Genio e società

Se si può dire che Marx aveva trovato in Inghilterra una seconda patria, non si deve però davvero estendere troppo il concetto di patria. Sul suolo inglese egli non fu mai importunato per la sua propaganda rivoluzionaria, che non da ultimo era diretta contro lo Stato inglese. Il governo dell'«avido, invidioso popolo di mercantucoli» aveva rispet­to di se stesso e coscienza delle sue forze in misura maggiore di quanto non ne possedessero quei governi continentali che, con la paura che viene dalla cattiva coscienza, davano la caccia ai loro avversari con tutte le armi della polizia, anche se questi si muovevano soltanto sul terreno della discussione e della propaganda.

Soltanto in un altro senso più profondo Marx non ha trovato più patria, da quando ficcò il suo sguardo geniale nel cuore e nelle viscere della società borghese. Il destino del genio in questa società è un lungo capitolo, sul quale si sono pronunciate le più differenti opinioni; dal­l'innocua fede in Dio del filisteo, che predice ad ogni genio la vittoria finale, fino alle malinconiche parole di Faust:

I pochi che ne hanno capito qualche cosa,

Che furono abbastanza folli da non custodire il loro cuore

E rivelarono al volgo il loro sentimento e le loro visioni

Sempre li hanno crocifissi e bruciati.

 

Il metodo storico che Marx ha sviluppato consente anche a pro­posito di questa questione uno sguardo più profondo nella connessione dei fatti. Il filisteo predice ad ogni genio la vittoria finale appunto per­ché è un filisteo; ma se un genio una volta tanto non viene crocifisso o bruciato, è soltanto perché alla fin fine si rassegna a divenire un fili­steo. Senza il codino che pende dalle loro teste, i Goethe e gli Hegel non sarebbero mai stati riconosciuti come i grandi della società borghese.

La società borghese, che per questo aspetto non è che la forma più marcata di ogni società classista, può avere quanti meriti vuole, ma non è mai stata una patria ospitale per il genio. E nemmeno può esserlo, perché l'intima essenza del genio consiste proprio nel mettere in gioco lo slancio creativo di una forza umana originaria contro le usanze tra­dizionali, e nello scuotere i limiti entro i quali soltanto può sussistere una società classista. Il solitario cimitero sull'isola di Sylt, che ospita i morti ignoti che il mare getta sulla spiaggia, porta questa pia iscrizione: «Patria pei senza patria è la croce sul Golgota». In queste parole è descritta inconsapevolmente, ma non per questo cogliendo meno nel segno, la sorte del genio in una società classista: senza patria com'egli è in essa, trova la sua patria soltanto nella croce sul Golgota.

A meno che il genio in un modo o nell'altro non si metta d'accordo con la società classista. Quando esso si pose al servizio della società borghese per rovesciare la società feudale, acquistò apparentemente una forza smisurata, ma questa forza si disfece nel momento in cui egli volle atteggiarsi a padrone di sé: e dovette finire sulle rocce di Sant'Elena. Oppure il genio si avvolse nel soprabito del piccolo borghese, e poté arrivare ad essere ministro granducale della Sassonia a Weimar o regio professore prussiano a Berlino. Ma guai al genio che in superba indipen­denza e inaccessibilità si contrappone alla società borghese, che sa scor­gere nelle sue più intime giunture il suo vicino tramonto, che forgia le armi che le assesteranno il colpo mortale. Per questi geni la società bor­ghese ha soltanto torture e tormenti, che esternamente possono apparire meno brutali, ma intimamente sono più crudeli del legno del martirio degli antichi e del rogo della società medioevale.

