Le giornate di maggio: barricate a Barcellona

Anche più di prima della guerra civile, la Catalogna era il principale centro economico della Spagna: la sua forza economica era ora nelle mani degli operai e dei contadini (così essi pensavano). In questa zona era concentrata l'intera industria tessile della Spagna.

I suoi lavoratori fornivano ora abbigliamento e coperte per l'esercito e per la popolazione civile, e le merci indispensabili per l'esportazione. Dopo che gli stabilimenti siderurgici di Bilbao erano stati praticamente tagliati fuori dal resto della Spagna, i metallurgici e chimici della Catalogna avevano creato, con uno sforzo eroico, una grande industria di guerra per equipaggiare le armate antifasciste.

I collettivi agricoli, avendo ottenuto il più grande raccolto della storia spagnola, approvvigionavano l'esercito e le città e provvedevano agrumi per l'esportazione. I marinai della CNT trasportavano le merci all'estero, procurando alla Spagna crediti in valuta, e importavano in patria carichi preziosi per la lotta contro Franco. Le masse della CNT avevano in mano i fronti dell'Aragona e di Teruel: avevano mandato al momento critico Durruti e il fior fiore delle loro milizie a salvare Madrid. Il proletariato della Catalogna, in breve, era la spina dorsale delle forze antifasciste e lo sapeva bene.

Per di più, il suo potere era stato riconosciuto, dopo il 19 luglio, perfino da Companys. Il presidente catalano, indirizzandosi alla CNT-FAI nelle giornate di luglio, aveva detto:

« Voi siete sempre stati severamente perseguitati e io, con molto dolore, ma forzato dalla realtà politica, io che una volta ero con voi, mi sono visto in seguito obbligato a combattervi e a perseguitarvi.

« Oggi voi siete i padroni della città e della Catalogna, perché voi solo potere vincere i soldati fascisti. Io spero che non troverete di cattivo gusto il fatto che io debba ricordarvi che non vi è mancato l'aiuto dei pochi o molti uomini del mio partito e delle Guardie ...

« Voi avete vinto e tutto è nelle vostre mani. Se non avete bisogno di me o non mi volete come presidente, ditemelo ora, e io diventerò uno dei soldati nella lotta antifascista. Se al contrario, mi credete quando dico che io abbandonerei questo posto al fascismo vittorioso solo morto, forse, con i compagni del mio partito, con il mio nome ed il mio prestigio io vi posso servire ».

 

È chiaro quindi che l'allarme e la rabbia delle masse della Catalogna contro le usurpazioni controrivoluzionarie, erano i sentimenti di uomini liberi e padroni dei loro destini dinnanzi al pericolo di un ritorno alla schiavitù. Sottomettersi senza combattere era fuori questione!

Il 17 aprile — il giorno dopo l'entrata dei ministri della CNT nella Generalidad — un nucleo di carabineros arrivò a Puigcerda e pretese che le pattuglie miliziane della CNT cedessero in quella località il controllo delle dogane. Mentre i maggiori leaders della CNT si precipitavamo a raggiungere Puigcerda per cercare una soluzione pacifica — cioè calmare i lavoratori e far cedere il controllo dei confini — le Guardie civili e d'assalto furono mandate a Figueras e in altre città della provincia per strappare il controllo della polizia dalle mani delle organizzazioni operaie. Contemporaneamente a Barcellona le Guardie d'assalto procedevano al disarmo dei lavoratori nelle strade. Durante l'ultima settimana di aprile si diceva che ne avessero disarmati trecento.

Collutazioni tra lavoratori e guardie avvennero nottetempo. Camion di guardie disarmavano lavoratori isolati. I lavoratori rendevano la pariglia, ma quelli che si rifiutavano di sottomettersi venivano uccisi. Le guardie prese di sorpresa erano a loro volta uccise.

