Famiglia e amici

In questi anni Marx si tenne lontano da ogni relazione politica, anzi quasi da ogni compagnia. Si era ritirato completamente nel suo studio, che lasciava soltanto per dedicarsi alla sua famiglia, che nel gennaio del 1855 si accrebbe di un'altra bambina, Eleanor.

Egli era un grande amico dei bambini, come anche Engels, e se qualche volta sottraeva un'ora al suo incessante lavoro, era per giocare coi suoi figli. Essi lo idolatravano, sebbene, o magari proprio perché rinun­ciava ad ogni autorità paterna; lo trattavano come un compagno, e lo chiamavano “Moro“, con un soprannome che era dovuto ai suoi capelli neri e al colore scuro della sua pelle. “I bambini devono educare i genitori“, egli soleva dire. Soprattutto essi gli proibivano di lavorare la do­menica; la domenica egli doveva appartenere tutto a loro, e le gite do­menicali in campagna, durante le quali sostavano in qualche modesta oste­ria per bere birra allo zenzero e mangiare un po' di pane e formaggio, erano dei raggi di sole in mezzo alle nuvole pesanti sempre sospese sulla casa.

Queste gite erano dirette con particolare preferenza verso Hampstead Heath, la landa di Hampstead, una linea di colline a nord di Londra, sen­za costruzioni, sparsa di gruppi di alberi e di ginestre. Liebknecht ha de­scritto con molta grazia queste gite domenicali. Oggi la landa non è più quella che era sessanta anni fa, ma dall'antica osteria, Jack Straws Castle, ai cui tavoli Marx si è spesso seduto, si gode ancora una splendida vista su di essa, col suo pittoresco alternarsi di colline e di valli, soprattutto quando la domenica sono animate di gente in festa. Al sud della città gigantesca, con le sue masse di case, sovrastate dalla cupola della catte­drale di S. Paolo e dalle torri di Westminster, appaiono tra i vapori della lontananza le colline di Surrey, al nord un tratto di terreni fertili, fit­tamente popolati, sparsi di numerosi villaggi, all'ovest l'altra collina di Highgate, dove Marx dorme il suo sonno eterno.

Ma su questa modesta felicità familiare si abbatté la folgore; il venerdì santo del 1855 gli fu strappato dalla morte l'unico figlio ma­schio, di circa nove anni, Edgar o “Musch”, come veniva chiamato in casa. Il ragazzo, che già rivelava delle qualità notevoli, era il benia­mino di tutti. “Una perdita così triste e tremenda che non posso pro­prio dire quanto mi abbia colpito”, scriveva Freiligrath in Germania.

Le lettere in cui Marx dava notizia ad Engels della malattia e della morte del bimbo strappano il cuore. Il 30 marzo egli scriveva: “Mia moglie da una settimana in qua è stata ammalata come mai prima d'ora per un'angoscia morale. E anche a me sanguina il cuore e brucia il capo, sebbene io debba naturalmente darmi un contegno. Durante la malattia il bambino non smentisce un solo istante il suo carattere par­ticolare, cordiale e nello stesso tempo indipendente“. E il 6 aprile: “Il povero Musch non è più. Si è addormentato (nel vero senso della parola) tra le mie braccia oggi tra le 5 e le 6. Non dimenticherò mai come la tua amicizia ci ha reso più leggero questo terribile periodo. Il mio dolore per il bambino tu lo capisci”. E il 12 aprile: “La casa è naturalmente del tutto desolata e vuota dopo la morte del caro bam­bino che ne era l'anima. Non si può dire come il bambino ci manchi a ogni istante. Ho già sofferto ogni sorta di guai, ma solo ora so che cosa sia una vera sventura... Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di intel­ligente, mi hanno tenuto su“. Ci volle molto tempo prima che la ferita cominciasse sia pure a rimarginarsi. Il 28 luglio Marx rispondeva a una lettera di condoglian­ze di Lassalle: “Bacone dice che gli uomini veramente significativi hanno tanti rapporti con la natura e col mondo, tanti oggetti del loro interesse che superano facilmente il dolore di ogni perdita. Io non ap­partengo a questi uomini significativi. La morte del mio bambino mi ha scosso profondamente il cuore e il cervello, e soffro della perdita ancora come il primo giorno. Anche la mia povera moglie è del tutto affranta”. E il 6 ottobre Freiligrath scriveva a Marx: “Che tu non ti sia ancora ripreso della tua perdita è cosa che mi addolora profonda­mente. Comprendo e rispetto il tuo dolore, ma cerca di dominarlo, per non esserne dominato. Non commetterai così un tradimento verso la memoria del tuo caro piccino“.

