Il Congresso di Ginevra

A differenza di quanto stabilito, quando la battaglia di Sadowa decise delle sorti tedesche il primo Congresso dell'Internazionale non aveva ancora avuto luogo. Il Congresso aveva dovuto essere ancora una volta rimandato al settembre di quell'anno, nonostante che nel secondo anno di vita l'Associazione avesse compiuto, rispetto al primo, un'ascesa in­comparabilmente più rapida.

Sul continente il suo nucleo più importante cominciò ad essere Gi­nevra, dove tanto la sezione romanza che la tedesca procedettero alla fondazione di propri organi di partito. Quello tedesco era il Vorbote, un mensile fondato e diretto dal vecchio Becker, le cui sei annate costi­tuiscono ancora oggi una delle fonti più importanti per la storia della Internazionale. Il Vorbote uscì dal gennaio del 1866 e si denominava «Organo centrale del gruppo di sezioni di lingua tedesca», perché anche i membri tedeschi dell'Internazionale, tanti o pochi che fossero, dipendevano da Ginevra, dato che le leggi tedesche sulle associazioni impedivano la formazione di sezioni all'interno della Germania. Per motivi simili la sezione romanza di Ginevra estese profondamente la propria influenza in Francia.

Anche in Belgio il movimento si era già creato un giornale proprio, la Tribune du peuple, che Marx riconosceva come organo ufficiale della Internazionale, alla pari dei due giornali ginevrini. Ma non considerava tali uno o due giornaletti che uscivano a Parigi e che difendevano a modo loro la causa operaia. Il movimento prese un buon avvio anche in Francia, ma più come un fuoco di paglia che come qualche cosa di duraturo. A causa della completa mancanza di libertà di stampa e di riunione, era difficile creare dei veri e propri centri del movimento, e la tolleranza ambigua della polizia bonapartista aveva l'effetto piuttosto di addormentare che di destare le energie degli operai. Anche il forte predominio del proudhonismo non era adatto per alimentare la forza organizzativa del proletariato.

Il proudhonismo si faceva sentire specialmente nella «giovane Fran­cia», che viveva in esilio a Bruxelles o a Londra. Nel febbraio del 1866 una sezione francese, che si era formata a Londra, fece una violenta op­posizione al Consiglio Generale perché aveva messo la questione polacca nel programma del Congresso di Ginevra. Riecheggiando idee proudhoniane essa chiedeva come si potesse pensare ad arginare l'influsso russo mediante la restaurazione della Polonia, in un momento nel quale i servi della gleba russi erano liberati dalla Russia, mentre i nobili e i preti polacchi si eran sempre rifiutati di dare la libertà ai loro servi della gleba. Anche allo scoppio della guerra tedesca i membri francesi dell'In­ternazionale e persino quelli del Consiglio Generale sollevarono inutili contese col loro «stirnerianismo proudhonizzato», come una volta disse Marx, affermando che tutte le nazionalità erano superate e chiedendo il loro scioglimento in piccoli «gruppi», che avrebbero dovuto formare di nuovo una «unione», ma non uno Stato. «E dunque questa "indi­vidualizzazione" dell'umanità e il corrispondente "mutualisme" debbo­no aver luogo mentre la storia in tutti gli altri paesi si ferma, e tutto il mondo aspetta che la gente sia matura per compiere una rivoluzione sociale. Poi ci metteranno davanti agli occhi il loro esperimento, e il resto del mondo, soggiogato dalla forza del loro esempio, farà come loro»[1]. Con questa canzonatura Marx colpiva prima di tutto i suoi «ottimi amici» Lafargue e Longuet, che dovevano diventare suoi generi, ma intanto, come « credenti di Proudhon », gli causavano molte secca­ture.

Il nucleo principale dell'Internazionale erano sempre le Trade Unions. Così giudicava anche Marx: il 15 gennaio 1866, in una lettera a Kugelmann[2], esprimeva la sua soddisfazione per essere riuscito ad attirare nel movimento l'unica organizzazione operaia veramente grande; una gioia particolare gli aveva procurato una colossale assemblea che si era tenuta alcune settimane prima in St. Martin's Hall a favore della riforma elettorale, sotto la direzione ideale dell'Internazionale. Quando poi il ministero whig Gladstone ebbe presentato, nel marzo 1866, un progetto di riforma elettorale che parve troppo radicale a una parte del suo stesso partito, e cadde in seguito alla scissione di questi suoi membri, per essere sostituito dal ministero tory Disraeli, che cercò di tirare per le lunghe la riforma elettorale, il movimento assunse forme tempestose. Il 7 luglio Marx scrisse a Engels: «Le dimostrazioni operaie londinesi, spettacolose se paragonate con ciò che abbiamo veduto in Inghilterra dal 1849, sono pura opera dell'Internazionale. Lucraft, per esempio, il capitano in Trafalgar Square, fa parte del nostro Consiglio»[3]. A Trafalgar Square, dove erano riunite 20.000 persone, Lucraft convocò la riunione di un meeting in White Hall Gardens, dove «qualche volta abbiamo tagliato la testa a uno dei nostri re», subito dopo si arrivò già quasi all'aperta rivolta in Hyde Park, dove erano riunite 60.000 persone.