Il 25 aprile un dirigente dei sindacati del PSUC, Roland Cortada, fu assassinato a Molins de Llobregat. Non si è ancora saputo chi lo abbia ucciso. La CNT denunciò il delitto e propose un'inchiesta. Cosa abbastanza significativa il POUM sottolineò che Cortada era stato un sostenitore di Caballero prima della fusione, e che era noto per aver disapprovato lo spirito da pogrom voluto dagli stalinisti. Ma il PSUC sfruttò fino all'inverosimile l'occasione, denunciando gli « incontrollabili agenti fascisti nascosti » ecc. Il 27 aprile, rappresentanti della CNT e del POUM fecero la loro comparsa al funerale di Cortada — e si resero conto che si era trasformato in una dimostrazione delle forze della controrivoluzione. Per tre ore e mezzo il « funerale » — mentre, non molto lontani, i soldati del PSUC e del governo e la polizia erano adunati, armati fino ai denti — marciò per i quartieri operai di Barcellona. Era una sfida e la CNT non era tanto cieca da non rendersene conto. Il giorno seguente il governo inviò una spedizione punitiva a Molins de Llobregat, catturò i dirigenti anarchici e li portò ammanettati a Barcellona. Quella notte e la seguente, la CNT e il PSUC con le loro guardie d'assalto si andavano disarmando a vicenda nelle strade. Furono erette le prime barricate nelle borgate. I carabineros, con i rinforzi locali del PSUC, attaccarono le pattuglie operaie a Puigcerda. Antonio Martin, sindaco e dirigente della CNT, popolare in tutta la Catalogna, fu colpito a morte dagli stalinisti.

Spuntava l'alba del 1° maggio, la festa più vecchia e più cara ai lavoratori: il governo proibì tutti gli assembramenti e le dimostrazioni in tutta la Spagna.

In questi ultimi giorni di aprile, gli operai di Barcellona appresero per la prima volta attraverso le pagine della « Solidaridad obrera » ciò che era accaduto a Madrid e a Murcia ai loro compagni nelle mani della stalinista GPU.

 

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La centrale telefonica, principale edificio del servizio telefonico che dominava la piazza del più importante punto commerciale di Barcellona, era stata occupata da truppe fasciste il 19 luglio 1936, a cui era stata consegnata dalle guardie d'assalto inviate sul posto dal governo. I lavoratori della CNT avevano perduto molti compagni per riconquistarla. Per questo, l'esserne in possesso rappresentava molto per loro. Dal 19 luglio le bandiere rosse e nere della CNT avevano sventolato sulle sue torri, ben in vista a tutti i lavoratori da ogni punto della città. Fin dal 19 luglio il centralino era stato diretto da un comitato della CNT-UGT, insieme ad una delegazione del governo di stanza nel palazzo. Il personale era quasi interamente della CNT, lavoratori di fiducia, e guardie armate della CNT lo difendevano da incursioni fasciste.

Il controllo della centrale telefonica rappresentava un esempio concreto di dualismo di potere. La CNT era in grado di ascoltare le telefonate del governo. Il blocco dei borghesi-comunisti non sarebbe mai stato padrone della Catalogna fintantoché i lavoratori erano in grado di interrompere i coordinamenti telefonici delle forze governative.

Il 3 maggio, lunedì, alle tre del pomeriggio, tre camion carichi di guardie d'assalto raggiunsero la telefonica al comando diretto del commissario all'ordine pubblico, Salas, membro del PSUC . Colte di sorpresa le guardie dei piani inferiori vennero disarmate, ma una mitragliatrice piazzata sulle scale impediva l'occupazione degli altri piani. Salas mandò a chiamare rinforzi. I dirigenti anarchici gli chiesero di ritirarsi dall'edificio, ma egli si rifiutò. La notizia si diffuse come un fuoco divampante nelle fabbriche e nelle borgate.

In due ore, alle cinque del pomeriggio, gli operai si riversarono nelle sedi locali della CNT-FAI, armandosi e costruendo barricate. Dai tempi delle prigioni di Rivera la CNT-FAI avevano sempre avuto i propri comitati di difesa, con tradizioni di iniziative locali. Nelle settimane che seguirono questi comitati di difesa presero tutte le iniziative e diramarono tutte le direttive che si ritenevano necessarie. Non ci fu quasi nessuna sparatoria durante la prima notte, perché le forze dei lavoratori erano enormemente superiori alle forze governative.

Nelle borgate operaie, molti appartenenti alla polizia governativa, non avendo il coraggio di combattere, consegnarono le armi senza colpo ferire. Lois Orr, testimonio oculare scrisse:

« Nella mattinata successiva (martedì 4 maggio), gli operai armati erano padroni della maggior parte di Barcellona. L'intero porto, compresa la fortezza di Montjuich, che con i suoi cannoni tiene sotto controllo il porto e la città, era tenuto in mano dagli anarchici; tutte le borgate erano sotto il loro controllo; le forze governative, ad eccezione di alcune barricate isolate, erano in assoluta minoranza e concentrate nella zona borghese, al centro della città, dove potevano essere facilmente circondate da ogni lato, come accadde ai ribelli il 19 luglio 1936 ».

