La guerra tedesca

L'attività spesa per l'Internazionale, interrompendo ogni lavoro che gli procurava da vivere, ebbe per Marx personalmente la spiacevole conseguenza di risuscitare tutte le miserie.

Già il 31 luglio egli dovette scrivere, a Engels, che da due mesi viveva esclusivamente del Monte dei pegni. « Ti assicuro che avrei preferito farmi tagliare il pollice piuttosto che scriverti questa lettera. E' vera­mente cosa che ti accascia, per metà della vita restar dipendenti. L'unico pensiero che mi sostiene in tali circostanze è questo, che noi due condu­ciamo un affare in società in cui io dò il mio tempo per il lato teorico c di partito del business. E' vero, ho un alloggio troppo caro per le mie condizioni, ed inoltre quest'anno abbiamo vissuto meglio che dianzi. Ma questa è l'unica via per cui le ragazze, non parlando del molto che ha uno patito e di cui esse almeno per breve tempo sono state compensate, possono allacciare relazioni e amicizie adatte ad assicurare loro un avve­nire. Credo che anche tu sarai dell'avviso che, perfino considerando la cosa da un punto di vista commerciale, qui sarebbe fuor di luogo un tenor di vita strettamente proletario, che andrebbe bene se fossimo mia moglie ed io soltanto o se le ragazze fossero ragazzi ». Engels venne subito in soccorso; ma cominciò ancora una volta la miseria con le ordinarie preoccupazioni della vita.

Qualche mese dopo si presentò a Marx una nuova fonte di guadagno, grazie ad un'offerta tanto strana quanto inaspettata che gli arrivò in una lettera di Lothar Bucher del 5 ottobre 1865. Negli anni di esilio che Bucher aveva passato a Londra, fra i due non c'erano state relazioni di nessun genere, e meno che mai di amicizia; anche dopo che nella massa degli emigrati Bucher aveva cominciato ad assumere una posizione indipendente ed era diventato il più entusiasta dei seguaci di Urquhart, Marx mantenne verso di lui un atteggiamento molto critico. Invece Bu­cher aveva parlato a Borkheim in modo molto favorevole dello scritto polemico che Marx aveva diretto contro Vogt, e voleva recensirlo sulla Allgemeine Zeitung, ciò che però non avvenne, o che Bucher non abbia scritto la recensione o che il giornale di Augusta l'abbia rifiutata. In seguito Bucher era rimpatriato, dopo la concessione dell'amnistia prussia­na, e a Berlino aveva stretto amicizia con Lassalle; con lui si era recato a Londra nel 1862, per l'Esposizione Mondiale, e per mezzo di Lassalle aveva conosciuto personalmente Marx, che disse di aver trovato in lui « un ometto gentilissimo, anche se un poco strambo» e di non cre­derlo capace di condividere la «politica estera» di Lassalle. Dopo la morte di Lassalle, Bucher si era messo al servizio del governo prussiano, e quindi Marx, in una lettera a Engels, aveva liquidato lui e Rodbertus con questo energico motto : «Branco di manigoldi, tutto questo cana­gliume di Berlino, della Marca e della Pomerania!».

Ora Bucher scrisse a Marx : «Prima di tutto business! Lo Staatsanzeiger desidera mensilmente un resoconto sul movimento del mercato finanziario (e naturalmente anche sul mercato delle merci, in quanto non si possono separare). Mi è stato chiesto se potevo raccomandare qualcuno, e ho risposto che nessuno l'avrebbe fatto meglio di Lei. Quindi sono stato pregato di rivolgermi a Lei. Riguardo alla lunghezza degli articoli non Le sono posti limiti, quanto più saranno condotti a fondo ed estesi, tanto meglio. Riguardo al contenuto s'intende che Lei si atterrà soltanto alle Sue convinzioni scientifiche; tuttavia sarebbe conveniente, per riguardo alla cerchia dei lettori (haute finance), non alla redazione, che Lei lasciasse intravvedere la sostanza più intima delle questioni sol­tanto ai competenti, e evitasse la polemica». Seguivano ancora un paio d'osservazioni d'affari, il ricordo di una passeggiata fatta insieme con Lassalle, la cui fine restava per lui ancora un « enigma psicologico », e la notizia che egli, come Marx sapeva, era tornato al suo primo amore, agli archivi. « Io fui sempre di parere diverso da Lassalle, che si imma­ginava uno sviluppo così rapido. Il partito progressista muterà pelle ancora molte volte, prima di morire: dunque chi durante la sua vita vuole operare ancora nell'ambito dello Stato, deve stringersi attorno al governo ». Dopo i complimenti alla signora Marx e i saluti alle signorine, specialmente alla piccola, la lettera si chiudeva con i soliti fioretti : devo­tissimo e affezionatissimo.

