Indirizzo inaugurale e statuti

Fino allora Marx non aveva preso parte attiva al movimento. Era stato invitato dal francese Le Lubez a intervenire in rappresentanza degli operai tedeschi, e in particolare a designare un operaio tedesco quale oratore. Egli propose Eccarius, mentre per parte sua assistette dalla tribuna senza prender la parola.

Marx aveva un concetto abbastanza alto del suo lavoro scientifico, per anteporlo a qualsiasi affaccendarsi per creare associazioni che apparisse fin dall'inizio privo di prospettive; ma lo rimandava volentieri quando c'era da fare del lavoro utile per il proletariato. Questa volta capì che erano in gioco delle «forze effettive». Scrisse a Weydemeyer (e in ter­mini simili ad altri amici): «Il Comitato internazionale degli operai, di recente costituito, non è privo di importanza. I suoi membri inglesi sono per lo più capi delle Trade Unions, quindi i veri sovrani londinesi degli operai, le stesse persone che prepararono la grandiosa accoglienza a Garibaldi e che col gigantesco meeting di St. James Hall (presieduto da Bright) impedirono a Palmerston di dichiarare guerra agli Stati Uniti, come era sul punto di fare. I membri francesi sono insignificanti, ma sono organi diretti dell'avanguardia operaia di Parigi. Esiste pure un collega­mento con le associazioni italiane, che di recente hanno tenuto il loro congresso a Napoli. Quantunque io abbia rifiutato per anni sistematica­mente di partecipare a qualsiasi "organizzazione", questa volta ho accet­tato perché si tratta di una faccenda in cui si può esercitare un'azione considerevole». Marx vedeva che «evidentemente era in corso una rina­scita delle classi lavoratrici», e ritenne suo primo dovere aprire loro nuove strade.

Si aggiunse il caso fortunato che per circostanze esterne la direzione ideologica toccò a lui. Il comitato eletto si integrò con l'aggiunta di nuove forze: era costituito da una cinquantina di membri, per metà operai inglesi. Dopo gli inglesi, la più forte era la Germania, rappresentata da una decina di membri che, come Marx, Eccarius, Lessner, Lochner, Pfàn-der, avevano già appartenuto alla Lega dei Comunisti. La Francia aveva nove rappresentanti, l'Italia sei, la Polonia e la Svizzera due ciascuna. Dopo la sua costituzione il comitato nominò un sottocomitato che doveva redigere il programma e gli statuti.

In questo sottocomitato fu eletto anche Marx ma, indisposto o in­formato troppo tardi, fu impedito più volte di partecipare alle delibera­zioni. Nel frattempo il maggiore Wolff, segretario privato di Mazzini, l'inglese Weston e il francese Le Lubez avevano provato inutilmente ad assolvere il compito che era stato assegnato al comitato. Per quanto a quel tempo fosse popolare fra gli operai inglesi, Mazzini conosceva trop­po poco il movimento operaio moderno per imporsi col suo programma ad esperti tradunionisti. La lotta di classe del proletariato gli era incom­prensibile, e perciò invisa. Il suo programma arrivava tutt'al più a una fraseologia socialistica che ormai il proletariato, dopo il '60, aveva superato da tempo. Anche i suoi statuti traevano parimente la loro origine dallo spirito di un tempo passato: redatti alla maniera rigidamente centralistica delle società di cospirazione politica, non tenevano conto in parti­colare delle condizioni di vita delle Trade Unions, e in generale delle condizioni di vita di una lega internazionale degli operai che non doveva creare un nuovo movimento, ma soltanto collegare il movimento di classe del proletariato che già esisteva in diversi paesi ma era ancora disperso. Anche i programmi proposti da Le Lubez e Weston non andavano al di là di un generico vaniloquio.

La cosa era quindi assai imbrogliata quando Marx la prese nelle sue mani. Egli decise che «possibilmente non dovesse restare di quella roba una sola riga»[1], e per sbarazzarsene del tutto redasse un Indirizzo alle classi lavoratrici, specie di rassegna delle loro vicende dopo il 1848 (che non era stato previsto nel meeting di St. Martin's Hall) per poi stendere gli statuti nella forma più chiara e più breve. Il sottocomitato accettò subito le sue proposte, inserendo però nell'introduzione degli statuti qualche frase su «diritto, dovere, verità, morale e giustizia», che però Marx seppe collocare, come scrisse a Engels[2], in modo che non arrecassero nessun danno. Di poi anche il comitato generale accettò Indirizzo e sta­tuti all'unanimità e con grande entusiasmo.

