Perché i fascisti si ribellarono

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"Perché i fascisti si ribellarono?" è la domanda con cui Morrow inizia il proprio libro sulla guerra civile spagnola. Ed è in effetti questa la chiave da cui discende e discenderà il filo conduttore di tutta la successiva analisi dell'autore. Tutte le tesi politiche che giustificarono, prima e dopo la ribellione di Franco, la formazione del "fronte popolare"- la coalizione tra le organizzazioni operaie e quelle democratiche borghesi - si basavano su un'idea di fondo: la reazione, fosse essa monarchica, fascista, clericale, veniva vista come un prodotto esterno al capitalismo. Veniva presentata come il portato dell'arretratezza della società spagnola, come un attributo separabile dal capitalismo stesso.

Da questo unico punto di partenza partivano mille sentieri per giustificare l'alleanza con la cosiddetta democrazia borghese. Gli stessi partiti democratico-borghesi che formarono prima la coalizione repubblicana - di centrosinistra, diremmo oggi - del 1931 e poi quella del 1936 presentavano la reazione nera come una risposta agli eccessi del movimento operaio e contadino. Nella loro propaganda, la trasformazione della società spagnola era solo questione di tempo e pazienza. Il momento per colpire a fondo la proprietà agraria latifondista, i privilegi ecclesiastici e militari, non era mai l'oggi, ma sempre il domani. Un capitalismo dal volto umano e moderno sarebbe giunto non appena le classi spagnole avessero imparato a non scontrarsi, ma a dialogare. E naturalmente gli sfruttati erano i primi a dover mostrare tale capacità di sottomissione. I democratici borghesi presentavano la loro viltà di fronte alla destra borghese come semplice attesa del momento giusto.

Facevano loro eco i socialisti, e dal 1935 in poi gli stalinisti. I dirigenti del movimento operaio spagnolo facevano di tutto per convincere la borghesia stessa che era nel suo stesso interesse fare a meno della destra monarchica, clericale e fascista, per trasformare la Spagna in una "moderna" repubblica borghese simile a Francia e Inghilterra. Dal canto loro assicuravano che avrebbero fatto di tutto per impedire "gli eccessi" del movimento operaio.

Non ci sono dubbi sul fatto che la Spagna fosse arretrata. Ma questo non comportava spazi per una riforma "borghese" dello Stato e della proprietà agraria. Al contrario: proprio per la sua arretratezza, il capitalismo spagnolo non poteva fare a meno di tutti gli strumenti di oppressione ereditati dal passato, compresa la forte ingerenza della Chiesa cattolica. Proprio per la sua arretratezza, il capitalismo spagnolo continuava ad affondare le proprie radici nel latifondo. Per la sua arretratezza, infine, non poteva tollerare i diritti e l'organizzazione del movimento operaio stesso.

Questa era quindi la base della struttura sociale spagnola, dove capitalista e latifondista si identificavano in un'unica rete economica, quando addirittura non coincidevano con la stessa persona. Una struttura dove la lotta di classe non conosceva "eccessi", ma semplicemente si sviluppava nella sua forma più acuta e coerente: in una lotta istintiva e tenace da parte di contadini e operai per il possesso delle terre, delle aziende, della ricchezza nazionale e per il controllo del potere politico. Il fascismo non era che il segnale che la borghesia comprendeva meglio dei dirigenti del proletariato stesso le implicazioni ultime della lotta di classe in Spagna.


 

All'alba del 17 luglio 1936 il generale Franco assunse il comando dei mori e dei legionari del Marocco spagnolo e diffuse un manifesto all'esercito e alla nazione, invitandoli ad unirsi a lui per costituire un regime autoritario in Spagna. Durante i tre giorni che seguirono, una dopo l'altra, quasi tutte le cinquanta guarnigioni della Spagna si dichiararono per il fascismo. I principali gruppi capitalisti e i proprietari terrieri, che già avevano partecipato alla cospirazione di Franco, si rifugiarono nelle regioni occupate dai fascisti o fuggirono via dalla Spagna, sia prima sia dopo la rivolta. Fu chiaro fin dall'inizio che questa insurrezione non aveva niente a che vedere con i movimenti del pronunciamento, nei quali l'esercito spagnolo aveva tante volte appoggiato una fazione borghese contro l'altra. Non si trattava di un piccolo numero di generali, ma dell'intera classe dirigente che stava conducendo i suoi schiavi armati all'assalto delle organizzazioni economiche, politiche e culturali della classe operaia.

