Un'amicizia senza pari

Tuttavia Marx deve la vittoria della sua vita non soltanto alla sua forza possente. Secondo ogni umano giudizio, alla fine egli avrebbe dovuto soccombere in un modo o nell'altro se non avesse avuto in Engels un amico della cui fedeltà e della cui capacità di sacrificio ci si può fare un'immagine esatta soltanto da quando è stato pubblicato il loro epistolario.

Un'immagine che non ha l'uguale in tutta la storia. Non sono certo mancate, nemmeno nella storia tedesca, delle coppie storiche d'amici la cui opera si confonda talmente da non potersi dire quello che è di uno e quello che è dell'altro, ma restava sempre un qualche rimasuglio di egoismo o di presunzione o magari anche soltanto una resistenza segreta ad abbandonare la propria personalità, che secondo le parole del poeta è «la più alta ventura dei figli della terra». In fin dei conti Lutero vedeva in Melantone soltanto un dotto dal cuore debole, e Melantone in Lutero soltanto un rozzo contadino, e bisogna avere scarsa sensibilità per non avvertire nel carteggio tra Goethe e Schiller la segreta disso­nanza tra il grande consigliere segreto e il piccolo consigliere di corte. All'amicizia  che legò Marx ed  Engels  mancò  anche quest'ultima traccia di debolezza umana; quanto più il loro pensiero e la loro attività si intrecciavano, tanto più anzi ciascuno dei due restava un uomo intero.

Già esteriormente si distinguevano. Engels, il biondo germano, slan­ciato, con le maniere di un inglese, come scrisse di lui un osservatore, ve­stito sempre accuratamente, severamente compreso della disciplina non soltanto della caserma, ma anche dell'ufficio; voleva con sei impie­gati metter su una sezione di ministero mille volte più semplice e chiara che con sessanta consiglieri di governo che non sapevano nem­meno scrivere comprensibilmente e ti introiavano tutti i registri in modo tale che nessuno ci capiva più niente : ma, con tutta la rispettabilità di un membro della borsa di Manchester, negli affari e nei piaceri della borghesia inglese, nelle sue cacce alle volpe e nei suoi banchetti di Natale, restò il lavoratore e il combattente intellettuale che nella casetta ai margini della città nascondeva il suo tesoro, una popolana irlandese, tra le cui braccia si ristorava quando si sentiva troppo stanco della canaglia umana.

Invece Marx, robusto, tarchiato, con gli occhi fiammeggianti e la criniera leonina nera come l'ebano, che rivelavano l'origine semitica, tra­scurato nell'aspetto esteriore; padre di famiglia pieno di guai, che viveva lontano da tutta la vita di società della metropoli, tutto immerso in uno snervante lavoro intellettuale, che gli consentiva appena di consumare un rapido pranzo, e che logorava le sue forze fino a notte alta; un pensa­tore senza riposo, per il quale pensare era la gioia più alta e in questo il vero erede di un Kant, di un Fichte, e soprattutto di uno Hegel, di cui ripeteva volentieri il detto : « Anche il pensiero delittuoso di uno scelle­rato è più nobile e più grandioso di tutte le meraviglie del cielo », con la sola differenza che il suo pensiero spingeva incessantemente all'azione; poco pratico nelle cose piccole, ma molto nelle cose grandi; anche troppo impacciato nel sistemare un piccolo ménage familiare, ma incomparabile nella capacità di arruolare e guidare un esercito destinato a sconvolgere il mondo.

Se per altri aspetti lo stile è l'uomo, essi si distinguono anche come scrittori. Ciascuno di loro era a modo suo un maestro della lingua, e cia­scuno anche un genio per le lingue, che dominava molti gruppi di lingue straniere e anche di dialetti. Engels in questo era anche superiore a Marx, ma quando scriveva nella sua lingua materna si controllava moltissimo anche nelle sue lettere, per non parlare dei suoi scritti, e manteneva il suo stile libero da ogni sia pur minimo tratto straniero, senza per questo andare a finire nelle bizzarrie dei puristi teutonici. Scriveva sem­plice e chiaro, in modo così comprensibile, che si può contemplare sem­pre fino al fondo la corrente limpida del suo fluido discorso.