 

La CNT, il POUM e altri resoconti particolareggiati danno credito a questi fatti.

A Lerida le guardie civili consegnarono le armi ai lavoratori lunedì notte, come pure a Hostafranchs. La sede centrale del PSUC e della Estat Catala a Tarragona e Gerona vennero occupati dai militanti del POUM e della CNT come « misura preventiva ». Queste misure aperte non erano che l'inizio di ciò che poteva essere fatto, perché le masse della Catalogna erano tutte pronte, schierate in numero schiacciante sotto la bandiera della CNT. La presa di possesso formale di Barcellona, la costituzione di un governo rivoluzionario avrebbero portato nel giro della notte la classe operaia al potere. Che questa sarebbe stata la logica conseguenza non è contestato seriamente né dai dirigenti della CNT né da quelli del POUM .

Questo è il motivo per cui la base della sinistra della CNT e del POUM, le sezioni della Gioventù libertaria, gli amici di Durruti e i bolscevichi-leninisti, chiesero la presa del potere da parte degli operai mediante la creazione di organi democratici di difesa (soviet). Il 4 maggio i bolscevichi-leninisti diffusero il seguente volantino, distribuendolo nelle barricate:

 

 

VIVA L'OFFENSIVA RIVOLUZIONARIA!

Nessun compromesso. Disarmo della Guardia nazionale repubblicana e delle reazionarie guardie d'assalto. Questo è il momento decisivo. La prossima volta sarà troppo tardi. Sciopero generale di tutte le industrie tranne quelle interessate al proseguimento della guerra, fino alle dimissioni del governo reazionario. Solo il potere del proletariato può assicurare la vittoria militare.

Amiamo tutta la classe operaia!

Viva l'unità d'azione CNT-FAI-POUM!

Viva il fronte rivoluzionario del proletariato!

Comitati di difesa rivoluzionaria nelle officine,

nelle fabbriche, nei quartieri! La sezione spagnola dei Bolscevichi-leninisti  (per la Quarta internazionale).

 

I volantini degli « amici di Durruti », che richiedevano « una giunta rivoluzionaria, il disarmo totale delle guardie d'assalto e delle guardie nazionali repubblicane » che salutavano calorosamente il POUM per aver raggiunto gli operai nelle barricate, valutavano la situazione in modo identico ai bolscevichi-leninisti. Pur aderendo ancora alla disciplina delle loro organizzazioni e non facendo alcuna propaganda indipendente, la sinistra del POUM, la sinistra della CNT e la Gioventù libertaria erano perfettamente d'accordo con i bolscevichi-leninisti sulle prospettive.

Essi avevano indubbiamente ragione. Nessun apologeta dei dirigenti della CNT e del POUM ha avanzato argomenti contro la presa del potere che contrastino questa analisi dei fatti. Nessuno di loro osa negare che gli operai potevano facilmente impadronirsi del potere nella Catalogna. Essi adducono tre motivi per giustificare la capitolazione: che la rivoluzione sarebbe restata isolata in quanto limitata alla Catalogna, e quindi sconfitta dall'esterno; che i fascisti erano in grado a questo punto di intervenire e vincere; che l'Inghilterra e la Francia avrebbero schiacciato la rivoluzione con un intervento diretto. Esaminiamo da vicino queste argomentazioni:

1 — Isolamento della rivoluzione: la formulazione più plausibile, più radicale data a questa argomentazione è quella che si basa sulla analogia con la « dimostrazione armata » del luglio 1917 a Pietrogrado. « Perfino i bolscevichi nel luglio 1917 non erano favorevoli alla presa del potere e si limitarono alla difensiva, guidando le masse fuori dalla linea del fuoco con meno vittime possibili ». Cosa abbastanza ironica, il POUM, il ILP, i pivertisti e altri apologeti che usano questi argomenti, sono proprio quelli che costantemente hanno ricordato ai « trotskisti settari » che « la Spagna non è la Russia » e che, pertanto, non si sarebbe potuto adottate una linea politica bolscevica.

Ma l'analisi trotskista, cioè l'analisi bolscevica, della rivoluzione spagnola si è sempre basata sulle condizioni reali della Spagna. Nel 1931 noi ammonivamo che il ritmo dello sviluppo degli avvenimenti della Russia nel 1917 non si sarebbe ripetuto in Spagna. Al contrario, in quel caso usammo l'analogia della grande rivoluzione francese che, iniziata nel 1789, passò attraverso una serie di fasi prima di raggiungere il suo apice nel 1793. È proprio perché noi trotskisti non schematizziamo gli eventi storici che non possiamo ritenere valida l'analogia con il luglio 1917 .

