La prima Conferenza di Londra

Mentre i lassalliani rompevano così i rapporti con la nuova associa­zione, anche il lavoro di reclutamento fra i sindacati inglesi e i proudhoniani francesi procedeva lentamente.

Solo una ristretta cerchia di dirigenti sindacali aveva capito la neces­sità della lotta politica, e anch'essi vedevano nell'Internazionale più che altro un mezzo per i loro fini sindacali. Ma se costoro almeno erano dotati di una vasta esperienza pratica in tutte le questioni organizzative, ai proudhoniani francesi mancava addirittura un'idea chiara sull'essenza storica del movimento operaio. Era appunto un compito enorme, quello che la nuova associazione si era posto, e per assolverlo occorreva un enorme impegno unito a un'enorme forza.

Marx si applicò con impegno e con forza, nonostante che fosse con­tinuamente tormentato da malattie dolorose e gli urgesse di portare a una certa conclusione il suo capolavoro scientifico. Una volta si lagnava : « La cosa peggiore in tale movimento si è che, appena uno vi prenda qualche parte, ha grandi fastidi », oppure diceva che l'Internazionale, con tutti gli annessi e connessi, pesava su di lui « come un incubo » e che sarebbe stato contento di liberarsene. Ma aggiungeva che neppur questo era giusto, e che chi ha cominciato bisogna che continui, e in fondo Marx non sarebbe stato se stesso se non fosse stato più lieto e felice di portare questo peso che di liberarsene.

Si vide subito che egli era il vero «capo» di tutto il movimento. Non che si sia fatto avanti in qualche modo; aveva uno sconfinato di­sprezzo per qualsiasi popolarità a buon mercato e lavorando dietro le quin­te, senza comparire pubblicamente, voleva distinguersi dalla maniera di fare democratica, di darsi importanza in pubblico senza far nulla. Ma fra tutti coloro che lavoravano nella piccola associazione, nessuno come lui possedeva, neppur lontanamente, le rare qualità che erano necessarie per la sua così estesa agitazione: la visione chiara e profonda delle leggi dello sviluppo storico, l'energia di volere ciò che era necessario e la pazienza di contentarsi del possibile, la tollerante indulgenza per l'errore fatto in buo­na fede e l'imperiosa inflessibilità contro l'ignoranza ostinata. In un campo incomparabilmente più vasto della Colonia rivoluzionaria di un tempo, ora Marx poteva dispiegare la sua ineguagliabile attività nel dominare gli uomini, ammaestrandoli e guidandoli.

« Un tempo enorme » gli costarono fin da principio i litigi e le con­tese personali che sono sempre inevitabili agli inizi di movimenti di questo genere; i membri italiani e specialmente i francesi creavano molte difficoltà inutili. Fin dagli anni della rivoluzione a Parigi esisteva una profonda antipatia fra i « lavoratori del braccio e della mente » : i pro­letari non potevano dimenticare i tradimenti troppo frequenti dei lette­rati, e i letterati scomunicavano qualsiasi movimento operaio che non volesse saper di loro. Ma anche all'interno della stessa classe operaia fio­rivano i sospetti di imbrogli bonapartisti, tanto più che mancava ogni mezzo di chiarificazione mediante associazioni o giornali. Il ribollire di questo «minestrone francese » costò al Consiglio Generale parecchie not­tate e parecchie lunghe risoluzioni.

Più grate e più fruttuose erano per Marx le attività che lo mettevano in relazione col ramo inglese dell'Internazionale. Dopo essersi opposti all'intervento del governo inglese in favore degli Stati americani ribelli del Sud, gli operai avevano il buon diritto di felicitarsi con Abraham Lin­coln per la sua rielezione a presidente. Marx redasse l'indirizzo al « sem­plice figlio della classe operaia, al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una classe asservita»; finché i lavoratori bianchi dell'Unione non avevano compreso che la schiavitù disonorava la loro Repubblica — diceva l'indirizzo —, finché essi, di fronte al negro che veniva venduto senza il suo proprio consenso, avevano continuato ad andare orgogliosi dell'alto privilegio, riservato al lavoratore bianco, di vendersi da sé e di potersi eleggere il padrone, per tutto questo tempo essi erano stati incapaci di conseguire la vera libertà o di appoggiare la lotta di emancipazione dei loro fratelli europei. Ma il rosso mare di sangue della guerra civile aveva spazzato via questa bar­riera. L'indirizzo era scritto con evidente compiacimento ed amore per l'oggetto, benché Marx, che come Lessing amava parlare in tono non­curante dei propri lavori, scrivesse a Engels che doveva « di nuovo sten­derlo (cosa ben più difficile di un lavoro di contenuto), perché la fraseolo­gia a cui si restringe tal sorta di scritti si distingua almeno dall'abusata fraseologia democratica». Lincoln avvertì benissimo la differenza: ri­spose in tono molto amichevole e cordiale, con meraviglia della stampa londinese, perché agli indirizzi di felicitazioni di parte borghese-democra­tica il «vecchio» rispose con un paio di complimenti convenzionali.