Dell'Indirizzo inaugurale[3] disse una volta Beesly che era probabilmente l'esposizione più potente e precisa della causa operaia contro la classe media che fosse mai stata scritta, concentrata in una dozzina di paginette. L'Indirizzo cominciava col sottolineare l'importante dato di fatto che la miseria della classe operaia non era diminuita dal 1848 al 1864, sebbene questo periodo non avesse avuto l'uguale per lo sviluppo dell'industria e per l'incremento del commercio. Dimostrava questo fatto contrapponendo, con prove documentate, da una parte la spaventosa statistica dei libri azzurri ufficiali sulla miseria del proletariato inglese, dall'altra le cifre che il Cancelliere dello Scacchiere Gladstone aveva prodotto, nel suo discorso sul bilancio, sull'incremento di potenza e ric­chezza, che si sarebbe verificato in quello spazio di tempo, incremento inebriante ma in tutto e per tutto limitato alle classi possidenti. L'Indirizzo svelava questo contrasto riferendosi alle condizioni inglesi, perché l'Inghil­terra marciava alla testa dell'Europa commerciale e industriale, ma aggiun­geva che esso esisteva, con altre sfumature locali e su scala un poco ridot­ta, in tutti i paesi del continente dove si sviluppava la grande industria.

L'incremento inebriante di potenza e ricchezza si limitava dovunque alle classi possidenti, se si eccettua un piccolo numero di operai, come in Inghilterra, che aveva avuto un certo aumento di salario, ma compen­sato di nuovo da un generale aumento dei prezzi. «Dappertutto la grande massa delle classi lavoratrici è caduta più in basso, almeno nella stessa misura in cui le classi che stanno sopra di esse sono salite nella scala sociale. In tutti i paesi d'Europa è ora diventata verità dimostrabile a ogni intelletto libero da pregiudizi, che viene contestata solo da coloro che hanno interesse a rinchiudere gli altri in una felicità illusoria, che nessun perfezionamento delle macchine, nessuna applicazione della scienza alla produzione, nessun progresso dei mezzi di comunicazione, nessuna nuova colonia, nessuna emigrazione, nessuna apertura di nuovi mercati, nessun libero scambio, né tutte queste cose prese insieme elimineranno la miseria delle masse lavoratrici; che, anzi, sulla falsa base presente, ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro inevitabilmente deve tendere a rendere più profondi i contrasti sociali, e più acuti gli anta­gonismi sociali. La morte per inanizione in questa inebriante epoca di progresso economico si è quasi elevata, nella metropoli dell'Impero bri­tannico, al grado di una istituzione permanente. Questa epoca è contras­segnata, negli annali del mondo, dal ritorno sempre più frequente, dalla estensione sempre più larga, dagli effetti sempre più mortali di quella peste sociale che si chiama crisi economica e industriale»[4].

L'Indirizzo accennava poi alla sconfitta subita dal movimento operaio negli anni fra il '50 e il '60 e rilevava che questo periodo in compenso aveva avuto anche degli aspetti favorevoli. Erano messi in speciale rilievo due fatti importanti. Prima di tutto la giornata legale di dieci ore con le sue conseguenze così salutari per il proletariato inglese. La lotta per la limitazione legale del tempo di lavoro toccava direttamente la grave con­troversia tra il cieco dominio delle leggi dell'offerta e della domanda, che costituiscono l'economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previdenza sociale[5], che è l'economia politica della classe operaia. «Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico; fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l'economia politica della borghesia soggiaceva all'economia politica della classe operaia»[6].