La manifestazione armata scoppiò a Pietroburgo solo dopo quattro mesi dalla rivoluzione del febbraio, solo tre mesi dopo le tesi di aprile di Lenin che avevano dato una direzione rivoluzionaria al partito bolscevico. La stragrande maggioranza della popolazione del gigantesco paese stava appena cominciando a risollevarsi dalla illusione del febbraio. Al fronte c'era un esercito di dodici milioni di uomini che solo allora cominciavano ad essere investiti dalle prime voci circolanti sui bolscevichi. In queste condizioni l'insurrezione isolata del proletariato di Pietrogrado avrebbe portato inesorabilmente alla sua distruzione. Era necessario guadagnare tempo. Queste circostanze determinarono la tattica dei bolscevichi.

In Spagna invece il maggio 1937 venne dopo ben sei anni di rivoluzione nei quali le masse dell'intero paese avevano ammassato esperienze colossali. Le illusioni democratiche del 1931 erano state bruciate. Possiamo citare testimonianze dei dirigenti della CNT, del POUM e di dirigenti socialisti che le illusioni democratiche del fronte popolare non fecero mai presa sulle masse; nel febbraio del 1936 esse non votarono per il fronte popolare ma contro Gil Robles e per il rilascio dei prigionieri politici. A più riprese le masse avevano dimostrato di essere pronte ad andare fino in fondo: le numerose lotte armate dirette dagli anarchici, la presa di possesso delle terre durante i sei anni, la rivolta dell'ottobre 1934, la Comune delle Asturie, l'occupazione delle fabbriche e delle terre dopo il 19 luglio lo dimostrano!

L'analogia con il luglio 1917 di Pietrogrado è puerile! Dodici milioni di soldati russi, difficilmente toccati dalla propaganda bolscevica, erano pronti ad essere lanciati contro Pietrogrado nel 1917. Ma in Spagna più di un terzo delle forze armate aveva la tessera della CNT; circa un altro terzo aveva la tessera della UGT, e la maggior parte di loro era della sinistra socialista o sotto la sua influenza. Ammettiamo che la rivoluzione non si fosse allargata a Madrid e a Valenza. Affermare ciò è totalmente diverso dall'asserire che il governo di Valenza avrebbe trovato le truppe necessarie a schiacciare la repubblica operaia di Catalogna!

Subito dopo i fatti di maggio, le masse della UGT mostrarono la loro decisa avversione per le misure repressive contro il proletariato catalano. Questo fu il motivo per il quale Caballero fu costretto a dimettersi dal governo. A maggior ragione le masse non potevano essere utilizzate contro una repubblica vittoriosa di lavoratori. Neppure le masse comuniste si sarebbero armate per questo scopo. Una cosa è frenare gli operai e i contadini limitandoli ad una lotta per una repubblica democratica; altro è spingerli a schiacciare una repubblica operaia. Ogni tentativo da parte del blocco borghese-comunista di raccogliere forze proletarie, avrebbe semplicemente accelerato l'allargamento di uno stato operaio a tutta la Spagna lealista.

Possiamo andare oltre nelle nostre asserzioni: l'esempio della Catalogna sarebbe stato seguito immediatamente altrove. Ne volete la prova? Il blocco borghese-comunista, pur cercando di consolidare la repubblica borghese, era costretto dall'atmosfera rivoluzionaria a lanciare il seguente slogan: « Finiamola con Franco prima e poi facciamo la rivoluzione ». Era uno slogan dal significato chiaro, ben architettato per controllare le masse. Ma il solo fatto che la controrivoluzione avesse bisogno di questo slogan dimostra che basava le sue speranze di vittoria sulla rivoluzione, non sul consenso delle masse, ma sulla loro amareggiata tolleranza: a denti stretti le masse dicevano:

« Dobbiamo aspettare la fine di Franco, allora la faremo finita con la borghesia e i loro lacché ». Questo atteggiamento indubbiamente diffuso, sarebbe scomparso alla luce dell'esempio della Catalogna, esempio che avrebbe messo fine a un atteggiamento basato sul concetto: « dobbiamo attendere ».