Marx rispose rifiutando, ma mancano indicazioni più precise su ciò che scrisse e su quel che pensava della lettera di Bucher. Subito dopo averla ricevuta partì per Manchester, dove avrà discusso la cosa con Engels; nel loro carteggio non se ne parla e per il resto Marx vi accenna una sola volta di sfuggita, nelle lettere all'amico, per quanto esse finora ci sono note. Ma quattordici anni dopo, quando a Berlino si scatenò la caccia rabbiosa ai socialisti, dopo gli attentati di Hòdel e di Nobiling[1], egli scagliò la lettera di Bucher nel campo dei provocatori, dove essa esplose con la forza distruttrice di una bomba. A quel tempo Bucher era segretario del Congresso di Berlino, e aveva redatto, secondo quanto assicura il suo biografo ufficioso, il progetto della prima legge contro i socialisti, che dopo l'attentato di Hòdel era stata presentata al Reichstag, ma da questo respinta.

Da allora si è scritto molto sulla questione se Bismarck, con la lettera di Bucher, abbia tentato di comprare Marx. E' vero che nell'autunno del 1865, quando il trattato di Gastein aveva a stento saldato la rottura con l'Austria, Bismarck era certamente disposto a «mettere in libertà tutti i cani che volevano abbaiare », per usare la sua immagine venatoria. Era indubbiamente un Junker di razza troppo pura, per amoreggiare con la questione operaia alla maniera di un Disraeli o anche di un Bona­parte; è risaputo che buffe idee egli si facesse di Lassalle, con cui pure aveva trattato più volte personalmente. Ora egli aveva molto vicino a sé due persone che su questa questione delicata la sapevano più lunga, appunto Lothar Bucher e Hermann Wagener, e Wagener a quel tempo li dava molto da fare per adescare il movimento operaio tedesco, e ci sarebbe anche riuscito, per quanto dipendeva dalla contessa di Hatzfeldt. Ma come capo ideale del partito degli Junker e come vecchio amico di Bismarck, già da prima del '48, Wagener occupava una posizione incomparabilmente più indipendente di Bucher, che restava in tutto affidato alla benevolenza di Bismarck, perché la burocrazia guardava di traverso questo intruso importuno, e anche il re non voleva sapere di lui per i trascorsi del '48. Oltretutto Bucher era un carattere debole, «un pesce senza lisca », come soleva definirlo il suo amico Rodbertus.

Dunque se Marx doveva essere comprato con la lettera di Bucher, ciò non è certo avvenuto all'insaputa di Bismarck. C'è soltanto da chiedersi se tale tentativo di corruzione ha avuto realmente luogo. Il modo come Marx si valse della lettera di Bucher, contro la caccia ai socialisti del 1878, era una mossa tanto lecita quanto abile, ma con ciò non è neppure provato che fin da principio Marx abbia considerato la lettera di Bucher come un tentativo di corruzione, e tanto meno che tale tentativo vi fosse. Bucher sapeva benissimo che per il momento Marx aveva un cattivo credito presso i lassalliani, dopo la sua rottura con Schweitzer, e per di più un resoconto mensile sul mercato internazionale delle valute e delle merci, nel più noioso fra tutti i giornali tedeschi, non era davvero il mezzo più appropriato per sedare il malumore generale contro la poli­tica di Bismarck, o addirittura per cattivarsi il favore degli operai verso questa politica. Inoltre l'assicurazione di Bucher, di aver raccomandato senza nessun secondo fine politico il vecchio compagno d'esilio all'am­ministratore dello Staatsanzeiger, ha molto di verosimile, ammesso che l'amministratore abbia potuto rimettersi al parere di un liberale progres­sista. Dopo che il tentativo con Marx fu andato a vuoto, Bucher si rivolse a Dùhring, che accettò l'incarico ma subito dopo vi rinunciò, perché l'amministratore non dette affatto prova di quel rispetto per le «convinzioni scientifiche» che Bucher aveva lodato in lui.

Ancora peggiori delle difficoltà economiche in cui Marx si venne a trovare in conseguenza della sua attività estenuante per l'Internazionale e del suo lavoro scientifico, furono le crescenti scosse subite dalla sua salute. Il 10 febbraio 1866 Engels gli scrisse: «Davvero devi deciderti a far qualche cosa di giudizioso, per venir fuori da questa faccenda dei foruncoli... Tralascia per qualche tempo di lavorare di notte e conduci una vita un poco più regolare». Marx rispose il 13 febbraio: «Ieri ero di nuovo a terra, perché era scoppiato un vigliacchissimo favo al fianco sinistro. Se avessi denaro abbastanza per la mia famiglia, e se fosse finito il mio libro, mi sarebbe del tutto indifferente se oggi o domani fossi gettato allo scorticatoio, alias se crepassi. Ma nelle menzionate circostanze questo non va ancora». E una settimana dopo Engels rice­vette la allarmante notizia : «Questa volta ne è andato della pelle. La mia famiglia non ha saputo quanto il caso fosse serio. Se la cosa si ripete ancor tre o quattro volte nella medesima forma, sono spacciato. Sono straordinariamente deperito e ancora maledettamente debole, non di cervello, ma di reni e di gambe. I medici hanno ragione, l'esagerato lavoro di notte è la causa principale di questa ricaduta. Ma io non posso dire a quei signori le ragioni che mi costringono a questa stravaganza, il che del resto sarebbe anche inutile ». Ma ora finalmente Engels ottenne che Marx si concedesse qualche settimana di distrazione e an­dasse a Margate sul mare.