La morte del piccolo Edgar fu la conseguenza di continue ma­lattie che da un paio di anni avevano imperversato in famiglia, e che dalla primavera avevano preso anche Marx, per non abbandonarlo mai più del tutto. Lo tormentava soprattutto una malattia di fegato, che credeva di avere ereditato dal padre. Ma contribuì molto alle cat­tive condizioni di salute anche la misera abitazione e il quartiere malsano in cui sorgeva. Nell'estate del 1854 il colera vi dilagò con particolare violenza, forse perché i canali di scolo scavati nello stesso tempo erano stati immessi nei pozzi dove erano sepolti i morti della peste del 1665. Il medico ingiunse di lasciare “la zona infetta di Soho Square”, la cui aria Marx aveva respirato ininterrottamente da anni. Un nuovo lutto in famiglia ne creò la possibilità. Nell'estate del 1856 la signora Marx si era recata a Treviri con le tre figlie, per rivedere la sua vecchia madre. Ma arrivò appena in tempo per chiuderle gli occhi dopo sofferenze durate undici giorni.

La sua eredità era modesta, tuttavia un paio di centinaia di talleri toccarono alla signora Marx, e vi si aggiunse, a quanto pare, anche una piccola eredità da parte dei parenti scozzesi. Così nell'autunno del 1856 la famiglia poté trasferirsi in una casetta non lontana dal loro amato Hampstead Heath: 9 Graftonterrace, Maitlandpark, Haver-stockhill. La pigione ammontava a 36 sterline l'anno. “E' un'abita­zione davvero principesca, confrontata col buco dove stavamo prima — scriveva la signora Marx ad una amica — e sebbene tutto l'arre­damento non sia costato tutto compreso molto più di 40 sterline (una parte notevole è roba di seconda mano), al principio mi sentivo pro­prio grande nel nostro salotto. Tutta la biancheria e altri residui dell'antica grandezza sono stati liberati dalle mani dello "zio" (il Monte) e ho riscontrato con gioia le salviette di damasco che venivano da antica fonte scozzese. Sebbene la magnificenza non sia durata a lungo, perché ben presto un pezzo dopo l'altro ha dovuto emigrare di nuovo nel Pop-haus (così i bambini chiamano il misterioso ne­gozio con le tre palle), però per una volta ci siamo sentiti soddisfatti della nostra agiatezza borghese“. Fu un momento di respiro anche troppo breve.

La morte miete anche tra i loro amici. Daniels morì nell'autunno del 1855, Weerth nel gennaio del 1856 a Haiti, Konrad Schramm al principio del 1858 nell'isola di Jersey. Marx ed Engels si adoperarono con ardore perché la stampa pubblicasse almeno un breve necrologio di loro tutti, ma senza successo. Essi lamentarono spesso che la vec­chia guardia scomparisse e che non ci fosse nessun nuovo afflusso. Per quanto al principio fosse loro piaciuto il loro “pubblico isolamento”, e per quanto sicura fosse la fede nella vittoria con la quale i due so­litari prendevano parte alla politica europea, essi erano tuttavia dei politici troppo appassionati per non sentire alla lunga la mancanza di un partito; perché i pochi loro seguaci, come lo stesso Marx ebbe a dire una volta, non erano un partito. E tra loro non c'era nessuno che fosse all'altezza dei loro pensieri, ad eccezione del solo nei riguardi del quale essi non poterono mai superare la loro diffidenza.

A Londra Liebknecht era tutti i giorni da Marx, soprattutto finché questi abitò in Deanstreet, ma egli doveva lottare duramente con le miserie della vita nella sua angusta soffitta, e io stesso era per i vecchi compagni della Lega dei Comunisti, per Lessner e per il falegname Lochner, per Eccarius e per il “peccatore pentito“ Schapper. Altri erano dispersi: Dronke faceva il commerciante a Liverpool e poi a Glasgow, Imandt il professore a Dundee, Schily l'avvocato a Parigi, dove era anche Reinhardt, segretario di Heine durante gli ultimi anni della di lui vita, che apparteneva anche lui alla cerchia ristretta dei fedeli.