Marx scriveva in modo più trascurato insieme e più difficile. Nelle sue lettere giovanili, come nelle lettere giovanili di Heine, si può ancora chiaramente avvertire una certa lotta con la lingua, e nelle lettere dei suoi anni più maturi, soprattutto da quando visse in Inghilterra, egli usava un suo gergo misto di tedesco, inglese e francese. Anche nelle sue opere ci sono più parole straniere di quanto fosse indispensabile, e non man­cano né gli anglicismi né i gallicismi, ma egli è tanto un maestro della lingua tedesca, che non lo si può tradurre senza perder molto. Engels, una volta che lesse un capitolo dell'amico in una traduzione francese alla quale Marx in persona aveva dato con cura l'ultima mano, sentì su­bito che forza e vigore e vita se ne erano andate al diavolo. Se Goethe una volta scriveva alla signora von Stein: «Nelle similitudini io gareggio coi proverbi di Sancio Panza», Marx poteva gareggiare nella concreta immaginosità della lingua coi più grandi «autori di similitudini», un Lessing, un Goethe, uno Hegel. Egli aveva compreso il detto di Lessing, che per una figurazione completa ci vogliono concetto e immagine, come maschio e femmina, e per questo i dotti delle Università, dal decano Wilhelm Roscher fino al più giovane libero docente io hanno convenien­temente ripagato stroncandolo. in quanto sarebbe riuscito a farsi capire soltanto in una maniera approssimativa, « tutta rappezzata di immagini ». Marx approfondiva le questioni che trattava soltanto fino al punto in cui restasse al lettore feconda materia di riflessione; il suo discorso è un gioco d'onde sulla profondità purpurea del mare.

Engels ha sempre riconosciuto in Marx il genio superiore; accanto a lui egli pretende di aver sempre avuto la parte del secondo violino. Non è però mai stato soltanto il suo commentatore e il suo aiutante, ma il suo collaboratore indipendente, un intelletto se non uguale, certo degno del suo. Come agli inizi della loro amicizia, Engels ha dato più di quanto ha ricevuto, e in un campo decisivo, così venti anni dopo Marx gli scriveva: «Tu sai che 1. a tutto io arrivo con ritardo e 2. che io seguo sempre le tue orme»[1]. Nella sua armatura leggera Engels si muoveva più agilmente, e se il suo sguardo era abbastanza acuto per rico­noscere il punto decisivo di una questione o di una situazione, non pene­trava abbastanza al profondo per considerare subito tutti i se e i ma, di cui è piena anche la più necessaria soluzione. Questo difetto a dire il vero è un grande vantaggio per l'uomo d'azione e Marx non prendeva nessuna decisione politica senza essersi prima consigliato con Engels, che di solito l'imbroccava giusta.

Era conforme a questa situazione che il consiglio che Marx chiedeva a Engels anche in questioni teoriche non si dimostrasse altrettanto pro­duttivo quanto in quelle politiche. Qui Marx si trovava di solito già più avanti. E fece orecchie da mercante a un consiglio che Engels gli dette spesso, per spingerlo a terminare con una certa sollecitudine la sua maggiore opera scientifica: «Sii una buona volta meno coscienzioso nei riguardi dei tuoi lavori; vanno sempre anche troppo bene per il mise­rabile pubblico. La cosa principale è che il lavoro sia scritto e che esca; i punti deboli che a te saltano agli occhi questi somari non li scoveran­no ». In questo consiglio c’era tutto Engels; nel non tenerne conto c'era tutto Marx.

Da tutto ciò risulta che per il quotidiano lavoro pubblicistico Engels era meglio dotato di Marx; «una vera enciclopedia», come lo definiva un amico comune, « pronto a lavorare ad ogni ora del giorno e della notte, sazio o digiuno, vivace e tutto preso dallo scrivere come un diavolo». Pare anche che, dopo la cessazione della Neue Rheinische Revue, nell'autunno del 1850, essi avessero da principio concepito l'idea di un'altra iniziativa comune a Londra; per lo meno nel dicembre del 1853 Marx scriveva ad Engels: «Se noi due — tu ed io — avessimo cominciato a tempo giusto a fare a Londra il mestiere dei corrispondenti inglesi, tu non te ne staresti a Manchester, tormentato dall'ufficio, e io non sarei tormentato dai debiti ». Se Engels alle prospettive di questo « affare » preferì il posto di impiegato nella ditta paterna, certo lo ha fatto in considerazione della situazione disperata in cui Marx si trovava, e con la prospettiva di tempi migliori, ma non già con l'intenzione di dedicarsi stabilmente al « maledetto commercio ». Ancora nella primavera del 1854, ma comunque per l'ultima volta, Engels indugiava sul pensiero di tornare a Londra per darsi all'attività letteraria; in questo momento deve aver pre­so la decisione di assoggettarsi stabilmente all'odiato giogo, non soltanto per aiutare l'amico, ma per conservare al partito la sua maggiore forza in­tellettuale. Soltanto a questa condizione Engels poteva affrontare il sacrifi­cio e Marx accettarlo; per affrontarlo come per accettarlo ci voleva un animo egualmente grande.