Nessuno degli uomini di genio del secolo decimonono ha sofferto di questa sorte più duramente del più geniale di tutti, di Karl Marx. Già nel primo decennio della sua attività pubblica, egli dovette lottare con la miseria quotidiana, e quando si trasferì a Londra lo accolse l'esilio con tutti i suoi orrori; ma quello che si può chiamare il suo destino davvero prometeico, cominciò però soltanto quando, dopo il faticoso ascendere verso l'alto, egli, nel pieno del suo vigore virile, per anni e decenni fu preso ogni giorno dalle ordinarie necessità della vita, dalle preoccupazioni umilianti per il pane quotidiano. Fino al giorno della sua morte non riuscì ad assicurarsi sul terreno della società borghese una sia pur modesta esistenza.

Eppure egli era molto lontano da quella che il filisteo suole chia­mare nel senso corrente e superficiale una condotta di vita « geniale ». Alla sua capacità gigantesca corrispondeva la sua gigantesca operosità; l'abitudine di lavorare giorno e notte cominciò presto a intaccare la sua salute, originariamente salda quanto il ferro. Egli diceva che l'incapacità di lavorare era la condanna a morte per ciascun uomo che non fosse una bestia, e quando parlava così parlava sul serio; una volta che fu mala­to per parecchie settimane, scriveva ad Engels : «In questo tempo essendo del tutto incapace di lavorare, ho letto: Carpenter Physiology, Lord io stesso, Kòlliker Istologia, Spurzheim Anatomia del cervello e del si­stema nervoso, Schwann e Schleiden sulla merda delle cellule»[1]. E con tutta l'insaziabilità della sua sete di sapere, Marx fu sempre con­sapevole, come aveva già detto da giovane, che lo scrittore non doveva lavorare per guadagnare, ma guadagnare per lavorare; Marx non ha mai « frainteso la imperiosa necessità di un lavoro per guadagnare».

Ma tutti i suoi sforzi fallirono davanti al sospetto o all'odio o, nel caso più favorevole, alla paura di un mondo ostile. Anche quegli editori tedeschi, che solevano altrimenti vantarsi della loro indipendenza, rifug­givano davanti al nome del malfamato demagogo. Tutti i partiti tedeschi lo calunniavano ugualmente, e poiché i puri tratti della sua figura ba­lenavano sempre tra i vapori artificiali, allora subentrava la perfida astuzia del silenzio sistematico. In nessun altro caso il più grande pen­satore di una nazione è scomparso così dall'orizzonte di essa.

L'unica relazione per mezzo della quale Marx si sarebbe potuto assicurare in parte il terreno sotto i piedi, era la sua collaborazione per la New York Tribune, che dal 1851 in poi gli procurò un decennio discreto. La Tribune coi suoi 200.000 abbonati era allora il giornale più letto e più ricco degli Stati Uniti, e con la sua agitazione a favore del fourierismo americano si era pur sempre innalzata al di sopra del piatto affarismo di un'impresa puramente capitalistica. In sé e per sé le condizioni alle quali Marx doveva lavorare per essa non erano nem­meno del tutto sfavorevoli; egli doveva scrivere due articoli alla setti­mana e ogni articolo sarebbe stato compensato con 2 sterline (40 marchi). Sarebbe stato un incasso annuo di 4.000 marchi, e con esso, limitan­dosi allo strettamente necessario, Marx avrebbe potuto mantenersi a galla anche a Londra. Freiligrath, che continuava a vantarsi ancora di mangiare «la bistecca dell'esilio», da principio non incassava di più per la sua attività commerciale.

Naturalmente non si trattava in nessun modo di sapere se il com­penso che Marx riscuoteva dal giornale americano corrispondesse o no al valore letterario e scientifico della sua collaborazione. Un'im­presa editoriale capitalistica calcola soltanto sulla base dei prezzi del mercato, e ne. ha tutto il diritto nella società borghese. Né Marx pretese di più; ma quello che pure lui avrebbe potuto pretendere anche nella società borghese, era il rispetto del contratto una volta concluso e ma­gari anche un certo rispetto per il suo lavoro. Ma la New York Tribune e il suo editore fecero mancare del tutto l'uno e l'altro. Dana era, si, in teoria un fourierista, ma in pratica era uno yankee di tre cotte, il suo socialismo si riduceva alla più pidocchiosa abilità piccolo-borghese di truffare il prossimo, diceva Engels in un momento d'ira. Quantunque Dana sapesse bene che collaboratore avesse in Marx e se ne vantasse non poco coi suoi abbonati, se pure non faceva passare le corrispondenze che Marx gli mandava come suo lavoro redazionale, cosa che accadeva an­che troppo spesso e provocava la collera giustificata del loro autore, tutta­via non esitò di fronte a nessuna di quelle mancanze di riguardo che uno sfruttatore capitalistico crede di poter osare verso la forza lavorativa da lui sfruttata.