Le Trade Unions riconobbero pienamente i servigi resi dall'Interna­zionale a questo movimento che si estendeva a tutto il paese. Una con­ferenza a Sheffield, alla quale erano rappresentate tutte le Trade Unions, dichiarò in una risoluzione : « Mentre la Conferenza tributa il suo pieno riconoscimento all'Associazione Internazionale degli Operai per gli sforzi da essa compiuti per unire con un legame di fratellanza gli operai di tutti i paesi, essa raccomanda caldamente a tutte le società qui rappre­sentate di entrare a far parte di questa Associazione, con la convinzione che ciò sia di estrema importanza per il progresso e il benessere dell'intera classe operaia». Allora un buon numero di sindacati entrò a far parte dell'Internazionale, ma questo successo morale e politico non rappresentò un pari successo materiale. Ai sindacati aderenti fu accordato di pagare un contributo a piacere, o anche nessun contributo, e anche quando lo versavano era in misura molto modesta. Così i calzolai, con 5.000 mem­bri, pagavano annualmente cinque sterline, i falegnami con 9.000 membri due sterline, i muratori con 3 o 4.000 membri addirittura una sterlina sola.

Marx si accorse anche molto presto che nel «Reformmovement» si manifestava di nuovo «il maledetto carattere tradizionale di tutti i movimenti inglesi». Già prima della fondazione dell'Internazionale le Trade Unions si erano messe in relazione con i radicali borghesi per la riforma elettorale. Questi rapporti diventarono ancora più stretti via via che il movimento prometteva di far maturare frutti tangibili; degli «acconti» che prima sarebbero stati respinti con indignazione, erano considerati ora degne ricompense per la lotta sostenuta; Marx arrivava a rimpiangere lo spirito ardente dei vecchi cartisti. Biasimava l'incapa­cità degli inglesi, di fare due cose in una volta: quanto più il movi­mento per la riforma elettorale andava avanti, tanto più si raffreddavano i capi inglesi «nel nostro movimento più circoscritto»; «in Inghilter­ra il movimento per la riforma, che era stato chiamato in vita da noi, ci ha quasi ammazzato»[4]. Un forte ostacolo a questo andazzo venne a mancare per la malattia e il soggiorno a Margate di Marx, che gli im­pedirono di intervenire personalmente.

Grande fatica e preoccupazioni gli procurò anche il giornale The Workman's Advocate, che la Conferenza del 1865 aveva proclamato organo ufficiale dell'Internazionale, e che nel febbraio del 1866 fu ribat­tezzato The Commonwealth. Marx faceva parte del consiglio d'ammini­strazione del giornale, che era costantemente alle prese con difficoltà finan­ziarie e quindi doveva ricorrere agli aiuti di borghesi fautori della riforma elettorale; egli si dava gran da fare per mantenere un contrappeso agli influssi borghesi, e inoltre proteggere dalle meschine invidie il posto di direttore; Eccarius diresse temporaneamente il giornale e vi pubblicò il suo noto scritto contro Stuart Mill, al quale Marx dette un forte con­tributo. Ma alla fine Marx non poté impedire che il Commonwealth «per il momento si trasformasse in un puro organo per la riforma», come scrisse in una lettera a Kugelmann«per ragioni in parte economiche e in parte politiche».

Questo stato generale delle cose spiega a sufficienza i grandi timori con cui Marx guardava al primo Congresso dell'Internazionale, perché temeva che esso finisse in «una figuraccia di fronte a tutta l'Europa». Poiché i parigini restavano fermi alla decisione della Conferenza di Londra, secondo cui il Congresso avrebbe dovuto tenersi alla fine di maggio, Marx voleva andare di persona sul Continente per convincerli dell'impossibilità di questo termine, ma Engels era del parere che tutta la faccenda non meritava il rischio che Marx correva di finire fra gli artigli della polizia bonapartista, dove non sarebbe stato protetto da nessuno; e disse che era cosa secondaria che il Congresso decidesse qual­che cosa di buono, purché potesse essere evitato ogni scandalo, e questo sarebbe stato ben possibile; e che in un certo senso ogni dimostrazione del genere — per lo meno di fronte a se stessi — sarebbe stata una catti­va figura senza tuttavia essere necessariamente una cattiva figura di fronte all'Europa[5].