Il programma di Franco è identico nelle sue linee fondamentali a quello di Hitler e di Mussolini. Il fascismo è una particolare forma di reazione, un prodotto del periodo del declino del capitalismo. Per ben comprendere ciò basta paragonare il regime di Franco a quello monarchico. La storia dell'ultimo re di Spagna, Alfonso XIII[1], è un elenco sanguinoso di massacri di contadini e di operai, di terrorismo e di assassini dei leaders del proletariato. Eppure, sebbene si servisse di misure sistematiche di repressione, la monarchia permetteva l'esistenza, anche se si trattava di una esistenza precaria, alle organizzazioni politiche ed economiche della classe operaia e ad organi municipali e nazionali della democrazia parlamentare. Perfino sotto la dittatura di Primo de Rivera, dal 1923 al 1930, il Partito socialista e la UGT avevano un riconoscimento legale; infattiLargo Caballero, capo della UGT, fu consigliere di Stato sotto Rivera. In altre parole, anche la monarchia reazionaria cercò parte del suo appoggio fra le masse del proletariato organizzato, attraverso la mediazione di leaders riformisti come Prieto e Caballero.

Un sistema simile di sindacati legalmente operanti e di partiti socialdemocratici esisteva durante gli imperi di Guglielmo I e di Francesco Giuseppe. Perfino sotto lo zar Nicola vi fu un certo margine di legalità per i sindacati, le cooperative e la stampa della classe operaia, nella quale i bolscevichi potevano lavorare, sebbene in quanto persone i bolscevichi furono considerati fuori legge; la « Pravda » aveva una diffusione di 60.000 copie nel 1912-14.

In contrasto con questi regimi reazionari, il carattere specifico del fascismo consiste nella eliminazione di qualsiasi organizzazione indipendente della classe operaia. Il capitalismo in declino ritiene impossibile anche la più elementare delle concessioni alle masse. Questi paesi capitalisti, quando arrivano ad un vicolo cieco, uno ad uno prendono inevitabilmente la strada del fascismo.

L'Italia, uno dei paesi « vincitori » della prima guerra mondiale, poco sviluppata dal punto di vista delle industrie primarie, non poteva competere con paesi più avanzati nella corsa imperialistica verso i mercati. Strozzata nelle sue contraddizioni economiche, la classe capitalista in Italia poteva trovare una via di uscita solo rompendo le ossa alle organizzazioni operaie. Le squadracce della « piccola borghesia impazzita » organizzate e inquadrate da Mussolini, allenate al teppismo, furono alla fine scatenate con il compito specifico di distruggere le organizzazioni operaie.

La borghesia non si serve del fascismo a caso. Il movimento nazista in Germania non aveva alcun supporto borghese nel suo putsch del 1923. Nei dieci anni che seguirono, si assicurò l'appoggio finanziario solo da parte di pochi capitalisti a titolo individuale fino al 1932. La borghesia tedesca esitò per un lungo periodo, prima di decidersi a servirsi di Hitler come suo strumento; per quindici anni preferì appoggiarsi ai leaders socialdemocratici. Ma, al culmine della crisi economica mondiale, la Germania, tecnicamente progredita, ostacolata dal « trattato di Versailles » nel suo conflitto imperialista con l'Inghilterra, con la Francia e con l'America, poteva risolvere la sua crisi temporaneamente in senso capitalistico, solo distruggendo le organizzazioni operaie che esistevano da tre quarti di secolo.

Il fascismo è quelle forma particolare della dominazione capitalistica alla quale a borghesia si rivolge nella sua fase finale, quando la prolungata esistenza del capitalismo è incompatibile con l'esistenza di una classe operaia organizzata. Il metodo fascista viene usato quando le concessioni che sono il prodotto delle attività sindacali e dei partiti della classe operaia, diventano un peso intollerabile per i capitalisti al governo, quindi incompatibile con una ulteriore esistenza del capitalismo. Per la classe operaia, a questo punto, non esistono alternative per una soluzione immediata: o il fascismo o il socialismo.

