David Urquhart. Harney e Jones

Nello stesso tempo, e con lo stesso criterio con cui collaborava alla New York Tribune, Marx collaborò ai giornali urquhartisti e cartisti.

David Urquhart era un diplomatico inglese, che si acquistò grandi me­riti con la sua precisa conoscenza e la sua lotta incessante contro i piani russi di dominio mondiale, ma che poi diminuì questi suoi meriti con un fanatico odio per i russi e un fanatico entusiasmo per i turchi. Marx fu definito spesso un urquhartista, ma molto ingiustamente; si può dire piuttosto che tanto lui quanto Engels abbiano più contrastato le folli esa­gerazioni che apprezzato i portati effettivi di quest'uomo. Proprio nel nominarlo la prima volta, nel marzo del 1853, Engels scriveva: “Ora ho in casa l'Urquhart, quel pazzo M.P. che pretende che Palmerston sia pagato dalla Russia. La cosa si spiega semplicemente: questo tipo è un celta scozzese, di cultura sassone-scozzese, romantico per tendenza, freetrader per educazione. Andò in Grecia come filelleno, e dopo essersi battuto per tre anni contro i turchi, andò in Turchia e si entusiasmò per l'appunto dei turchi. E' entusiasta dell'Islam, e il suo principio è: se non fossi calvinista, potrei essere soltanto maomettano“. Nell'insieme En­gels trovava che il Libro di Urquhart era davvero divertentissimo.

Il punto di contatto tra Marx ed Urquhart era la lotta contro Palmerston. Un articolo contro questo ministro, pubblicato da Marx nella New York Tribune e riprodotto da un giornale di Glasgow, destò l'attenzione di Urquhart, e nel febbraio del 1854 egli ebbe un incontro con Marx, nel quale lo accolse col complimento che i suoi articoli erano quali li avrebbe scritti un turco. E quando Marx in risposta spiegò di essere un “rivoluzionario“, Urquhart restò molto deluso, perché tra le sue fisime c'era anche quella che i rivoluzionari europei fossero, coscienti o no, strumenti adoperati dallo zarismo per creare difficoltà ai governi europei. “E' un perfetto monoman“ scrisse Marx ad Engels dopo questa con­versazione. Come ebbe a spiegargli, non era d'accordo con lui su niente ad eccezione che su Palmerston, e su questo punto Urquhart non lo aveva minimamente aiutato.

Certo non si dovrà far dire troppo a queste espressioni confidenziali. Pubblicamente, pur con ogni riserva critica, Marx ha ripetutamente rico­nosciuto i meriti di Urquhart, e non ha nemmeno fatto un mistero del fatto di essere stato, se non convinto, però stimolato da Urquhart. Perciò non si fece uno scrupolo di fornire all'occasione della collaborazione per i giornali di Urquhart e particolarmente per la Free Press di Londra, e di consentire la diffusione in forma di opuscoli di parecchi suoi articoli della New York Tribune. Questi pamphlets contro Palmerston furono diffusi in diverse edizioni fino a 15-30.000 copie, e suscitarono un grande scalpore. Ma per il resto Marx ebbe presso lo scozzese Urquhart tanto poco suc­cesso quanto presso il yankee Dana.

Una relazione durevole tra Marx ed Urquhart era esclusa già per il fatto che Marx sosteneva il cartismo, che Urquhart odiava doppiamente, anzitutto come libero-scambista e poi come nemico dei russi, che in ogni movimento rivoluzionario sentiva tintinnio di rubli. Il cartismo non si era più riavuto della grave sconfitta subita il 10 aprile 1848, ma fino a che i suoi resti lottarono per una nuova vita, Marx ed Engels li sostennero fedelmente e coraggiosamente e in particolare fornirono collaborazione gratuita ai loro organi, che nel decennio tra il 1850 e il 1860 furono editi da George Julian Harney e da Ernest Jones; da Harney, uno dopo l'altro, il Red Republican, il Friend of the People e la Democratic Review, e da Jones le Notes of the Pople e il People's Paper, che durò più di tutti, fino al 1858.