La difficoltà fu superata perché gli stessi ginevrini, che non erano pronti con la loro preparazione, decisero di rimandare il Congresso fino a settembre, e questa decisione trovò consenso dovunque, meno che a Parigi. Marx non aveva intenzione di partecipare personalmente al Congresso, perché il lavoro per la sua opera scientifica non permetteva più altre interruzioni prolungate; gli pareva che questo suo lavoro fos­se molto più importante per la classe operaia di quanto egli avrebbe potuto fare personalmente a qualsiasi congresso. Ma spese molto tempo per assicurare al Congresso uno svolgimento favorevole; per i delegati londinesi stese un memorandum che limitò di proposito a quei punti « che consentono un'intesa e una collaborazione immediata tra gli operai e forniscono un alimento e uno stimolo immediato ai bisogni della lotta di classe e all'organizzazione degli operai come classe»[6]. A questo memorandum si può fare lo stesso elogio che Beesly aveva fatto all'In­dirizzo inaugurale: le rivendicazioni immediate del proletariato inter­nazionale vi sono riassunte in maniera quanto mai profonda ed efficace. Come rappresentanti del Consiglio Generale andarono a Ginevra il presidente Odger e il segretario generale Cremer, e con loro Eccarius e Jung, della cui intelligenza Marx poteva fidarsi più che di altri.

Il Congresso tenne le sedute dal 3 all'8 settembre, sotto la presidenza di Jung e alla presenza di 60 delegati. Marx trovò che « era andato me­glio di quanto fosse da aspettarsi ». Soltanto sui « signori parigini » si espresse con molta asprezza. «Essi avevano la testa piena delle più vane frasi proudhoniane. Essi cianciano di scienza e non sanno nulla. Disde­gnano ogni azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale che si possa attuare anche con mezzi politici (come p. e. riduzione della gior­nata di lavoro per legge). Col pretesto della libertà e dell'antigo ver nati­vismo o dell'individualismo antiautoritario — questi signori che da 16 anni hanno sopportato e sopportano tanto tranquillamente il più misera­bile dispotismo! — predicano in realtà la volgare economia borghese, sol­tanto proudhonianamente idealizzata!». E così seguitava, in termini anche più duri.

Questo giudizio è molto severo, quantunque alcuni anni dopo Johann Philipp Becker, che era stato presente al Congresso come dirigente, si esprimesse con una durezza anche maggiore, se possibile, sulla gazzarra che vi aveva dominato. Solo che Becker oltre i francesi non dimenticava i tedeschi, e oltre i proudhoniani non dimenticava i seguaci di Schulze-Delitzsch. «Quante cortesie si dovettero prodigare a quella buona gente, per scampare decentemente al pericolo delle loro aggressive felicita­zioni!». Diverso era certo il tono dei resoconti del Vorbote, che vanno letti con qualche riserva.

I francesi avevano una rappresentanza relativamente forte, dispone­vano di circa un terzo dei mandati, e non facevano mancare l'oratoria, ma non ottennero molto. La loro proposta di accogliere nell'Internazio­nale soltanto lavoratori del braccio e non lavoratori della mente fu respin­ta, e la stessa sorte subì la loro proposta di ammettere nel programma dell'Associazione le questioni religiose, e così questa idea malnata fu eliminata per sempre. Fu accettata invece una proposta abbastanza inof­fensiva, da loro presentata, per degli studi sul credito internazionale, che miravano, secondo le idee proudhoniane, a portare in seguito a una banca centrale dell'Internazionale. Di maggior peso fu l'approvazione di una proposta, presentata da Tolain e Fribourg, che condannava il lavoro delle donne come « principio di degenerazione» e indicava la famiglia come posto destinato alla donna. Ma essa trovò obiezioni già da parte dello stesso Varlin e di altri francesi, e fu accettata solo unita­mente alle proposte del Consiglio Generale sul lavoro delle donne e dei bambini, che la soffocarono. Quanto al resto, i francesi riuscirono soltanto a introdurre di contrabbando qua e là nelle risoluzioni qualche riempitivo proudhoniano, ciò che spiega come Marx fosse parecchio indispettito per questi difetti esteriori, che sfiguravano la sua opera faticosa, senza però disconoscere di poter essere ben soddisfatto per tutto lo svolgimento del Congresso.