Prima che col passar degli anni Engels divenisse comproprietario della ditta, come semplice impiegato non stava proprio su di un letto di rose; ma, sin dal primo giorno del suo trasferimento a Manchester, ha mandato il suo aiuto e non si è mai stancato di mandarlo. Incessante­mente i fogli da una, da cinque, da dieci, poi anche da cento sterline partivano per Londra. Engels non perdette mai la pazienza, anche quando essa era messa a una prova più dura di quanto sarebbe stato necessario da Marx e dalla moglie di lui, le cui capacità in economia domestica pare non siano state eccessive. Scosse appena la testa una volta che Marx, dimenticandosi l'importo di una cambiale che era tratta anche su lui, si trovò spiacevolmente sorpreso il giorno della sua scadenza. O ancora, quando la signora Marx, in occasione di un ennesimo risanamento del bilancio familiare, tacque per falsi pudori una grossa somma, per risparmiarla a poco a poco col denaro delle spese quotidiane, e ricomincia­re da capo così, nonostante tutte le buone intenzioni, con la vecchia miseria; Engels perdonò all'amico il gusto un po' farisaico di sparlare della « follia delle femmine » che « evidentemente avevano sempre bisogno del tutore », e si limitò al bonario ammonimento : « Cerca sol­tanto che una cosa del genere non si ripeta per il futuro ».

Tuttavia, non soltanto di giorno Engels sgobbava per l'amico nel­l'ufficio e alla Borsa, ma gli sacrificava in gran parte le ore di riposo della sera fino a notte inoltrata. Da principio ciò accadeva per scrivere al posto di Marx, o per tradurre le corrispondenze per la New York Tribune finché questi non potè padroneggiare la lingua inglese; ma egli continuò questa tacita collaborazione anche quando il suo motivo originario non sus­sisteva più.

Ma tutto ciò appare di poco conto di fronte al sacrificio maggiore che Engels affrontò : la rinuncia all'enorme produzione scientifica di cui sarebbe stato in grado con la sua incomparabile capacità di lavoro e le sue ricche doti. Anche di questo si ha un'idea esatta soltanto dall'episto­lario tra i due amici, anche se ci si limita soltanto agli studi linguistici e militari, che Engels praticava con particolare predilezione, sia per una « antica inclinazione » che per le necessità pratiche della lotta per l'eman­cipazione proletaria. Infatti, per quanto gli ripugnasse ogni « autodidat­tismo » — « è sempre una balordaggine », pensava sprezzantemente — e per quanto solido fosse il metodo del suo lavoro scientifico, tuttavia egli, come Marx, non era uno studioso da tavolino, e ogni nuova cogni­zione aveva per lui un valore doppio, se poteva essere subito utile per far saltare le catene del proletariato.

Così cominciò a studiare le lingue slave, per la « opportunità » che « almeno uno di noi » conosca al prossimo grande avvenimento politico, la lingua, la storia, la letteratura, le istituzioni sociali proprio di quelle nazioni con le quali si verrà subito in conflitto. I torbidi nell'oriente lo indussero a studiare le lingue orientali; davanti all'arabo con le sue quat­tromila radici indietreggiò con spavento, ma « il persiano... è un vero gioco di bambini come lingua »[2]; voleva venirne a capo in tre settimane. Poi vennero le lingue germaniche : « Sto tutto immerso nei testi di Ulfila, ora, dovevo una buona volta venire a capo di questo maledetto gotico, che ho sempre studiato così a sbalzi. Con mio stupore trovo di saperne molto di più di quanto pensassi; se riesco ad avere un altro testo sussidiario, penso di arrivarne completamente a capo entro due settimane. Poi, sotto con la lingua nordica antica e con l'anglosassone, coi quali pure sono sempre restato a mezzo. Finora lavoro senza lessico e senza altri testi sussidiari, soltanto il testo gotico e il Grimm, ma questo vecchione è proprio in gamba»[3]. Quando, nel decennio 1860-1870, si acuì la que­stione dello Schleswig-Holstein, Engels studiò alquanto «filologia e ar­cheologia frisone-inglese-jutlandico-scandinava », e al nuovo divampare della questione irlandese « un po' di celtico-irlandese » e così via. Nel Consiglio generale dell'Internazionale le sue vaste cognizioni linguistiche gli furono poi di grande aiuto : « Engels balbetta in venti lingue », si diceva giustamente, dato che nei momenti in cui parlava con più agi­tazione s'inceppava un po'.