Il capitalismo spagnolo era giunto a questo punto quando Franco si ribellò. Il suo movimento, sebbene comprendente anche quel poco che restava dell'aristocrazia spagnola feudale, non è più feudale nei suoi più importanti caratteri sociali di quanto non lo fosse il movimento di Hitler o quello di Mussolini.

La principale attività economica spagnola, l'agricoltura, che da sola comprende più della metà delle entrate nazionali, quasi due terzi delle esportazioni e la maggior parte delle entrate interne del governo, con il settanta per cento della popolazione che vive della terra, era in una situazione disperata. La divisione delle terre era la peggiore di Europa: un terzo era posseduto dai grandi proprietari terrieri, in alcuni casi in proprietà che comprendevano mezza provincia; un altro terzo era posseduto da più proprietari, sempre in grandi estensioni; un solo terzo era posseduto dai contadini. Questi possedevano per la maggior parte fattorie organizzate in maniera rudimentale e primitiva, estensioni di cinquanta ettari comprendenti terre estremamente aride e povere, insufficienti al sostentamento delle famiglie; i contadini, dunque, dovevano ricorrere al lavoro giornaliero presso i grandi proprietari per sbarcare il lunario. Pertanto, la maggior parte dei cinque milioni di famiglie di contadini traevano il loro sostentamento o dal lavoro a mezzadria o dal lavoro presso le grandi proprietà.

L'agricoltura spagnola era condotta con mezzi primitivi. Il suo ricavato per ettaro era il più basso di Europa. Per ottenere una produzione maggiore sarebbero occorsi investimenti di capitali in macchinari e fertilizzanti, impiego di tecnici, riqualificazione dei contadini. Dal punto di vista dei proprietari terrieri era più economico continuare con i metodi primitivi a danno dei contadini. Umo dei periodi di prezzi buoni per i prodotti agricoli, gli anni della guerra 1914-1918, diede all'agricoltura spagnola una occasione temporanea di guadagnare illecitamente sul mercato mondiale; ma tale guadagno invece di essere utilizzato per migliorare le terre, fu capitalizzato in denaro contante attraverso ipoteche chieste ed ottenute dai proprietari terrieri. Tagliata fuori dal mercato mondiale dopo la guerra, l'agricoltura spagnola crollò. La crisi generale del­l'agricoltura, che fu la prima a manifestarsi e che in seguito divenne parte della crisi mondiale, aggravata dalle barriere doganali elevate contro l'agricoltura spagnola dall'Inghilterra e dalla Francia, portò ad una grande disoccupazione e alla fame.

Proprio nel periodo più profondo della crisi, nel 1931, la nascita della repubblica diede nuovo impeto alla organizzazione dei sindacati dei lavoratori dell'agricoltura. Gli aumenti salariali conquistati sembravano irrisori. Un buon salario era di sei pesetas (settantacinque centesimi di dollaro) al giorno. Ma perfino questo misero aumento rappresentava una minaccia mortale ai profitti dei proprietari terrieri spagnoli, nel periodo del declino dell'agricoltura europea. Le grandi pianure del Sud America e dell'Australia stavano fornendo grano e carne all'Europa a prezzi che assestarono all'agricoltura europea un colpo incomparabilmente più duro di quello darò dai prodotti del Nord America durante il periodo dell'espansione capitalistica. Così, l'esistenza dei sindacati dei lavoratori agricoli e le organizzazioni dei contadini erano incompatibili con ulteriori investimenti di capitali nell'agricoltura spagnola.

I proprietari terrieri conobbero un periodo di respiro durante il biennio negro, i due « anni neri » che vanno dal settembre del 1933 al gennaio del 1936, quando i governi reazionari di Lerroux-Gil Lesero terrorizzarono le masse e soffocarono la rivolta dell'ottobre del 1934. Durante quel periodo, il salario giornaliero per i lavoratori della terra scese fino a due o tre pesetas. Ma le masse ben presto si ripresero.

Il tentativo fatto da Gii Robles di costituire una organizzazione fascista di massa fallì, sia per la sua stessa inconsistenza, sia per i colpi inflitti a questa organizzazione dai lavoratori. La Comune delle Asturie dell'ottobre del 1934, sebbene distrutta dai mori e dai legionari, divenne il motivo ispiratore delle masse e Lerroux e Gil Robles cedettero il potere al fronte popolare nel febbraio del 1936, piuttosto che aspettare un più decisivo violento attacco da parte del proletariato. Gli operai agricoli e i contadini costruirono sindacati più forti dal feb­braio al luglio del 1936. Le precarie condizioni dei profitti dell'agricoltura costrinsero i proprietari terrieri e i loro alleati, la gerarchia cattolica e e banche, a ricorrere a tutta velocità alle armi per distruggere le organizzazioni dei lavoratori.