Solo su un punto Marx aveva avuto un delusione che poteva rin­crescergli e gli rincrebbe assai: sulla questione polacca. Dopo le espe­rienze della Conferenza di Londra questo punto era stato motivato con cura nel memorandum inglese. Esso affermava che gli operai europei dovevano sollevare questa questione, perché le classi dominanti la mette­vano a tacere, nonostante tutti i loro entusiasmi per ogni sorta di nazio­nalità, perché aristocrazia e borghesia consideravano la tenebrosa potenza asiatica come l'ultimo mezzo di salvezza contro l'avanzare della classe operaia; che questa potenza sarebbe stata resa inoffensiva soltanto me­diante la restaurazione della Polonia su fondamenta democratiche; che sarebbe dipeso da questo se la Germania doveva essere un avamposto della Santa Alleanza o un alleato della Francia repubblicana; che il movimento operaio sarebbe stato arrestato, interrotto e ritardato finché questa grande questione europea non fosse risolta. Gli inglesi sostennero energicamente questa proposta, ma i francesi e una parte degli svizzeri romanzi si opposero con energia non minore; infine, per suggerimento di Becker, che parlò lui stesso in favore della proposta ma voleva evitare una scissione aperta su questa questione, fu raggiunto un accordo su una risoluzione evasiva secondo cui l'Internazionale, essendo contraria a ogni dominazione violenta, si adoperava anche per eliminare l'influsso imperialistico della Russia e per la restaurazione della Polonia su basi democratico-sociali.

Quanto al resto, il memorandum inglese vinse su tutta la linea. Gli statuti provvisori furono convalidati, salvo alcune modifiche; l'Indirizzo inaugurale non fu discusso, ma da allora fu sempre citato come docu­mento ufficiale nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni dell'Internazionale. Il Consiglio Generale fu rieletto, con sede in Londra; esso doveva pre­parare un'ampia statistica sulla situazione della classe operaia interna­zionale, e redigere un bollettino su tutto ciò che interessava l'Associa­zione Internazionale degli Operai, ogni volta che i suoi mezzi glielo permettessero. Per coprire le spese fu imposto ad ogni membro, per l'anno seguente, un contributo straordinario di 30 centesimi (24 Pfennig); come contributo ordinario annuale per la cassa del Consiglio Generale il Congresso raccomandò di fissare mezzo penny o un penny (8,5 Pfen­nig), oltre al prezzo della tessera.

Fra le dichiarazioni programmatiche del Congresso vi erano in pri­mo luogo le risoluzioni sulle leggi per la protezione degli operai e sulle associazioni sindacali. Il Congresso affermò il principio che la classe operaia deve conquistarsi leggi per la protezione degli operai. «Riuscen­do ad ottenere tali leggi, la classe operaia non rafforza il potere del gover­no. Al contrario, essa trasforma in proprio strumento quel potere, che ora è impiegato contro di essa». Con una legge generale essa realizzava ciò che sarebbe stato un inutile tentativo voler realizzare mediante sforzi individuali isolati. Il Congresso raccomandò la limitazione della giornata lavorativa come una condizione senza la quale sarebbero falliti tutti gli altri sforzi del proletariato per la propria emancipazione; ciò era ne­cessario per garantire energia e salute fisica alla classe operaia, per as­sicurarle la possibilità di sviluppo spirituale, di relazioni sociali e di at­tività sociale e politica. Come limite legale della giornata lavorativa il Congresso propose otto ore, che dovevano essere fissate in un deter­minato spazio di tempo della giornata, in modo tale che questo spazio di tempo comprendesse le otto ore di lavoro e le interruzioni per i pa­sti. La giornata di otto ore doveva valere per tutti i maggiorenni, uo­mini e donne, fissando la maggiorità a partire dal compimento del di­ciottesimo anno d'età. Il lavoro notturno era da respingere per ragioni di salute, le eccezioni indispensabili dovevano essere regolate per legge. Le donne dovevano essere escluse col massimo rigore dal lavoro not­turno e da qualsiasi altro lavoro che fosse pericoloso per la salute fem­minile o che fosse sconveniente per il sesso femminile.