Non soltanto, appena gli affari andarono male, egli mise subito Marx a mezzo salario, ma in generale pagava soltanto gli articoli che stampava effettivamente, e non era così balordo da buttare via tutto quello che non trovava posto tra la sua roba. Capitava che per tre, per sei settimane gli articoli che Marx inviava andassero a finire nel cestino. A dire il vero, quei pochi giornali tedeschi coi quali Marx trovò un introito passeggero, come la Wiener Presse, non facevano meglio. Così egli poteva dire a ragione che col suo lavoro per i giornali se la cavava peggio del peggior scribacchino.

Sin dal 1853 egli sentiva il bisogno di qualche mese di solitudine, per occuparsi dei suoi lavori scientifici : « Sembra che io non debba riuscirci. Il continuo scribacchiar per i giornali mi annoia. Mi prende parecchio tempo, mi disperde e non se ne cava nulla. Indipendente quanto si vuole, si è legati al giornale e al suo pubblico, specialmente se si è pagati in contanti come lo sono io. Lavori puramente scienti­fici sono qualche cosa di assolutamente diverso ». Un tono del tutto differente Marx usò dopo aver lavorato qualche anno di più sotto il mite scettro di Dana : «E' schifoso in realtà che si sia condannati a con­siderare una fortuna che un simile fogliaccio di carta ti prenda nella sua barca. Il lavoro politico a cui si è abbondantemente condannati in simili imprese si riduce a pestare ossa, macinarle e farne una zuppa come i po­veri nel workhouse». Non soltanto nelle ristrettezze della vita, ma special­mente nella totale mancanza di sicurezza dell'esistenza, Marx ha con­diviso la sorte del proletario moderno.

Quello che prima si sapeva soltanto in generale, le sue lettere ad Engels lo mostrano nella forma più palpabile; come una volta dovesse starsene chiuso in casa perché non aveva né cappotto né scarpe per uscire, come un'altra volta gli mancassero i centesimi per comprarsi della carta da scrivere o per leggere i giornali, come un'altra volta ancora andasse alla caccia di un paio di francobolli per potere mandare una ma­noscritto all'editore. Per di più l'eterno litigare con rivenduglioli e mercantucoli, a cui non poteva pagare i viveri indispensabili, per tacere del padron di casa, che ad ogni istante minacciava di mandargli in casa l'usciere, e poi, come costante rifugio, il Monte di Pietà, le cui cedole a tassi usurari si inghiottivano le ultime risorse che avrebbero dovuto tener lontano dalla soglia della sua casa lo spettro della disperazione.

Ed essa non soltanto posava sulla soglia, ma sedeva con loro a tavola. Abituata sin dall'infanzia a una vita senza preoccupazioni, la moglie, donna di alto sentire, vacillava sotto i colpi di un destino feroce e deside­rava di morire coi suoi bambini. Nelle sue lettere non mancano tracce di scene familiari, e all'occasione egli diceva che per chi avesse delle aspirazioni di carattere universale non c'era asineria peggiore che quella di sposarsi e di abbandonarsi così alle piccole necessità della vita privata. Ma sempre, quando i lamenti di lei lo spazientivano, egli la scusava e la giustificava; per lei tutto era molto più duro che per lui nell'affrontare le umiliazioni, i tormenti e i timori che bisognava superare nella loro situazione, tanto più che a lei era tolto di rifugiarsi nelle sale della scien­za, nelle quali lui finiva sempre per salvarsi. Veder sottrarre ai loro figli le gioie innocenti della giovinezza, era cosa che colpiva con uguale amarezza i due genitori.