L'esempio della Catalogna non avrebbe avuto ripercussioni sulla sola Spagna lealista. Perché una Spagna proletaria avrebbe intrapreso una guerra rivoluzionaria contro il fascismo, disintegrando le file di Franco più con le armi politiche che con quelle militari; Franco si sarebbe trovato di fronte alle armi politiche, che il fronte popolare aveva impedito fossero usate contro il fascismo e che solo una repubblica operaia, poteva sfruttare. Trockij scrisse pochi giorni dopo il 19 luglio:

« Una guerra civile, come tutti sanno, è condotta non solo con armi militari, ma anche con armi politiche. Da un punto di vista strettamente militare la rivoluzione spagnola è molto più debole del suo avversario. La sua forza sta nella capacità di sollevare le grandi masse all'azione. Può perfino giungere a togliere di mano l'esercito [di Franco] ai suoi ufficiali reazionari. Per ottenere ciò è solo necessario portare avanti seriamente e coraggiosamente il programma della rivoluzione socialista.

« È necessario proclamare che, d'ora in avanti, le terre, le fabbriche e le officine passeranno dalle mani dei capitalisti a quelle del popolo. È necessario muoversi immediatamente verso la realizzazione di questo programma in quelle province dove gli operai sono al potere. L'esercito fascista non può opporre resistenza alle ripercussioni di tale programma; i soldati legherebbero mani e piedi ai loro ufficiali e li consegnerebbero al quartier generale delle più vicine milizie operaie. Ma i ministri borghesi non possono accettare. Reprimendo la rivoluzione sociale, essi costringono gli operai e i contadini a versare il loro sangue nella guerra civile dieci volte di più di quanto sia necessario ».

La previsione di Trockij si dimostrò fin troppo vera. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo del fronte popolare non fece alcun tipo di propaganda diretta ai contadini nell'esercito di Franco e al di là delle linee. Il governo rifiutò nella maniera più assoluta di promettere la terra ai contadini, e anche la promessa non avrebbe ottenuto alcun risultato a meno che il governo non avesse in pratica emesso decreti che davano la terra ai comitati regionali dei contadini.

Attraverso migliaia di canali la notizia si sarebbe diffusa a tutti i contadini nel resto della Spagna. Temendo la rivoluzione più di Franco il governo aveva rifiutato tutte le proposte (compresa quella di Abdel Krim e di altri arabi) di promuovere la rivoluzione in Marocco, dichiarando l'indipendenza del Marocco. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo fece appello al proletariato internazionale per far sì che i loro governi aiutassero la Spagna, ma non si rivolse mai al proletariato internazionale perché aiutasse la Spagna malgrado i propri governi e contro di loro,

Noi non siamo dei dottrinari. Non vogliamo la rivoluzione tutti i giorni. Giudichiamo dalle nostre analisi concrete delle condizioni della Spagna nel maggio 1937: se la repubblica operaia si fosse instaurata nella Catalogna, non sarebbe restata schiacciata o isolata: si sarebbe estesa rapidamente al resto della Spagna.

 

2 — I fascisti sarebbero intervenuti: La seconda giustificazione per non aver preso il potere in Catalogna coincide con la prima nella misura in cui implicitamente nega la conseguenza che la conquista del potere avrebbe avuto sulle forze di Franco .

Ammettendo che la rivoluzione proletaria del maggio si sarebbe estesa a tutta la Spagna lealista, i dirigenti della CNT argomentavano: « È evidente che se lo avessimo desiderato, il movimento di difesa si sarebbe potuto trasformare in un puro movimento libertario. Tutto questo va bene ma . . . i fascisti avrebbero senza dubbio profittato di queste circostanze per spezzare tutte le linee di resistenza » .

Sebbene si riferisca in modo chiaro ala situazione della Catalogna durante il maggio, questo tipo di argomento, in realtà, è assai più basilare: è un argomento contro la presa del potere da parte del proletariato durante la guerra civile.

Questa era anche la linea del POUM. IL Comitato centrale sosteneva che, nel caso che il governo si rifiutasse di firmare la sua sentenza di morte, vale a dire di convocare una assemblea costituente (un congresso di contadini, soldati e delegati dei sindacati), sarebbe stato sbagliato strappare con la forza il potere al governo.

« Riteneva che i lavoratori avrebbero protestato in tempo nei riguardi della controrivoluzione che il governo stava portando avanti e che la richiesta di tale assemblea costituente sarebbe divenuta così forte da costringere il governo a concederla. Riteneva che una insurrezione sarebbe stata sbagliata e non consigliabile fino a che i fascisti non fossero stati sconfitti, e c'erano divergenze tra le sue stesse file a proposito della necessità dell'insurrezione anche dopo la sconfitta del fascismo » .

