Civiltà inglese

Sono ormai ventun mesi che Engels ha passato in Inghilterra, e questo periodo ha avuto per lui un'importanza analoga a quella dell'anno trascorso da Marx a Parigi. Tutte due provenivano dalla scuola della filosofia tedesca, muovendo dalla quale essi, all'estero, giungevano a identici risultati, ma se Marx si era reso conto delie lotte e dei desi­deri del tempo studiando la rivoluzione francese, Engels lo aveva fatto studiando l'industria inglese.

Anche l'Inghilterra aveva avuto la sua rivoluzione borghese, anzi un secolo prima della Francia, ma appunto perciò in condizioni incomparabilmente meno avanzate. Quella rivoluzione si età infine risolta in un compromesso tra aristocrazia e borghesia, che si crearono una monar­chia comune. La « classe media » inglese non ebbe da sostenere con la monarchia e con la nobiltà quella lotta lunga e tenace che dovette so­stenere il « terzo stato » in Francia. Ma se alla storiografia francese di­venne chiaro soltanto attraverso a una considerazione retrospettiva che la lotta del « terzo stato » era una lotta di classe, in Inghilterra il pensiero della lotta di classe sbocciò per così dire fresco fresco dalle radici, quando il proletariato, al tempo del Rejormbill del 1832, entrò in lotta con la classe dominante. La differenza si spiegava col fatto che la grande industria aveva scon­volto il suolo inglese molto più profondamente che quello francese. Nel suo processo di sviluppo, constatabile quasi con mano, essa aveva annientato vecchie classi e ne aveva creato di nuove. L'intima struttura della moderna società borghese era in Inghilterra molto più trasparente che in Francia. Dalla storia e dalla natura dell'industria inglese Engels imparò che i fatti economici, che nella storiografia passata non avevano avuto parte alcuna o una parte meschina, almeno nel mondo moderno sono una forza storica decisiva, che essi formavano la base del sorgere degli odierni contrasti di classe, e che questi contrasti di classe, dove essi si fossero sviluppati pienamente grazie alla grande industria, erano a loro volta la base della formazione dei partiti politici, delle lotte politiche e con ciò di tutta la storia politica.

Era senz'altro dovuto alla sua professione il fatto che Engels rivolgesse lo sguardo in prima linea al terreno economico. Nei Deutsch-Franzosische Jahrbucher egli cominciò con una critica dell'economia politica, così come Marx aveva cominciato con una critica della filosofia del diritto. Il breve articolo è scritto ancora con impeto giovanile, ma annunzia tuttavia già una rara maturità di giudizio. Solo i professori tedeschi potevano chiamarlo un « lavoretto discretamente confuso » : Marx, cogliendo nel segno lo chiamò uno «schizzo geniale». Uno «schizzo», perché quello che Engels dice sull'economia di Adam Smith e di Ricardo non è affatto esauriente e nemmeno sempre esatto, e quello che egli rimprovera loro nei particolari poteva essere già stato detto da socialisti inglesi o francesi. Tuttavia era geniale il tentativo di far derivare tutte le contraddizioni dell'economia borghese dalla sua fonte reale, dalla pro­prietà privata in quanto tale; con questo Engels andava già più in là di Proudhon, che sapeva combattere la proprietà privata soltanto sul terreno della proprietà privata. In tutto quello che Engels ebbe a dire sugli effetti disumanizzanti della concorrenza capitalistica, sulla teoria della popolazione di Malthus, sulla sempre crescente febbre della pro­duzione capitalistica, sulle crisi commerciali, sulla legge del salario, sui progressi della scienza, che sotto il dominio della proprietà privata da mezzi di liberazione dell'umanità divengono piuttosto mezzi per il sem­pre più intenso asservimento della classe operaia ecc., sono contenuti i germi più fecondi del comunismo scientifico per la parte economica, che in realtà Engels ha scoperto per primo in quanto tale.

Su questo punto lui personalmente ha sempre avuto un'idea eccessivamente modesta. Una volta egli ha detto che alle sue tesi economiche soltanto Marx aveva dato « l'acuta impostazione decisiva », un'altra volta che « Marx stava più in alto, vedeva più avanti, considerava più cose e più rapidamente che tutti moi altri », e una terza volta che quello che egli aveva trovato, Marx avrebbe finito per trovarlo da sé; con tutto ciò nel loro periodo iniziale, sul terreno su cui alla fine si sarebbe dovuto dare e fu dato il colpo decisivo, Engels è stato quello che dette e Marx quello che ricevette. Sicuramente allora Marx era la mente più dotata filosofica­mente e più quadrata, e se ci si vuole magari divertire con un gioco infantile di se e di ma, che non ha nulla a che fare con la ricerca storica, si può disquisire se Engels avrebbe risolto il problema, che tutti e due risolsero, nella sua forma francese, più complessa, come lo ha ri­solto Marx. Ma — questo è stato a torto misconosciuto — nella sua forma inglese, più semplice, Engels lo ha risolto non meno felicemente. Proprio se si considera la sua critica dell'economia politica da un an­golo visuale unilateralmente economico, si potrà accantonarne qualche cosa; quello che la contraddistingue e quello che ne fa un progresso essenziale della conoscenza, il suo autore lo deve alla scuola dialettica di Hegel.