Qui Marx ritrovò subito il suo buonumore. In una lettera scherzosa alla figlia Laura scriveva : « Sono proprio contento di aver preso alloggio in una casa privata e non in un albergo, dove si tormenta la gente con la politica locale, gli scandali familiari e i pettegolezzi sul vicinato. Ep­pure non posso cantare col mugnaio del Dee : non mi importa di nessuno e nessuno si cura di me. Perché qui ce pur sempre la mia padrona, che è sorda come un piuolo, e sua figlia che è affetta da raucedine cronica. Io stesso mi sono trasformato in un bastone da passeggio ambulante, vado attorno trottando la maggior parte del giorno, prendo aria, vado a letto alle dieci, non leggo nulla, scrivo ancora meno, e soprattutto mi sprofondo in quello stato d'animo del nulla che il buddismo considera come il culmine della beatitudine umana». E alla fine, canzonando, ag­giunse un'allusione ad eventi che si preparavano : « Questo maledetto briccone di Lafargue mi tormenta col suo proudhonismo e non starà tranquillo finché non avrò bastonato ben bene quel suo cranio di creolo ».

Proprio in quei giorni, mentre Marx si tratteneva a Margate, si scari­cavano i primi lampi del temporale di guerra che si era addensato sulla Germania. L'8 aprile Bismarck aveva concluso con l'Italia un'alleanza aggressiva contro l'Austria, e il giorno dopo presentò alla Dieta federale la proposta di convocare un parlamento tedesco, sulla base del suffragio universale, per discutere una riforma della Confederazione, su cui i gover­ni tedeschi dovevano accordarsi. La posizione che Marx ed Engels assun­sero di fronte a questi eventi dimostrò che essi avevano perso di vista la situazione tedesca. Il loro giudizio fu oscillante. Il 10 aprile, a proposito della proposta di Bismarck per un parlamento tedesco, Engels scrisse: «Che razza di somaro dev'esser costui per credere che questo gli gio­verebbe sia pur di una briciola!... Se davvero si arriverà a soluzioni estreme, per la prima volta nella storia lo sviluppo degli avvenimenti dipenderà da Berlino. Se i berlinesi ingaggiano battaglia al tempo debito, tutto può andar bene, ma chi può fidarsi di loro?».

Tre giorni dopo scrisse di nuovo, con singolare preveggenza : « Da quel che sembra, il borghese tedesco dopo qualche impennata finirà per piegar la testa, perché il bonapartismo è in effetti la vera religione della borghesia moderna. Mi si rivela sempre più chiaramente che la borghesia non ha la stoffa per dominare essa stessa direttamente, e che quindi dove un'oligarchia non può, come qui in Inghilterra, assumersi la guida dello Stato e della società, contro buon pagamento, nell'interesse della borghe­sia, una semidittatura bonapartista è la forma normale; essa attua gli interessi materiali della borghesia perfino contro la borghesia, ma non le lascia nessuna partecipazione al potere. D'altra parte anche questa dittatura è costretta a sua volta ad abbracciare contro voglia questi inte­ressi materiali della borghesia. Così noi vediamo adesso il signor Bis­marck che adotta il programma dell'Unione nazionale^ Il portarlo a com­pimento è di certo tutt'altra cosa, ma di fronte al borghese tedesco, Bis­marck difficilmente fallisce ». Ma quel che lo avrebbe fatto fallire, secondo Engels, era la forza militare austriaca: perché Benedek era in ogni caso un generale migliore del principe Federico Carlo; perché l'Austria poteva ben costringere la Prussia alla pace, ma la Prussia non poteva costringervi l'Austria con le sue sole forze; e quindi ogni suc­cesso prussiano sarebbe stato per Bonaparte un incoraggiamento a intro­mettersi.