Anche i capitalisti delle industrie e dei trasporti erano giunti ad un simile vicolo cieco. L'era dell'espansione dell'industria spagnola era stata breve: dal 1898 al 1918. Il suo effettivo sviluppo negli anni della guerra mondiale era divenuto una fonte di ulteriori difficoltà. La fine della guerra fece sì che l'industria spagnola, ancora gracile e non sostenuta alle spalle dal potere di uro Stato forte, ben presto cedesse il passo nella corsa imperialistica per i mercati. Anche il mercato interno spagnolo non poteva più a lungo essere protetto dall'industria della stessa Spagna. Il tentativo di Primo de Rivera di mantenerlo per mezzo di insormontabili barriere doganali portò a rappresaglie da parte della Francia e dell'Inghilterra contro l'agricoltura spagnola.

La conseguente crisi dell'agricoltura provocò il crollo del mercato interno dell'industria. Nel 1931 questo paese di ventiquattro milioni di abitanti, aveva quasi un milione di capifamiglia disoccupati tra operai e contadini; prima della fine del 1933 il numero saliva a un milione e mezzo.

Con la fine del bienio negro, le lotte economiche dei lav­ratori assunsero carattere eccezionale. Le masse, consapevoli di essersi liberate con le loro forze dalla dominazione di Gii Robles, non aspettarono che Azarna mantenesse le sue promesse. Nei quattro giorni tra le elezioni del febbraio del 1936 e l'affrettato incarico di primo ministro dato ad Azana, le masse applicarono in pratica l'amnistia, aprendo di forza le prigioni. I lavoratori da parte loro non attesero il decreto governativo, e neppure la decisione che doveva essere presa secondo la costituzione — decisione che venne presa in seguito dalla Corte dei diritti costituzionali solo il 6 settembre, quasi due mesi dopo la ribellione di Franco! — per riottenere la riassunzione al lavoro di coloro che erano stati licenziati dopo la rivolta dell'ottobre del 1934. Nelle officine e nelle fabbriche i lavora­tori accompagnarono i licenziati e li rimisero ai loro posti di lavoro. Quindi con uno sciopero generale il 17 aprile del 1936 a Madrid diedero inizio a un grandioso movimento di massa, tendente principalmente ad ottenere aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro, ma che spesso comprendeva richieste di carattere politico. Possiamo solo approssimativamente indicare la grandiosità dell'ondata degli scioperi. Essi ebbero luogo sia nelle città sia nei villaggi. Ogni città ed ogni provincia di una certa importanza vide almeno uno sciopero generale durante il periodo febbraio-luglio 1936. Circa un milione dipersone scioperarono il 10 giugno, mezzo milione il 20, un milione il 24 e più di un milione durante i primi giorni di luglio.

Il capitalismo spagnolo poteva difficilmente sperare di risolvere i suoi problemi con l'espansione del commercio di prodotti finiti. Quella strada gli era chiusa per sempre dalle grandi potenze imperialistiche.

All'interno, la sola strada per migliorare la situazione era quella di creare una prospera classe contadina proprietaria di terre, ma questo significava la distribuzione delle terre stesse. I capitalisti cittadini e i proprietari terrieri erano spesso una sola persona o persone legate da vincoli familiari. In ogni caso, il vertice del capitalismo spagnolo, il sistema bancario, era legato a doppio filo agli interessi dei proprietari terrieri, a causa delle ipoteche. Nessuna strada concreta di sviluppo era aperta al capitalismo spagnolo. Esso quindi poteva temporaneamente risolvere i suoi problemi in un solo modo: distruggendo i sindacati che minacciavano i suoi profitti. La democrazia borghese è quella forma di Stato capitalistico che si appoggia alla classe operaia, tramite i leaders riformisti. I capitalisti della Spagna arrivarono alla conclusione che quella democrazia era intollerabile, e ciò significava che la democrazia borghese e il riformismo erano finiti in Spagna.