Nel secondo articolo che Engels pubblicò nei Deutsch-Franzosische Jahrbucher, il punto di partenza filosofico si mostra subito evidente. Egli vi descriveva la situazione inglese sulla base di uno scritto di Carlyle, da lui indicato come l'unico libro che valesse la pena d'esser letto tra tutta la produzione letteraria di un anno intero, riconoscendo in questo fatto l'espressione di una miseria anch'essa in significativo con­trasto con la ricchezza della produzione francese. Engels vi riallacciava una considerazione sull'esaurimento intellettuale dell'aristocrazia e della borghesia inglese; l'inglese colto, in base al quale si giudica sul continente il carattere nazionale degli inglesi, era lo schiavo più disprezzabile sotto il sole, che soffocava sotto i pregiudizi, e particolarmente sotto i pregiudizi religiosi. «Soltanto la parte della nazione inglese ignota sul continente, soltanto gli operai, i paria d'Inghilterra, i poveri, sono davvero rispettabili, nonostante tutta la loro rozzezza e tutta la loro degradazione morale. Da loro viene la salvezza dell'Inghilterra, in loro ancora c'è materia creativa; non hanno cultura, ma nemmeno pregiudizi; hanno ancora energia da impiegare per una grande impresa nazionale, hanno ancora un futuro». Engels additava, per dirla con Marx, come in questo « ingenuo terreno popolare » la filosofia cominciasse a metter radici; la Vita di Gesù di Strauss, che nessuno scrittore decente aveva osato tradurre e nessun libraio per bene stampare, era stata tradotta da un propagandista socialista e veniva diffusa in fascicoli da un penny tra gli operai di Londra, Birmingham e Manchester. Engels traduceva i « più belli » tra « i passi spesso meravigliosamente belli » dello scritto di Carlyle, che dipingevano coi colori più cupi la situazione inglese. Ma contro le proposte che Carlyle fa per la salvezza: una nuova religione, un culto panteistico degli eroi e altre del genere, egli si richiamava a Bruno Bauer e a Feuerbach. Tutte le possibilità della religione erano esaurite, anche il panteismo, che le Tesi di Feuerbach negli Anecdota avevano liquidato per sempre. « Finora la questione è sempre stata questa: che cosa è Dio?, e la filosofia tedesca ha così risolto la questione: Dio è l'uomo. L'uomo ha da riconoscere soltanto se stesso, ha da misurare su se stesso tutte le condizioni della vita, ha da giudicarle secondo la propria natura, ha da organizzare in modo veramente umano il mondo secondo le esigenze della sua natura, e così ha risolto l'enigma del nostro tempo ». E se Marx spiegava subito l'uomo di Feuerbach come l'essenza dell'uomo, lo Stato, la società, così Engels vedeva nell'essenza dell'uomo la storia, che è « il nostro uno e il nostro tutto », e che « da noi » viene tenuta più alta che da ogni altra precedente corrente filosofica, più alta anche che da Hegel, al quale alla fine doveva servire soltanto come prova delle soluzioni da lui prospettate.

E' straordinariamente seducente seguire fin nei minimi particolari, nei due articoli che Engels e Marx scrissero per i Deutsch-Franzosische Jahrbilcher, come affiorino gli stessi pensieri, diversamente coloriti .— qui alla luce della rivoluzione francese, lì alla luce dell'industrialismo inglese, le due grandi rivoluzioni storiche dalle quali data la storia della società borghese moderna — ma nella sostanza uguali. Se Marx nei diritti dell'uomo aveva saputo leggere il carattere anarchico della società borghese, Engels spiegava così la concorrenza, « questa categoria fondamentale dell'economista, questa sua figlia prediletta » : « Che cosa pensare di una legge, che riesce ad imporsi soltanto attraverso le rivoluzioni periodiche delle crisi commerciali? E' per l'appunto una legge naturale che si fonda sul venir meno di quelli che vi hanno parte». Se Marx era arrivato a comprendere che l'emancipazione umana è completa soltanto quando l'uomo sia divenuto essere collettivo mediante l'organizzazione delle sue proprie forze come forze sociali, Engels diceva : producete con coscienza, come uomini, non come atomi spersi senza coscienza della vostra collettività, e avrete superato tutte queste contraddizioni artificiose e insostenibili.

Si veda come l'accordo giunge quasi fino alle particolarità dell'espressione.