Così egli si meritò anche il soprannome di «generale» per i suoi studi, anche più assidui e approfonditi, di scienza militare. Anche qui una «antica inclinazione» fu nutrita da bisogni pratici della politica ri­voluzionaria. Engels contava sulla «importanza enorme che la partie mili­tane avrebbe avuto al prossimo movimento». Con gli ufficiali che negli anni della rivoluzione avevano combattuto dalla parte del popolo, non si era fatta troppo buona esperienza. «Questa canaglia militare — diceva Engels — ha un incomprensibilmente sporco spirito di corpo. Si odiano l'un l'altro a morte, si invidiano l'uno all'altro come scolaretti la più pic­cola decorazione, ma contro i "civili" sono tutti uniti». Engels voleva soltanto arrivare al punto di poter dire la sua sul piano teorico senza rischiare di far brutta figura.

S'era appena ambientato a Manchester, quando cominciò a « sgob­bare sulla scienza militare ». Cominciò dalle cose «più piatte e più co­muni, che si richiedono negli esami per allievi ufficiali e ufficiali, e che appunto per questo si presuppongono dappertutto come cose note». Studiò tutta la struttura dell'esercito fin nelle minuzie tecniche: tattica elementare, sistemi di fortificazione di Vauban fino al sistema moderno dei forti isolati, costruzione di ponti e trincee campali, scienza delle armi fino alle diverse costruzioni di affusti da campo, organizzazione degli ospe­dali da campo e altro ancora; infine passò alla storia militare generale nella quale studiò l'inglese Napier, il francese Jomini e il tedesco Clause­witz con intelligente diligenza.

Ben lungi dall'infervorarsi in una superficiale illustrazione della irra­zionalità morale delle guerre, Engels cercava piuttosto di riconoscerne la ragione storica, e con ciò eccitò più di una volta l'ira sfrenata della demo­crazia declamatoria. Se una volta un Byron riversò la sua ira ardente sui due condottieri che, come portabandiera dell'Europa feudale, nella batta­glia di Waterloo dettero il colpo mortale all'erede della rivoluzione fran­cese, così un caso significativo volle che Engels nelle sue lettere a Marx abbozzasse dei ritratti storici di Blùcher e di Wellington, che nei loro brevi limiti sono disegnati con tanta chiarezza e acume che anche allo stato attuale della scienza militare non hanno bisogno di essere cambiati sia pure di un tratto.

Anche in un terzo campo, nel quale Engels lavorò molto e volentieri, nel campo delle scienze naturali, non gli è stato concesso di dare l'ultima mano alle sue ricerche dei decenni in cui fece il suo servizio nel com­mercio, per dar campo libero al lavoro scientifico di uno più grande di lui.

Tutto ciò era anche un tragico destino. Ma Engels non ci ha mai piagnucolato su, perché ogni sentimentalismo era tanto estraneo a lui quanto al suo amico. Egli considerò sempre come la più grande ventura della sua vita, quella di essere stato per quaranta anni accanto a Marx, anche a costo di vedere che la figura possente di lui lo metteva in ombra. Non ha mai considerato come una tardiva soddisfazione il fatto di essere stato dopo la morte dell'amico per più di un decennio la prima personalità del movimento operaio internazionale, e di essere stato incontestabilmente in esso il primo violino; al contrario, egli pensava che gli venisse attri­buito un merito maggiore di quello che gli spettava.

In quanto ognuno di loro si dedicò completamente alla causa comune e ognuno di loro sostenne non il medesimo sacrificio, ma un sacrificio ugualmente grande, senza alcun'ombra penosa di rammarico o di orgoglio, la loro amicizia fu un legame che non trova l'uguale nella storia.

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. III, Edizioni Rinascita, Roma 1951, p. 383.

[2] Carteggio Marx-Engels, vol. II cit., p. 218

 

[3] Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., P. 353