In altre parole la CNT e il POUM volevano il socialismo tramite il governo, ma se il governo non avesse ceduto allora si sarebbe dovuto aspettare fino alla fine della guerra. In pratica, tutto ciò proveniva dal fatto di dover velatamente sostenere l'adattamento allo slogan borghese-stalinista — « Facciamola prima finita con Franco e poi facciamo la rivoluzione ».

La tattica POUM-CNT di aspettare fino alla fine di Franco, voleva dire in concreto la rovina della rivoluzione. Perché come abbiamo già sottolineato, lo slogan borghese-stalinista di aspettare aveva lo scopo di tenere sotto controllo le masse fino alla supremazia assoluta dello Stato borghese e proprio per questo motivo il blocco borghese-comunista e i suoi alleati anglo-francesi non avevano alcuna intenzione di farla finita con Franco.

Abbiamo già parlato del fatto che il fronte popolare e il governo abbiano mancato di condurre una propaganda rivoluzionaria allo scopo di disintegrare le forze di Franco. Ma anche sul piano puramente militare il governo mancò di combattere Franco fino in fondo e in modo conclusivo. Per essere più precisi, non c'è alcuna divisione tra i compiti politici e quelli militari nella guerra civile. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo stava reclutando forze massicce tra i soldati e fra le forze di polizia nelle città, ritirando in tal modo uomini e armi necessari al fronte. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo stava seguendo una strategia di guerra temporeggiatrice, che non poteva approdare a conclusioni decisive, mentre la controrivoluzione era portata avanti. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo stava assoggettando i lavoratori delle Asturie e delle province basche alla direzione della borghesia basca traditrice, che ben presto doveva arrendersi sul fronte del Nord. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo in prima persona sabotava i fronti del Levante e dell'Aragona tenuti dalla CNT. Temendo la rivoluzione più di Franco, il governo dava ad agenti fascisti (Asensio, Villalba, ecc.) l'occasione di far cadere nelle mani di Franco fortezze lealiste (Badajoz, Irun, Màlaga) .

La controrivoluzione infliggeva colpi terribili al morale delle truppe antifasciste. « Perché dovremmo morire combattendo Franco quando i nostri compagni sono colpiti dal governo? ». Questo stato d'animo così pericoloso per la lotta contro il fascismo, era predominante dopo le giornate di maggio ed era duro da combattere.

Così mediante tutti quei modi, la politica governativa facilitava le incursioni militari di Franco. L'instaurazione di una repubblica operaia avrebbe posto fine a tutti questi tradimenti, a tutti questi sabotaggi, all'abbassamento del morale. Con in mano gli strumenti della pianificazione dello Stato, la repubblica operaia avrebbe utilizzato, come nessun regime capitalista, le risorse materiali e morali della Spagna lealista.

Lungi dal permettere ai fascisti di aprirsi un varco, il potere operaio era l'unico mezzo per portare alla vittoria su Franco.

3 — La minaccia dell'intervento. La CNT in modo poco chiaro faceva riferimento a navi da guerra inglesi e francesi che avrebbero fatto la loro comparsa nel porto il 3 maggio, per preparare lo sbarco di truppe anglo-francesi. « Nel caso di trionfo del comunismo libertario, questo sarebbe stato schiacciato dall'intervento delle potenze capitalistiche e democratiche ». (Garcia Oliver).

Gli accenni da parte della CNT a certe navi da guerra, ad un piano determinato, ecc., mirano deliberatamente a rendere meno chiari gli aspetti di fondo della questione: ogni rivoluzione sociale deve affrontare il pericolo di un intervento capitalistico. La rivoluzione russa ha dovuto opporsi sia a una guerra civile finanziata dai capitalisti sia a un intervento diretto da parte degli imperialisti. La rivoluzione ungherese fu schiacciata sia da un intervento esterno sia dai suoi stessi errori. Quando però i socialdemocratici dell’Austria e della Germania giustificarono le loro repubbliche borghesi con il fatto che potenze alleate sarebbero intervenute contro stati socialisti, i rivoluzionari socialisti e comunisti di tutto il mondo e gli anarchici denunciarono i Kautsky e i Bauer come traditori, e a ragione.