Mussolini dichiarò che aveva salvato l'Italia dal bolscevismo. Sfortunatamente la verità è che l'impeto insurrezionale dei lavoratori nel dopoguerra aveva già subito l'ondata di riflusso facilitando così l'ascesa al potere di Mussolini. Hitler disse la stessa cosa, in. un momento in cui i lavoratori erano senza speranza, divisi e disorientati. Franco ebbe bisogno dello stesso mito per giustificare il suo ricorso alle armi. Quello che era vero in Italia, in Germania e ora in Spagna era che la democrazia non poteva esistere più a lungo. Proprio il fatto che il fascismo ebbe bisogno di impadronirsi del potere, anche se non c'era nessun pericolo immediato di rivoluzione da parte del proletariato, è la dimostrazione più evidente che la democrazia era finita. La ribellione di Franco lasciava solo due alternative: o il fascismo avrebbe vinto o la classe operaia, sollevando le masse contadine e dando loro la terra, avrebbe distrutto il fascismo e con esso il capitalismo nel quale questo ha le sue radici.

I comunisti e i socialdemocratici, cercando» giustificazioni teoriche per la loro collaborazione con la borghesia liberale, dichiarano che le radici del fascismo in Spagna sono di natura feudale. Per i comunisti questa è una teoria completamente nuova, architettata ad hoc. Il fascismo spagnolo non è più feudale di quanto non b sia il fascismo italiano. Le condizioni di arretratezza delle industrie in entrambi i paesi non possono essere superate entro i limiti del capitalismo, poiché né l'uno né l'altro paese possono competere con i paesi industrialmente più sviluppati in un periodo di declino del mercato mondiale. Potevano solo temporaneamente assicurarsi una stabilità diminuendo il prezzo della mano d'opera al disotto del livello europeo, e far questo significava frantumare ogni forma di organizzazione dei lavoratori. L'agricoltura spagnola era arre­trata e feudale nei suoi metodi di lavoro; ma le terre erano state vendute, comprate, e ipotecate, come ogni altra cosa, per due secoli. Ne consegue che il problema della terra era un problema di ordine capitalistico.. I comunisti ricorrono al « feudalesimo », per dare una spiegazione della guerra civile spagnola e denunciano come fascista chiunque osa essere di parere contrario. Ma i giorna­listi comunisti che lavorano al di fuori della stampa di partito, sono meno fortunati. Infatti essi devono affrontare certi feno­meni indiscutibili. Se si tratta di una lotta contro il feudale­simo, perché la borghesia industriale è dalla parte di Franco? Il giornalista comunista Louis Fischer scrive:

« Fatto abbastanza strano, i piccoli industriali spagnoli sostennero le posizioni reazionarie prese dai proprietari terrieri. Gli industriali avrebbero dovuto dare il benvenuto ad una riforma terriera che avrebbe creato un mercato interno per le loro merci. Ma essi ritennero che non si trattava soltanto di un fatto economico. Temettero che le concessioni delle terre ai contadini avrebbero privato la classe dominante del potere politico. Di conseguenza, gli industriali, che avrebbero dovuto incoraggiare la repubblica nel suo tentativo di portare avanti una rivoluzione pacifica che avrebbe arricchito il paesein realtà fecero lega con i proprietari reazionari per impedire ogni miglioramento e riforma »[2].

Non è venuto in mente a Fischer di chiedersi se i proprietari terrieri e i capitalisti non siano spesso una sola persona, appartenente alla stessa famiglia o se gli industriali che dipen­dono dalle banche non abbiano timore delle ipoteche bancarie sulle terre. Ma anche nel modo in cui Fischer pone il problema la risposta è chiara: gli industriali temono la diminuzione del potere politico della classe dominante. Perché? Perché l'indebolimento delle forze di polizia permette ai lavoratori di organizzarsi e di intaccare sensibilmente i profitti. L'elaborata spiegazione di Fischer rivela tutte le sue manchevolezze. Il fascismo spagnolo è l'arma non del « feudalesimo », ma del capitalismo, e può essere liquidato completamente dalla classe operaia e dai contadini e solo da loro!


 

[1] Alfonso XIII abdicò nel 1931, lasciando il campo alla formazione della Repubblica

[2] The war in Spain, pubblicato in « The nation ».