« Come contenuto » senza dubbio era molto più importante un sag­gio su Salario, prezzo e profitto che Marx lesse il 26 giugno 1865 al Consiglio Generale dell'Internazionale, per controbattere l'opinione, so­stenuta da qualche membro, secondo cui un aumento generale del salario non gioverebbe per niente agli operai, e quindi l'azione delle Trade Unions sarebbe stata dannosa. Questa opinione derivava dalla concezione errata secondo cui il salario determinerebbe il valore delle merci e i ca­pitalisti, se oggi pagassero 5 scellini di salario invece di 4, domani vende­rebbero le loro merci per 5 scellini invece di 4 in conseguenza dell'au­mento di domanda. Per quanto ciò fosse sciocco — diceva Marx — e si attenesse soltanto alla pura apparenza esteriore, non era tuttavia facile spiegare agli ignoranti tutte le questioni economiche che vi si accumu­lavano intorno: non si poteva condensare un corso di economia politica in un'ora2. Ciò nonostante vi riuscì ottimamente, e le Trade Unions gli furono grate del sostanziale servigio.

Ma l'Internazionale dovette i suoi primi notevoli successi all'ener­gico movimento per la riforma elettorale inglese. Già il 1° maggio 1865 Marx informava Engels : « La Reform League è opera nostra. Nel comita­to ristretto di 12 (6 della classe media e 6 della classe operaia) gli operai sono tutti membri del nostro Consiglio Generale (fra i quali Eccarius). Abbiamo frustrato tutti i tentativi dei borghesi medi di far deviare gli operai... Se riesce questa rigalvanizzazione del movimento politico della classe operaia inglese, la nostra Associazione, senza chiasso di sorta, ha già fatto per la classe operaia europea più di quanto fosse possibile per qualsiasi altra via. Ed esistono tutte le prospettive di successo ». A questa lettera, il 3 maggio Engels rispose: « L'Associazione Internazionale in breve tempo e con poco chiasso ha effettivamente conquistato un terreno vastissimo; però è bene che essa adesso si adoperi in Inghilterra, invece di doversi occupare eternamente di tutte le brighe francesi. Qua almeno ottieni qualche cosa in cambio della tua perdita di tempo ». Ben presto però si sarebbe visto che anche questo successo aveva il suo lato negativo.

Tutto considerato, Marx ritenne che la situazione non fosse ancora abbastanza matura per un congresso pubblico, che era previsto per l'anno 1865 a Bruxelles. Egli temeva, e non a torto, che ne sarebbe venuto fuori un caos di linguaggi diversi. Con gran fatica, soprattutto contro la resi­stenza dei francesi, riuscì a trasformare il congresso in una conferenza provvisoria riservata a Londra, alla quale dovevano venire soltanto dei rappresentanti dei comitati direttivi, per preparare il successivo congresso. Per giustificare la necessità di questo incontro preliminare, Marx addusse come motivi il movimento elettorale in Inghilterra e lo sciopero che co­minciava in Francia, e infine una legge sugli stranieri da poco promul­gata in Belgio, che avrebbe reso impossibile la riunione di un congresso a Bruxelles.

Questa Conferenza tenne le sue sedute dal 25 al 29 settembre 1865. Dal Consiglio Generale furono delegati, oltre al presidente Odger, al segretario generale Cremer e qualche altro membro inglese, Marx e i suoi due principali collaboratori negli affari dell'Internazionale, Eccarius e Jung, un orologiaio svizzero che risiedeva a Londra e parlava ugualmente bene tedesco, inglese e francese. Dalla Francia erano venuti Tolain, Fribourg, Limousin, che in seguito non restarono fedeli all'Internazionale, e poi Schily, vecchio amico di Marx fin dal 1848, e Varlin, il futuro eroe e martire della Comune di Parigi. Dalla Svizzera il legatore di libri Dupleix, per gli operai della Svizzera romanza, e Johann Philipp Becker, ex spazzolalo e ora agitatore infaticabile, per gli operai della Svizzera tedesca. Dal Belgio Cesar de Paepe, che da apprendista tipografo si era dato allo studio della medicina ed era arrivato a diventare medico.