Una vittoria ancora maggiore l'economia politica del proletariato riportò col movimento cooperativo, specialmente con le fabbriche coope­rative create dagli sforzi di pochi lavoratori intrepidi non aiutati da nessuno. «Il valore di questi grandi esperimenti sociali non può mai essere apprezzato abbastanza. Coi fatti, invece che con argomenti, queste coope­rative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna, è possibile senza l'esistenza di una classe di padroni che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato, che impugna i suoi strumenti con mano volenterosa, mente alacre e cuore lieto»[7]. Tuttavia il lavoro coope­rativo, limitato all'angusta cerchia di tentativi occasionali, non può rom­pere il monopolio capitalistico. «Forse appunto per questa ragione è avvenuto che aristocratici pieni di buone intenzioni, filantropi borghesi chiacchieroni e persino economisti d'ingegno sottile hanno coperto im­provvisamente di complimenti stucchevoli quello stesso sistema coopera­tivo, che invano avevano cercato di soffocare in germe deridendolo come utopia di sognatori e bollandolo come sacrilegio di socialisti»[8]. Soltanto lo sviluppo del lavoro cooperativo su scala nazionale — continuava l'Indirizzo — poteva salvare le masse; ma i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi politici per perpetuare i loro mono­poli economici. Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico.

Gli operai sembravano aver compreso questo dovere, come dimostrava il loro simultaneo risveglio in Inghilterra, in Francia, in Germania e in Italia, i loro sforzi simultanei per riorganizzare politicamente il partito operaio. «La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall'organizza­zione e guidati dalla conoscenza. L'esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno, che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l'emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti»[9]. Questa idea aveva spinto i partecipanti al meeting di St. Martin's Hall a fondare l'Associazione Internazionale degli Operai.

Anche un'altra convinzione animava quest'assemblea: se l'eman­cipazione della classe operaia richiedeva la sua fraterna unione e coope­razione, come poteva essa adempiere questa grande missione sino a che una politica estera che perseguiva disegni criminosi puntava su pre­giudizi nazionali, e profondeva in guerre di rapina il sangue e la ricchezza del popolo? «Non la saggezza della classe dominante, ma l'eroica resisten­za della classe operaia inglese alla sua delittuosa follia, fu ciò che salvò l'Europa occidentale dall'esser gettata nell'avventura di un'infame crociata per eternare e propagare la schiavitù sull'opposta riva dell'Oceano. Il plauso spudorato, la simpatia ipocrita o l'indifferenza idiota, con cui le classi superiori dell'Europa hanno veduto la fortezza montuosa del Cauca­so essere preda della Russia e la eroica Polonia essere assassinata dalla Russia stessa... hanno insegnato alle classi lavoratrici che è loro dovere dominare anch'esse i misteri della politica internazionale, vigilare gli atti diplomatici dei loro rispettivi governi, opporsi ad essi, all'occorrenza, con tutti i mezzi in loro potere, e che, ove siano nell'impossibilità di pre­venire, è loro dovere unirsi, per smascherare simultaneamente questa attività, e per rivendicare come leggi supreme nei rapporti fra le nazioni le semplici leggi della morale e del diritto che dovrebbero regolare i rapporti fra privati. La lotta per una tale politica estera è una parte della lotta generale per l'emancipazione della classe operaia»[10]. L'Indirizzo si chiudeva, come già il Manifesto comunista, con le parole: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Gli Statuti cominciavano con dei «considerando» che si possono riassumere come segue: l'emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa, e questa lotta non è una lotta per nuovi privilegi di classe, ma per abolire ogni dominio di classe; la soggezione economica del lavoratore a colui che gode del monopolio dei mezzi di lavoro, cioè delle fonti della vita, forma la base della servitù in tutte le sue forme, la base di ogni miseria sociale, di ogni degradazione spirituale e dipendenza politica; l'emancipazione economica della classe operaia è il grande fine cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni movimento politico; tutti gli sforzi per raggiungere questo fine sono finora falliti per la mancanza di solidarietà tra le molteplici categorie di operai in ogni paese, e per l'assenza di una unione fraterna tra le classi operaie dei diversi paesi; l'emancipazione degli operai non è un problema locale né nazio­nale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna, e la cui soluzione dipende dalla collaborazione pratica e teorica di questi paesi[11]. A queste proposizioni chiare e acute erano poi aggiunti quei luoghi comuni morali sulla giustizia e. la verità, sui doveri e i diritti, che Marx accolse solo con riluttanza nel suo testo.