Il proletariato dell'Austria e della Germania, dissero allora i rivoluzionari, deve prendere in considerazione la possibilità di una sconfitta da parte degli interventi anglo-francesi perché la rivoluzione si trova sempre di fronte a questo pericolo, e aspettare quel momento ipotetico, nel quale gli alleati sarebbero riluttanti a intervenire significherebbe perdere il momento favorevole per la rivoluzione. Ma i socialdemocratici prevalsero ... e finirono nei campi di concentramento di Hitler e Schuschnigg.

Neppure la CNT e il POUM osano affermare che esisteva una congiuntura determinata che rendeva più probabile e minaccioso l'intervento capitalistico nel maggio 1937 di quanto non lo fosse in un altro periodo. Gli apologeti si riferiscono vagamente al pericolo di un intervento senza fare nessuna analisi particolare. Noi chiediamo: l'intervento era più pericoloso nel maggio del 1937 di quanto, per esempio, non lo fosse ai tempi della rivoluzione dell'aprile 1931? I vantaggi per i lavoratori erano tutti per il maggio 1937. Nel 1931 il proletariato europeo era prostrato al massimo a causa della crisi mondiale. Se i lavoratori tedeschi non erano ancora stati consegnati a Hitler dai loro dirigenti — senza battaglia — il proletariato francese era inerte come se fosse immobilizzato anch'esso da un dittatore. Il fatto che la Francia confina con la Spagna ha una importanza fondamentale per la Spagna. E nel maggio 1937 il proletariato francese stava iniziando il suo secondo anno di riscossa che aveva avuto inizio con gli scioperi rivoluzionari del giugno 1936. È inconcepibile che milioni di operai francesi socialisti e comunisti, già irritati contro la neutralità, e tenuti a freno dai loro dirigenti solo con grandissima difficoltà, avrebbero permesso un intervento capitalistico in Spagna, sia da parte della Francia sia da patte di altre borghesie. La trasformazione della lotta in Spagna, da una lotta per una rivoluzione sociale, avrebbe acceso gli animi del proletariato francese belga e inglese anche più di quanto non aveva fatto la rivoluzione russa, perché questa volta la rivoluzione sarebbe stata alle loro porte!

Messa di fronte a un proletariato all'erta, cosa avrebbe fatto la borghesia? La borghesia francese avrebbe aperto i suoi confini alla Spagna, non per un intervento, ma per un commercio che mettesse in grado di assicurare al nuovo regime i rifornimenti, o avrebbe affrontato immediatamente una rivoluzione dall'interno del suo paese. La repubblica operaia spagnola non sarebbe stata, come Caballero e Negrin, complice del « non-intervento »! L'Inghilterra, irrevocabilmente legata al destino della Francia, sarebbe stata trattenuta da un intervento sia dall'enorme peso della situazione francese sia dalla classe operaia, per la quale la rivoluzione iberica avrebbe significato l'inizio di una nuova epoca. Il Portogallo si sarebbe trovato di fronte ad una rivoluzione nel suo paese. La Germania e l'Italia, naturalmente, avrebbero cercato di aumentare i loro aiuti a Franco. Ma gli anglo-francesi avrebbero portato avanti la loro linea politica che non voleva né una Spagna socialista né una Spagna hitler-mussoliniana. Sperando di liberarsi di entrambe le prospettive, nella realtà gli anglo-francesi sarebbero stati forzati a mantenere l'intervento degli italo-tedeschi entro certi limiti per impedire che l'asse Roma-Berlino dominasse il Mediterraneo.

Noi, meno di ogni altra persona, abbiamo bisogno che ci si dica che tutte le potenze capitalistiche hanno convenienza nel cercare di comune accordo di distruggere e minacciare tutte le rivoluzioni sociali. Tuttavia è chiaro che due fattori che hanno salvato la rivoluzione russa dall'intervento avrebbero operato anche nel maggio del 1937: nel 1917 i lavoratori di tutto il mondo, entusiasti della rivoluzione, imposero un alt agli interventi, mentre gli imperialisti non potevano risolvere le loro divergenze in modo da varare un piano unico per schiacciare la repubblica operaia. Con il proletariato europeo alla riscossa, gli imperialisti avrebbero tentato di spegnere il fuoco spagnolo a loro rischio.