Prima di tutto la Conferenza si occupò delle finanze dell'Associazione. Risultò che per il primo anno erano state raccolte non più di 33 sterline qirca. Non ci fu ancora nessun accordo su un contributo regolare dei membri, fu soltanto deciso di raccogliere 150 sterline destinate alla pro­paganda e alle spese del congresso: 80 dall'Inghilterra, 40 dalla Francia, ( 10 sterline rispettivamente dalla Germania, dal Belgio e dalla Svizzera. Ma il bilancio non diventò mai realtà, perché il « nervo di tutte le cose » non fu mai il nervo dell'Internazionale. Anni dopo Marx notava iro­nicamente che le finanze del Consiglio Generale erano grandezze in continuo aumento, ma negative, e decenni dopo Engels scrisse che invece dei famosi «milioni dell'Internazionale» il Consiglio Generale per lo più non aveva avuto a disposizione altro che debiti: inai si era fatto tanto con così poco denaro.

Sulla situazione inglese riferì il segretario generale Cremer. Disse ( he sul continente si ritenevano molto ricche le Trade Unions, tanto da poter appoggiare una causa che era anche la loro causa, ma che esse erano legate da statuti severi, che le costringevano entro limiti ristretti; che ad eccezione di pochi, i loro membri, non sapevano nulla di poli­tica, e che sarebbe stato difficile fare intendere loro qualche cosa di politica; che però si notava un certo progresso: pochi anni prima non si sarebbe neppur dato ascolto a dei delegati dell'Internazionale, mentre ora si accoglievano amichevolmente, si ascoltavano e si accettavano i loro princìpi. Era la prima volta che un'associazione che aveva in qual­che modo a che fare con la politica, era riuscita così a introdursi presso le Trade Unions.

Fribourg e Tolain riferirono che in Francia l'Internazionale aveva incontrato accoglienza favorevole, che, a parte Parigi, si erano reclutati membri a Rouen, Nantes, Elbeuf, Caen e in altre città, ed erano state vendute tessere in numero considerevole, per l'ammontare annuale di franchi 1,25, ma che il ricavato era stato esaurito per istituire un ufficio centrale a Parigi e per le spese di viaggio dei delegati : il Consiglio Gene­rale avrebbe potuto contare sulla vendita delle 400 tessere che non erano state ancora distribuite. I delegati francesi si rammaricavano del rinvio del congresso, che era un grave ostacolo per lo sviluppo dell'associa­zione, e lamentavano le vessazioni subite dagli operai da parte del gover­no poliziesco bonapartista; dissero infine che si imbattevano continua­mente nell'obiezione: mostrate che sapete agire, e noi aderiremo.

Molto favorevole fu la relazione di Becker e Dupleix sulla Svizzera, nonostante che là l'agitazione fosse cominciata soltanto sei mesi prima. A Ginevra avevano 400 membri, a Losanna 150 e altrettanti a Vevey. Il contributo mensile ammontava a 50 pence, ma i membri avrebbero pagato anche il doppio: essi erano perfettamente convinti della necessi­tà di versare un contributo per il Consiglio Generale. E' vero che i dele­gati per il momento non portavano ancora denaro; ma potevano assi­curare, a titolo di consolazione, che se non ci fossero state le loro spese di viaggio avrebbero portato un avanzo netto.

In Belgio l'agitazione esisteva soltanto da un mese. Ma Paepe informò che erano già stati reclutati 60 iscritti, che si erano impegnati a pagare annualmente almeno 3 franchi, un terzo dei quali sarebbe stato devoluto al Consiglio Generale.

Quanto al congresso, Marx propose a nome del Consiglio Generale che si tenesse a Ginevra nel settembre o ottobre del 1866. La sede fu approvata all'unanimità, ma la data fu anticipata all'ultima settimana di maggio in seguito alla vivace pressione dei francesi. I francesi chiesero anche che potesse partecipare con pieni diritti al congresso chiunque avesse presentato la tessera di iscritto : affermarono che per loro era una questione di principio, e che il suffragio universale andava inteso così. Soltanto dopo un dibattito infocato fu fatto passare il principio della rappresentanza per mezzo di delegati, sostenuto particolarmente da Cre­mer e da Eccarius.

L'ordine del giorno fissato dal Consiglio Generale era assai vasto: attività dell'associazione; riduzione dell'orario di lavoro; lavoro delle donne e dei fanciulli; passato e futuro dei sindacati; influsso dell'eser­cito permanente sugli interessi delle classi lavoratrici, ecc. Tutto fu accet­tato all'unanimità, eccetto due punti che provocarono dei dissensi.