Harney e Jones appartenevano alla frazione rivoluzionaria del carti­smo, e in esso erano anche i più liberi da ogni grettezza isolana; nella associazione internazionale dei Fraternal Democrats essi passavano per le personalità dirigenti. Harney era figlio di un uomo di mare ed era cre­sciuto in condizioni proletarie; aveva studiato da sé la letteratura rivolu­zionaria di Francia, e vedeva soprattutto in Marat il proprio modello. Più vecchio di Marx di un anno, quando Marx dirigeva la Rheinische Zeitung, era già nella redazione del Northern Star, il principale organo dei cartisti. Qui lo venne a trovare nel 1843 Engels, “un giovane snello, di aspetto estremamente giovanile, quasi un ragazzo, che già allora parlava un in­glese straordinariamente corretto“. Nel 1847 Harney conobbe anche Marx e si unì a lui entusiasticamente.

Nel suo Red Republican egli ristampò una traduzione inglese del Manifesto comunista, con la postilla che esso era il documento più rivo­luzionario che si fosse mai avuto al mondo, e nella sua Democratic Review tradusse gli articoli della Neue Rheinische Zeitung sulla rivoluzione fran­cese, come la “vera critica“ delle vicende di Francia. Nelle lotte degli emigrati però egli tornò in seguito ai suoi antichi amori, ed ebbe con Jones un dissenso violento non meno che con Marx ed Engels. Subito dopo si trasferì sull'isola di Jersey e poi negli Stati Uniti, dove Engels lo visitò nell'anno 1888. Subito dopo Harney tornò in Inghilterra, e vi “morì in età inoltrata, ultimo testimone di una grande epoca.

Ernest Jones discendeva da un vecchio ceppo normanno, ma era nato ed era stato educato in Germania, dove suo padre viveva come addetto militare del duca di Cumberland, che fu poi il re Ernesto Augusto di Hannover. Questo libertino ultrareazionario, a cui la stampa inglese rim­proverò tutti i misfatti ad eccezione del suicidio, tenne a battesimo il pic­colo Ernest, senza che questo padri nato e le relazioni di corte della sua fa­miglia abbiano avuto alcuna influenza su di !ui. Ancor ragazzo, egli ma­nifestava un indomabile ardore di libertà, e, fatto adulto, ha resistito a tutti i tentativi di stringerlo entro catene d'oro. Aveva circa ventanni quando si dedicò agli studi di diritto e fu ammesso all'avvocatura. Sacri­ficò tutte le prospettive apertegli dalle sue brillanti capacità e dalle rela­zioni aristocratiche della sua famiglia, per dedicarsi alla causa cartista, che sostenne con tanto ardore da essere condannato nel 1848 a due anni di prigione. Come punizione per aver tradito la sua classe, in prigione fu trat­tato come un detenuto comune, ma nel 1850 lasciò il carcere senza esserne stato piegato e dall'estate del 1850 in poi, per circa due decenni, fu in stretti rapporti con Marx ed Engels, tra l'uno e l'altro dei quali stava come età.

A dire il vero, anche questa amicizia non è stata del tutto senza nuvole: furono offuscamenti dello stesso genere di quelli che si ebbero nel­l'amicizia con Freiligrath, col quale Jones aveva in comune il dono della poesia, o anche con Lassalle, sul quale Marx dava un giudizio analogo, ma solo incomparabilmente più aspro, di quello che, nel 1855, scriveva di Jones: “Jones, con tutta l'energia, la tenacia e l'attività che bisogna ri­conoscergli, però rovina tutto con la sua ciarlataneria, la sua inopportuna smania di trovar pretesti di agitazione, e la sua impazienza di bruciar le tappe”.  Anche in seguito non sono mancati gli scontri duri, quando l'agitazione cartista s'insabbiava sempre più e Jones si avvicinava al radi­calismo borghese.

Ma nella sostanza rimase un'amicizia sincera e schietta. Jones da ultimo visse a Manchester come avvocato e morì inaspettatamente nel 1869, ancora nel pieno delle sue forze; Engels mandò la triste notizia a Londra con un foglio scritto in fretta: “Un altro di quelli vecchi!“, e Marx rispose: “ La notizia di E. Jones ha destato a casa nostra natural­mente una profonda costernazione: era uno dei pochi vecchi amici“. Engels poi dava ancora la notizia che Jones era stato sepolto, seguito da un enorme corteo, nello stesso cimitero dove già riposava uno dei loro fedeli, Wilhelm Wolff. Era davvero un peccato che se ne fosse andato; le sue frasi borghesi erano in fondo solo finzioni, e fra gli uomini politici, era pur sempre l'unico inglese colto che in fondo fosse completamente dalla loro parte.