Quasi con le stesse parole Marx esponeva la situazione di quel tempo in una lettera[2] a un amico di recente acquistato, il medico Kugelmann di Hannover, che sin da ragazzo, nel 1848, era stato preso da entusia­smo per Marx ed Engels, aveva raccolto con cura tutti i loro scritti, ma soltanto nel 1862, per mezzo di Freiligrath, si era rivolto direttamente a Marx, col quale entrò presto in intima dimestichezza. In tutte le que­stioni militari Marx accettava i giudizi pronunziati da Engels, rinun­ziando, cosa quanto mai insolita in lui, a qualsiasi critica propria.

Ancora più sorprendente della sopravvalutazione della potenza au­striaca, era il giudizio dato da Engels sulle condizioni interne dell'eser­cito prussiano. Più sorprendente soprattutto perché in un suo ottimo scritto egli aveva esposto, con una perspicacia di molto superiore alle chiacchiere democratico-borghesi, la riforma dell'esercito per la quale era divampato il conflitto per la Costituzione prussiana. Il 25 maggio scrisse : « Se gli austriaci sono abbastanza abili da non attaccare, certa­mente si comincerà a ballare nell'esercito prussiano. La gente non fu mai tanto ribelle come in questa mobilitazione. Purtroppo si sa soltanto la minima parte di quello che succede, ma è già sufficiente per dimostra­re che con questo esercito è impossibile una guerra offensiva ». E an­cora, l'11 giugno: «In questa guerra la milizia territoriale sarà tanto pericolosa quanto furono pericolosi nel 1806 i polacchi, che formavano oltre un terzo dell'esercito e disorganizzarono ogni cosa. Solo che la territoriale, invece di disperdersi, dopo la sconfitta si ribellerà». Tutto ciò era scritto tre settimane prima di Sadowa.

Sadowa dissipò tutte le nebbie, e il giorno dopo la battaglia Engels già scriveva: « Che cosa ne dici dei prussiani? Lo sfruttamento dei primi successi è avvenuto con estrema energia... Una così decisiva battaglia condotta a termine in 8 ore è cosa mai prima d'ora accaduta; in altre circostanze sarebbe durata due giorni. Ma il fucile ad ago è un'arma spietata, e poi quella gente si batte veramente con un valore quale non ho mai visto in tali truppe di pace». Engels e Marx potevano sba­gliarsi e si sono spesso sbagliati, ma non rifiutavano mai di riconoscere il proprio errore quando gli avvenimenti stessi lo imponevano. La vitto­ria prussiana era per loro un boccone difficile da trangugiare, ma essi non aspettarono di restarne soffocati. Engels, la cui autorità aveva la prevalenza in tale questione, il 25 luglio riassunse così la situazione: « La storia in Germania mi sembra adesso abbastanza semplice. Dal momento in cui Bismarck ha attuato con l'esercito prussiano e con così colossale successo il piano piccolo tedesco della borghesia, lo sviluppo degli avvenimenti in Germania ha preso questa direzione così decisa­mente, che noi alla stessa maniera di altri dobbiamo riconoscere il fatto compiuto, ci piaccia o non ci piaccia... La cosa ha questo di buono, c he semplifica la situazione, con ciò facilita la rivoluzione, elimina le sommosse delle piccole capitali ed affretta in ogni caso lo sviluppo degli avvenimenti. In fin dei conti un Parlamento tedesco è tutt'altra cosa che una Camera prussiana. La massa dei piccoli staterelli verrà gettata nel vortice, cesseranno le peggiori influenze di carattere locale e final­mente i partiti diventeranno nazionali invece che puramente locali». Due giorni dopo Marx rispose con laconica tranquillità : « Sono perfetta­mente della tua opinione che bisogna prendere questa sozzura così come. Però è bello, durante questo primo periodo dell'amore in boccio, esser lontani».

Contemporaneamente Engels scrisse, non in senso elogiativo, che « frate Liebknecht si è ficcato a capo fitto in una fanatica austrofilia» ; che delle « corrispondenze furiose » da Lipsia nella Neue Frankfurter Zeitung venivano evidentemente da lui; che questo giornale stermina­tore di principi era arrivato al punto di rimproverare ai prussiani il loro vergognoso trattamento all'« onorabilissimo principe elettore della Assia» e a entusiasmarsi per irpovero Guelfo cieco. Invece a Berlino Schweitzer assunse la medesima posizione che Marx ed Engels a Londra, sulla base degli stessi motivi e con le stesse parole, è per questa sua po­litica « opportunistica » questo infelice deve subire ancor oggi lo sdegno morale degli importanti uomini politici che adorano Marx ed Engels senza capirli.

 

 

[1] L' 11 maggio 1878 un certo Hòdel sparò contro Guglielmo I, e il 2 giugno dello stesso anno Karl Nobiling ripeté l'attentato contro l'imperatore, che questa volta rimase ferito gravemente.

[2] Lettere a Kugelmann, Edizioni Rinascita, Roma 1950, p. 33 sg.