediatamente il carattere della universalità.

In quanto valore di scambio, ogni singola merce diviene misura del valore di tutte le altre merci. Ma viceversa, ogni singola merce, nella quale tutte le altre merci misurano il proprio valore, diviene esistenza adeguata del valore di scambio, e così il valore di scambio diviene una particolare merce esclusiva, che con la riduzione di tutte le altre merci ad essa oggettiva immediatamente il tempo di lavoro universale del denaro. Così in una sola merce è risolta la contraddizione che la merce in quanto tale racchiude, di essere, in quanto particolare valore d'uso, equivalente universale e perciò valore d'uso per ciascuno, valore d'uso universale. E questa sola merce è il denaro.

Nel denaro in quanto merce particolare, si cristallizza il valore di scambio delle merci. La cristallizzazione denaro è un prodotto necessario del processo di scambio, nel quale diversi prodotti di lavoro vengono effettivamente equiparati l'uno all'altro e perciò effettivamente trasfor­mati in merci. Essa si è sviluppata istintivamente per via storica. Il ba­ratto diretto, la forma naturale del processo di scambio, rappresenta la iniziale trasformazione del valore d'uso in merci, piuttosto che delle merci in denaro. Quanto più il valore di scambio si sviluppa e quanto più i valori d'uso diventano merci, quanto più dunque il valore di scambio acquista una figura indipendente e non è più direttamente legato al valore d'uso, tanto più spinge alla formazione del denaro. Inizialmente esercitano la funzione di denaro una merce o anche più merci di più universale valore d'uso, bestiame, cereali, schiavi. Hanno alternativamente esercitato la funzione del denaro merci differentissime, più o meno disadatte. Se infine questa funzione passò ai metalli nobili, fu per il motivo che i metalli nobili possiedono le necessarie qualità fisiche della merce particolare nella quale si deve cristallizzare l'esser denaro di tutte le merci, quali risul­tano direttamente dalla natura del valore di scambio; durevolezza del loro valore d'uso, suddivisibilità a piacere, uniformità delle parti e man­canza di differenza tra rutti gli esemplari di questa merce.

Tra i metalli nobili è di nuovo l'oro che sempre più diventa l'esclu­siva merce-denaro. Esso serve come misura dei valori e come scala dei prezzi, serve come mezzo di circolazione delle merci. Per mezzo del salto mortale1 della merce che diventa oro, il lavoro particolare in essa accumu­lato si afferma in quanto lavoro astratto universale, in quanto lavoro sociale ; se questa sua transustanziazione non riesce, essa ha fallito la sua esistenza non soltanto in quanto merce ma anche in quanto prodotto, perché essa è merce soltanto in quanto non ha alcun valore d'uso per il suo possessore.

Così Marx dimostrava come e perché, grazie alla proprietà di valore in essa inerente, la merce e lo scambio delle merci devono generare il contrasto di merce e denaro ; nel denaro, che si presenta come una cosa naturale con particolari proprietà, egli riconosceva un rapporto di pro­duzione sociale e mostrava che le confuse spiegazioni del denaro degli economisti moderni derivavano dal fatto che quello che essi pensavano goffamente di aver in mano come una cosa, compariva come rapporto sociale, e ora quello che avevano appena fissato come rapporto sociale, li stuzzicava poi di nuovo come cosa.

La pienezza della luce che promanava da questa indagine critica, da principio accecò più che illuminare anche gli amici dell'autore. Liebknecht pensava di non essere stato mai tanto deluso da nessuna opera quanto da questa, e Miquel vi trovò “poco di veramente nuovo“. Lassalle fece delle osservazioni molto belle sulla efficacia artistica del fascicolo, che poneva senza invidia al di sopra della forma dell'Eraclito, ma quando Marx derivò da queste frasi il sospetto che Lassalle non avesse capito “molto di economico“, questa volta era sulla via giusta. Lassalle mostrò subito di non aver riconosciuto per l'appunto il punto saliente, la diffe­renza tra il lavoro che risulta in valori d'uso e il lavoro che risulta in valori di scambio.

Se questo avvenne quando la cosa era ancor fresca, che doveva essere quando essa non era più tale? Engels, a dire il vero nel 1885, diceva che Marx aveva fondato la prima esauriente teoria del denaro, e che essa era stata accolta da tutti col silenzio, ma sette anni dopo nel Dizio­nario di scienze politiche, l'opera classica dell'economia borghese, apparve un articolo sul denaro che per cinquanta colonne ripeteva le vecchie chiac­chiere e, senza neppure citare Marx, dichiarava che l'enigma del denaro non era ancora stato risolto.

E come poteva non restare impenetrabile il denaro per un mondo di cui esso è divenuto il dio?