Nella tendenza dell'industria moderna a introdurre bambini e gio­vani dei due sessi a collaborare alla produzione sociale, il Congresso vedeva un progresso utile e legittimo, per quanto esecrabile fosse la forma in cui esso era attuato sotto il dominio del capitale. In una situa­zione sociale razionalmente ordinata, ogni ragazzo maggiore di nove anni, senza distinzione, doveva diventare un lavoratore produttivo, allo stesso modo che nessun adulto doveva sottrarsi alla generale legge di natura: lavorare, cioè, per poter mangiare, e lavorare non soltanto col cervello, ma con le mani. Nella società attuale — proseguiva la risolu­zione — si impone di ripartire i ragazzi e i giovanetti in tre classi e di trattarli differenziatamente: ragazzi da 9 a 12 anni, ragazzi da 13 a 15 anni, giovanetti e ragazze da 16 a 17 anni. Il tempo di lavoro per la prima classe, in qualsiasi posto di lavoro o lavoro a domicilio, doveva essere limitato a due ore, per la seconda classe a quattro, per la terza a sei ore, dovendo restare riservata, per quest'ultima classe, un'interruzione del tempo di lavoro di almeno un'ora per i pasti e per la ricreazione. Ma il lavoro produttivo dei ragazzi e dei giovani poteva esser permesso sol­tanto se congiunto all'educazione, intendendo con ciò tre cose: educa­zione spirituale, educazione fisica e infine istruzione tecnica, che impar­tisse i principi scientifici generali di ogni processo di produzione e nello stesso tempo iniziasse la giovane generazione all'uso pratico degli stru­menti più elementari.

Sulle associazioni di mestiere il Congresso decise che la loro attività era non solo legittima, ma anche necessaria. Esse erano il mezzo per op­porre al potere sociale concentrato del capitale l'unico potere sociale che il proletariato avesse in suo possesso: il numero. Finché esisteva il modo di produzione capitalistico, delle associazioni di mestiere non si poteva lare a meno, anzi esse avrebbero reso generale la loro attività mediante collegamenti internazionali. Resistendo coscientemente agli incessanti soprusi del capitale, esse sarebbero diventate inconsciamente dei centri d'attrazione per l'organizzazione della classe operaia, così come i comuni medioevali erano diventati analoghi centri d'attrazione per la classe bor­ghese. Ingaggiando incessanti azioni di guerriglia nella lotta quotidiana fra capitale e lavoro, le associazioni di mestiere sarebbero diventate an­cora molto più importanti come strumenti organizzati per l'abolizione del lavoro salariato. Fino allora le associazioni di mestiere avevano avuto di mira troppo esclusivamente la lotta immediata contro il capitale, in avvenire esse non dovevano tenersi al di fuori del generale movimento politico e sociale della loro classe. Si sarebbero estese col massimo vigore se la gran massa del proletariato si fosse convinta che il loro scopo, lun­gi dall'essere limitato ed egoistico, mirava invece alla liberazione di milio­ni di oppressi.

Subito dopo il Congresso di Ginevra, Marx intraprese un tentativo nel senso espresso da questa risoluzione, dal quale si riprometteva molto. Il 13 ottobre 1866 scrisse a Kugelmann: «Il Consiglio Londinese delle Trade Unions (il suo segretario è il nostro presidente Odger) sta esa­minando in questo momento se dichiararsi Sezione Inglese dell'Associa­zione Internazionale. Qualora lo facesse, la direzione della classe operaia passerebbe qui, in un certo senso, a noi, e noi potremmo spingere innanzi il movimento»[7]. Ma il Consiglio non prese questa decisione, e con tutta la sua amicizia per l'Internazionale risolse di mantenere la propria indipendenza e rifiutò anche, se le informazioni degli storici delle Trade Unions sono giuste, di far partecipare alle sue sedute un rappresentante dell'Internazionale per riferire brevemente su tutti gli scioperi del Con­tinente.

Sin dai primi anni l'Internazionale si accorse che grandi successi l'attendevano, ma che questi successi avevano i loro determinati limiti. Per ora però poteva rallegrarsi dei suoi successi, e Marx registrò con viva soddisfazione nella sua opera, alla quale dava giusto ora l'ultima mano, che contemporaneamente al Congresso di Ginevra, un Congresso generale degli operai a Baltimora aveva indicato la giornata di otto ore come prima rivendicazione, per liberare il lavoro dai ceppi del ca­pitalismo.

Marx osservava che il lavoro della pelle bianca non poteva emanci­parsi in un paese dove veniva marchiato a fuoco il lavoro della pelle nera. Ma il primo frutto della guerra civile americana, che aveva ucciso la schiavitù, era stato l'agitazione per le otto ore, che camminò con gli stivali delle sette leghe della locomotiva dall'Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California[8].

 

 

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 424.

[2] Lettere a Kugelmann cit., p. 32.

[3] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 426.

[4] Lettere a Kugelmann cit., p. 38.

[5] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 405.

[6] Lettere a Kugelmann cit., p. 37

[7] Lettere a Kugelmann cit., p. 41.

[8] Il Capitale, libro primo, 1 cit., p. 328.