Ma anche tra i più fedeli la vita politica si veniva spegnendo, Wil­helm Wolff, che viveva passabilmente a Manchester dando lezioni, era sempre lo stesso, era come la signora Marx scrisse una volta: “una natura schietta, viva, plebea”, solo che con gli anni crescevano le fì­sime dello scapolo e le sue “battaglie più grandi“ erano ormai quelle con la padrona di casa per il tè, lo zucchero e il carbone. Spiritualmente nell'esilio non ha rappresentato molto per i vecchi amici. Così anche Freiligrath rimase il vecchio amico fidato; anzi, da quando nell'estate del 1856 gli fu affidata l'agenzia londinese di una banca svizzera, egli sfruttò le accresciute possibilità di aiutare finanziariamente Marx con tanta maggiore larghezza in quanto gli anticipava subito in contanti le cambiali della New York Tribune, che abbastanza spesso mostrava di non avere troppa fretta nel pagare. Freiligrath restò saldo anche nelle sue convinzioni rivoluzionarie ma si estraniò sempre più dalla lotta di partito. Per quanto affermasse con onesta convinzione che in nessun luogo il rivoluzionario poteva farsi seppellire con decoro se non nell'esilio, tuttavia il poeta tedesco non poteva essere contento dell'esilio. Di fronte alla nostalgia della donna amata, e alla schiera dei bambini che accendevano l'albero di Natale su terra straniera, la fonte della poesia s'inaridiva sempre più. Egli ne soffriva e fu un bene per lui che la patria tornasse a poco a poco a ricordarsi del famoso poeta.

E ora la lunga serie dei “morti vivi“! Avvenne a Marx di incon­trare a Londra qualche compagno della sua giovinezza filosofica: Eduard Meyen, che era sempre il vecchio rospo velenoso, Faucher, che, segretario di Cobden, pretendeva di “fare la storia“ libero­scambista, Edgar Bauer, che all'opposto faceva l'agitatore comunista, ma che Marx seguitò a chiamare il “clown”. Quando Bruno venne per un certo periodo di tempo a Londra in visita al fratello, Marx si incontrò più volte col vecchio amico di gioventù. Dato che Bruno Bauer era tutto entusiasta della forza primitiva russa, e invece nel proletariato vedeva solo del “volgo“ da guidare con la forza e con l'astuzia, e che in caso estremo si poteva comprare elargendogli un Groschen d'argento, naturalmente ogni possibilità d'intendersi era esclusa. Marx lo trovò visibilmente invecchiato, con la fronte più alta e le maniere da professore pedante, ma dette tuttavia notizie circo­stanziate ad Engels sulle sue conversazioni col “piacevole vecchio signore“.

Ma anche i “morti vivi“ di un passato più recente erano troppi e crescevano ad ogni anno. Così i vecchi amici della Renania: Georg Jung, Heinrich Bùrgers, Hermann Becker e altri. Alcuni di loro, come Becker e dopo di lui il bravo Miquel, sistemarono tutto “scientifica­mente”: bisognava che la borghesia vincesse completamente sulla feudalità degli Junker, prima che il proletariato potesse pensare alla propria vittoria. Becker spiegava: “Là dove arriva il tarlo della cana­glia degli interessi materiali, là la marcia armatura della feudalità degli Junker cade in polvere, e la storia al primo alito dello spirito del mondo di là da tutto l'intonaco esterno passa all'ordine del giorno estrema­mente semplice”. Una teoria molto carina fin qui, che anche oggi può incantare qualche furbacchione. Ma quando Becker divenne primo borgomastro di Colonia e Miquel ministro prussiano delle finanze, si erano talmente innamorati della “canaglia degli interessi mate­riali“, che si opposero con le mani e coi piedi “al primo alito dello spirito del mondo“ e al suo “ordine del giorno estremamente sem­plice“.