L'organizzazione dell'Associazione culminava in un Consiglio Gene­rale che doveva essere composto da operai dei diversi paesi rappresentati nell'Associazione. Fino al primo congresso il comitato eletto in St. Mar­tin's Hall si assumeva le attribuzioni del Consiglio Generale. Esse con­sistevano nel fungere da collegamento fra le organizzazioni operaie dei diversi paesi, tenere costantemente informati gli operai di ogni paese sul movimento della loro classe in ogni altro paese, condurre ricerche statistiche sulle condizioni delle classi lavoratrici, far discutere in tutte le società operaie questioni d'interesse generale, suscitare un'azione unitaria e simultanea delle associazioni aderenti in caso di conflitti internazionali, pubblicare bollettini periodici, e altri compiti simili. Il Consiglio Generale veniva eletto dal congresso che si riuniva una volta l'anno. Il congresso fissava la sede del Consiglio Generale e il luogo e la data per il congresso successivo. Il Consiglio Generale era autorizzato ad aggregarsi nuovi mem­bri e in caso di necessità a spostare la sede del congresso, ma non a differire la data della sua convocazione. Le società operaie dei singoli paesi che aderivano all'Internazionale conservavano intatta la loro organizzazione. A nessuna associazione locale indipendente era impedito di aver rapporti diretti col Consiglio Generale, ma era richiesto, come condizione necessa­ria per l'efficace attività del Consiglio Generale, che le associazioni isolate dei singoli paesi si riunissero, per quanto possibile, in associazioni nazio­nali rappresentate da organi nazionali centrali[12].

Per quanto sia errato affermare che l'Internazionale fu l'invenzione di una «grande mente», la sua fortuna fu però ugualmente di aver tro­vato, al suo sorgere, una grande mente che indicandole la via giusta le risparmiò di avviarsi su strade sbagliate. Più di questo Marx non fece, né volle fare. La genialità incomparabile dell'Indirizzo e degli Statuti stava appunto nel fatto che essi si ricollegavano interamente allo stato presente delle cose e nello stesso tempo, come una volta disse giustamen­te Liebknecht, contenevano fino alle ultime conseguenze i principi del comunismo, non meno del Manifesto comunista.

Dal Manifesto essi non differivano soltanto per la forma : «occorre tempo», scrisse Marx ad Engels, «prima che il movimento ridestato consenta l'antica audacia di parola. Necessario fortiter in re, suaviter in modo»[13]. La cosa aveva uno scopo diverso. Ora importava fondere in un grande esercito tutto l'elemento operaio combattivo d'Europa e d'Ame­rica, stabilire un programma che, secondo un'espressione di Engels, non chiudesse la porta alle Trade Unions inglesi, ai proudhoniani francesi, belgi, italiani, spagnoli, ai lassalliani tedeschi. Per la vittoria finale del socialismo scientifico, com'era impostato nel Manifesto comunista, Marx faceva assegnamento unicamente sullo sviluppo intellettuale della classe operaia, quale doveva risultare dalla sua azione unita.

Ben presto la sua attesa fu sottoposta a una dura prova : aveva appena cominciato il lavoro di propaganda per l'Internazionale, quando entrò in grave conflitto con quella classe operaia europea che prima di ogni altra avrebbe dovuto accettare i principi dell'Internazionale.

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 248.

[2] Ibidem.

[3] Il testo dell'Indirizzo inaugurale dell'Associazione Internazionale degli Operai è in Marx-Engels, Il Partito e l’Internazionale, Edizioni Rinascita, Roma, 1948, pp. 105-114.

[4] Indirizzo inaugurale cit., p. 110.

[5] L'espressione adoperata da Marx non è « previdenza » (Fùrsorge), ma « previsione » sociale.

[6] Indirizzo inaugurale cit., p. 112.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Indirizzo inaugurale cit., p. 113

[10] Ibid., pp. 113-4.

[11] Statuti generali dell'Associazione Internazionale degli Operai in Il Par­tito e l'Internazionale cit., pp. 114-5.

[12] Statuti generali cit., pp. 115-6.

[13] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 249.