Il primo di essi non fu proposto dal Consiglio Generale, ma dai francesi. Essi chiedevano, come punto particolare dell'ordine del giorno: idee religiose e loro influenza sul movimento sociale, politico e spirituale. Il modo come essi ci arrivarono, e la posizione di Marx in proposito risultano forse con la maggior concisione da alcune frasi del necrologio per Proudhon, che Marx aveva pubblicato qualche mese prima sul So­zialdemokrat, e che fra l'altro fu il suo unico contributo a quel giornale : « Gli attacchi di Proudhon contro la religione e la Chiesa avevano una grande importanza locale, in un'epoca in cui i socialisti francesi si vantavano dei loro sentimenti religiosi come di una superiorità sul volter­rianesimo del secolo XVIII e sull'ateismo tedesco del secolo XIX. Se Pie­tro il Grande aveva abbattuto la barbarie russa con la barbarie, Proudhon fece del suo meglio per demolire la frase francese con la frase ». Anche dei delegati inglesi misero in guardia contro questo «pomo della discor­di! », ma i francesi riuscirono a far passare la loro proposta con 18 voti contro 13.

L'altro punto dell'ordine del giorno che suscitò discussione fu pro­posto dal Consiglio Generale, e riguardava una questione di politica europea che aveva particolare importanza per Marx, cioè «la necessità di impedire il progressivo influsso della Russia in Europa, restaurando una Polonia indipendente su base democratica e socialista, in conformità col diritto di autodecisione delle nazioni». Anche in questo caso furono specialmente i francesi a non volerne sapere: perché mescolare questioni politiche alle questioni sociali, perché perdersi dietro a cose tanto lontane quando c'era da lottare contro un'oppressione così grave in casa propria, perché impedire l'influsso del governo russo quando l'influsso dei governi prussiano, austriaco, francese e inglese non era meno nefasto? Con particolare energia parlò in questo senso anche il delegato belga. Cesar de Paepe sostenne che la restaurazione della Polonia poteva giovare sol­tanto a tre classi: all'alta nobiltà, alla bassa nobiltà e al clero.

L'influsso di Proudhon è qui perfettamente riconoscibile. Proudhon si era ripetutamente pronunciato contro la restaurazione della Polonia, da ultimo anche al tempo della sollevazione polacca del 1863, in un libro nel quale, come scrisse Marx nel suo necrologio, aveva professato in onore dello zar un cinismo da cretino. La medesima sollevazione invece aveva ravvivato le vecchie simpatie per la causa polacca che Marx ed Engels avevano manifestato negli anni della rivoluzione; in quell'occa­sione essi volevano stendere insieme un manifesto, di cui però non fecero più nulla.

La loro simpatia per la Polonia non era affatto cieca; il 23 aprile 1863 Engels scrisse a Marx: «Devo dire che per entusiasmarsi dei polacchi del 1772 ci vuole un bufalo. Nella massima parte d'Europa la aristocrazia allora cadeva, ma con dignità, talvolta con esprit, anche se la sua massima universale era che il materialismo consiste nel mangiare, nel bere, nel fottere, nel vincere al gioco o nel venir pagati per compiere infamie; ma così stupida nel metodo di vendersi ai russi, come fecero i polacchi, non ci fu nessun'altra nobiltà ». Ma fin tanto che non c'era da pensare a una rivoluzione in Russia, la restaurazione della Polonia offriva l'unica possibilità di bloccare l'influsso zarista sulla civiltà europea,, e di conseguenza nella crudele repressione della sollevazione polacca e nella contemporanea avanzata del dispotismo zarista sul Caucaso Marx vedeva i più importanti avvenimenti europei dopo il 1815. A questi avvenimenti aveva dato il massimo rilievo nella parte dell’Indirizzo inau­gurale riguardante la politica estera del proletariato, e anche molto tempo dopo si espresse con asprezza sulla resistenza che questo punto dell'ordine del giorno aveva incontrato presso Tolain, Fribourg ed altri. Ma intanto riuscì a spezzare questa resistenza con l'aiuto dei delegati inglesi: la questione polacca rimase all'ordine del giorno.

La Conferenza si riuniva al mattino in sedute riservate, presiedute da Jung, e la sera in riunioni semipubbliche, presiedute da Odger. In queste assemblee un pubblico operaio più largo discuteva le questioni che erano già state chiarite nelle sedute private. I delegati francesi pub­blicarono un resoconto sulla Conferenza e il programma preparato per il Congresso, che ebbe larga risonanza nella stampa parigina. Con evi­dente soddisfazione Marx osservò : « I nostri parigini sono alquanto sba­lorditi per il fatto che il paragrafo sulla Russia e Polonia, che essi non volevano, abbia prodotto proprio la maggior impressione ». E ancora una dozzina di anni più tardi Marx si richiamava volentieri al « com­mento entusiastico» che Henri Martin, il noto storico francese, aveva fatto a quel paragrafo in particolare, e al programma per il Congresso in generale.