Era comunque un compenso alquanto problematico alla perdita di uomini come Becker e Miquel, quel tale Gustav Levy, commer­ciante di Colonia, che nella primavera del 1856 si presentò a Marx per offrirgli pari pari un'insurrezione nelle fabbriche di Iserlohn, Solingen ecc. Marx si espresse molto aspramente contro questa pazzia inutile e pericolosa; fece dire da Levy agli operai, su mandato vero o presunto dei quali egli era venuto, di mandare di nuovo qualcuno a Londra dopo qualche tempo, ma di non fare nulla senza accordo preventivo.

Di fronte all'altro mandato che Levy pretendeva di aver avuto dagli operai di Dusseldorf, Marx non rispose con un rifiuto altret­tanto deciso: quando cioè questi lo mise in guardia contro Lassalle, dicendo che era un individuo malsicuro, che dopo l'esito vittorioso del processo Hatzfeldt viveva sotto il giogo vergognoso della contessa, si faceva mantenere da lei, voleva andare con lei a Berlino, per crearle una corte di letterati, e gettava via gli operai come strumenti già sfruttati, per passare dalla parte della borghesia, e altre chiacchiere del genere. Questa volta si può dubitare a buon diritto del fatto che degli operai renani abbiano mandato a Marx una siffatta ambasciata, perché gli stessi operai pochi anni dopo annunciarono con solenni manifesti e con appelli festosi che la casa di Lassalle a Dusseldorf nel periodo del terrore bianco del decennio tra il 1850 e il 1860 era stata “l'asilo sicuro dei più intrepidi e decisi sostenitori del par­tito”. È più che verosimile che il messaggero si sia inventato di testa sua l'ambasciata; quel brav'uomo era adirato al massimo con Lassalle, perché questi, alla sua richiesta di un prestito di 2.000 talleri, gliene aveva accordati solo 500.

Se Marx fosse stato informato di ciò, avrebbe sicuramente man­tenuto di fronte a questo Levy il più assoluto riserbo. Ma l'informa­zione stessa era già tale da far nascere i maggiori sospetti. Marx era rimasto con Lassalle in contatto epistolare non certo frequente, ma tut­tavia ininterrotto; aveva trovato sempre in lui, sia personalmente che politicamente, un amico e un compagno di partito fidato; anzi, aveva egli stesso lottato contro la diffidenza che ai tempi della Lega dei Comunisti era comunque esistita contro Lassalle nei circoli degli operai renani a causa del fatto che egli era implicato nell'affare Hatzfeldt. Ancora appena un anno prima, quando Lassalle gli scrisse da Parigi, gli aveva risposto in maniera assolutamente cordiale: “Naturalmente sono sorpreso di saperti cosi vicino a Londra, senza che tu pensi di venir qua sia pure per pochi giorni. Spero che ci rifletterai ancora e che ti accorgerai quanto il viaggio da Parigi a Londra sia breve e costi poco. Se le porte della Francia non fossero sbarrate per me, ti farei una sorpresa a Parigi“.

Così mal si spiega che Marx abbia comunicato ad Engels le scioc­che chiacchiere di Levy, e vi abbia aggiunto: “Questi non sono che fatti singoli, colti a volo e annotati saltuariamente. Tutto insieme ha fatto su di me e su Freiligrath un'impressione definitiva per quanto io fossi favorevolmente prevenuto nei confronti di Lassalle e diffi­dente dei riguardi delle chiacchiere degli operai“. A Levy aveva detto che era impossibile giungere a una decisione sulla base del reso­conto di una sola parte, ma che in ogni caso era utile stare in guardia; si sorvegliasse Lassalle, ma evitando per il momento ogni scandalo pubblico. Ed Engels fu d'accordo, con alcune osservazioni che sulla sua bocca colpiscono meno, dato che conosceva Lassalle meno di Marx. Era un peccato per lui, dato il suo grande talento, ma queste cose passavano davvero ogni limite. Lassalle era sempre un tipo dal quale bisognava stare maledettamente in guardia; da vero ebreo del confine slavo, era sempre all'erta per sfruttare ciascuno per i suoi scopi personali, sotto pretesti di partito.

Così Marx interruppe la sua corrispondenza con quell'uomo che qualche anno più tardi poteva scrivergli con tutta verità: non hai in Germania un altro amico come me.