Per quanto questo destino di un grande spirito fosse triste, tuttavia esso divenne tragedia soltanto in quanto Marx accettò consapevolmente l'aspro martirio di decenni e respinse ogni tentativo di salvarsi nel porto di una professione borghese, che avrebbe potuto trovare con tutti gli onori. Quel che c'è da dire in proposito, egli lo disse semplicemente e pianamente senza parole solenni: «Devo mirare al mio scopo attra­verso ogni ostacolo, e non devo permettere alla società borghese di tra­sformarmi in una macchina per far denaro». Questo Prometeo non fu saldato alla rupe dalle catene di Vulcano, ma da una volontà di ferro, che additava la meta più alta dell'umanità con la sicurezza di una bus­sola. Tutta la sua natura è flessibile acciaio. Nulla di più ammirevole di quando, spesso nella stessa lettera, soffocato in apparenza dalla più lamentevole miseria, s'innalza con meravigliosa agilità a discutere dei problemi più importanti con la serenità di spirito di un saggio al quale nessuna preoccupazione segna di rughe la fronte pensosa.

Ma davvero Marx li ha sentiti i colpi con cui la società borghese lo ha perseguitato. Sarebbe stoicismo da strapazzo domandare: che cosa significano in sostanza tormenti come quelli che ha sopportato Marx, per il genio che soltanto dalla posterità riceverà quanto gli è dovu­to? Se son fatui quei letterati vani che desidererebbero vedere tutti i gior­ni il loro nome stampato sul giornale, è però indispensabile a ogni perso­nalità creatrice trovare lo spazio necessario al proprio dispiegarsi, e nell'eco suscitata trovare nuova forza per nuove creazioni. Marx non era uno di quei retori della virtù che si incontrano nei cattivi drammi e romanzi, ma un uomo pieno di gioia di vivere, come lo era stato Lessing, e così non gli fu estraneo lo stato d'animo con cui Lessing morente scriveva ai vecchi amici di gioventù: «Non credo che Loro mi cono­scano come un uomo avido di lodi. Ma la freddezza con cui il mondo suole far capire a certe persone che, secondo lui, non fanno nulla di buo­no, se non uccide, certo agghiaccia ». E' la stessa amarezza con cui Marx, alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno, scriveva : « Mezzo secolo sulle spalle e sempre ancora povero! »[2]. Così una volta si augurava di trovarsi cento tese sotto terra, piuttosto che seguitare a vegetare così, o la disperazione gli sgorgava dal cuore quando diceva di non au­gurare al suo peggiore nemico di passare attraverso il pantano nel quale lui si trovava da otto settimane, con la rabbia, per di più, di vedere il proprio spirito demolito e la propria capacità di lavoro spezzata da questo sudiciume.

Certo Marx non divenne per questo un «cane maledettamente tri­ste», come diceva scherzando, all'occasione, e in questo senso Engels po­teva dire a ragione che il suo amico non aveva mai ispirato tristezza. Ma se Marx amava definirsi un carattere duro, nella fucina della sventura è stato forgiato a maggior durezza. Il cielo sereno che si stendeva sui suoi lavori giovanili si coprì sempre più di pesanti nuvole temporalesche, di tra le quali i suoi pensieri prorompevano come fulmini, e i suoi giudizi su nemici, e abbastanza spesso anche su amici, acquistarono ima tagliente mordacità, che era destinata a ferire non soltanto delle anime deboli.

Quelli che lo ingiuriavano come demagogo freddo come il ghiaccio, sono su di una falsa strada non meno — anche se certo non più — di quelle prodi anime di sottufficiali che in questo grande lottatore vedevano soltanto un fa

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. IV, Edizioni Rinascita, Roma 1951, p. 230.

 

[2] Carteggio Marx-Engels, vol. V, Edizioni Rinascita, Roma 1951, p. 186.