Sì, noi invochiamo soprattutto l'aiuto dei proletari di tutto il mondo! Per voi stalinisti, le masse altro non sono se non carcasse da sacrificare, e da immolare all'altare di alleanze con gli imperialisti democratici; voi siete burocrati, e disprezzate le masse sulle cui spalle vi reggete, dimenticando che queste stesse masse portarono a termine la rivoluzione d'ottobre e la vittoriosa guerra civile, sul cui capitale morale e materiale ancora vivete, un capitale che sfuma sotto la vostra guida di incapaci! Sappiamo che non vi piace che vi si ricordi che nel 1919-22 la classe operaia mondiale salvò l'Unione Sovietica dagli imperialisti. La capacità rivoluzionaria del proletariato è un fattore che va avete imparato a odiare e a temere, perché mette in pericolo i vostri privilegi.

Non noi, ma gli stalinisti ritengono possibile una coesistenza di Stati borghesi e Stati operai. Certamente il capitalismo europeo non poteva sopportare all'infinito l'esistenza di una Spagna socialista. Ma le condizioni specifiche del maggio 1936 erano abbastanza favorevoli a permettere a una Spagna proletaria di stabilire un suo regime all'interno e a prepararla a resistere agli imperialisti estendendo la rivoluzione alla Francia e al Belgio e quinti a intraprendere una guerra rivoluzionaria contro la Germania e l’Italia, in condizioni tali che avrebbero portato rapidamente la rivoluzione nei paesi fascisti. Questa era la sola prospettiva rivoluzionaria in Europa nel periodo che precede la guerra, sia che la rivoluzione avesse iniziato in Spagna o in Francia. Chi non accetta questa prospettiva respinge la rivoluzione socialista.

Rischi? « La storia del mondo sarebbe facilmente realizzabile se le lotte venissero intraprese solo alla luce di circostanze infallibilmente favorevoli », scriveva Marx, quando ancora era in vita la Comune di Parigi. Con una visione chiara, egli vedeva « l'evento decisivo, sfavorevole . . . nella presenza dei prussiani in Francia e la loro posizione a destra rispetto a Parigi. Di questo i lavoratori di Parigi erano ben consapevoli. Proprio per questa ragione essi posero ai parigini l'alternativa di attaccare battaglia o soccombere senza colpo ferire. Nel secondo caso la demoralizzazione della classe operaia sarebbe stata una disgrazia di gran lunga maggiore della perdita di tanti “leaders.” La lotta della classe operaia contro i capitalisti e il loro Stato è entrata in una nuova fase con la lotta di Parigi. Qualunque fosse il risultato immediato, un nuovo punto di partenza, di importanza storica mondiale, era stato raggiunto » .

Berneri aveva ragione. Stretta tra i prussiani della Francia e i versaillesi di Valencia la Comune della Catalogna avrebbe potuto accendere un fuoco che avrebbe infiammato il mondo.

E in condizioni così incomparabilmente più favorevoli di quelle della Comune di Parigi!

Ci siamo sforzati di analizzare nel modo pia serio possibile le ragioni addotte dai centristi per non aver intrapreso la lotta per il potere contro la controrivoluzione. Essendo centristi e non riformisti incalliti, essi hanno cercato di giustificare la loro capitolazione facendo riferimenti a « particolari » situazioni « specifiche » in Spagna nel mese di maggio 1937, ma senza fornirci dettagli precisi. Il nostro esame ci ha portato a concludere che, come è normale in certi alibi, i riferimenti alla situazione specifica sono falsi e nascondono un abbandono reale della linea rivoluzionaria. Non errori sul piano pratico, ma fondamentali divergenze sui principi, sulla visione del mondo e sulle classi sociali, separano i rivoluzionari sia dai dirigenti riformisti sia dai centristi.

La mattina del martedì 4 maggio gli operai armati nelle barricate di tutta Barcellona si sentirono di nuovo, come il 19 luglio, padroni del campo e del loro fondo. Come il 19 luglio, terrorizzarono i borghesi e i piccolo-borghesi nascosti nelle loro case. I sindacati diretti dal PSUC restavano passivi. Solo parte della polizia, le guardie armate del PSUC, e teppisti armati dell'Estat Catala erano sulle barricate governative. Queste barricate erano limitate al centro della città, circondate dagli operai armati.

Il primo appello radio di Companys è indicativo: era una dichiarazione nella quale si precisava che la Generalidad non era responsabile della provocazione alla centrale telefonica.

Ogni altro settore della città al di fuori del centro, era solidamente sotto il controllo degli operai e diretto dai comitati locali di difesa e sostenuto dal POUM, dalla FAI e dai gruppi della Gioventù libertaria. Non ci fu quasi nessuna sparatoria la notte del lunedì, tanto schiacciante era il controllo dei lavoratori. Tutto quello che restava da fare, per instaurare una effettiva supremazia, era il coordinamento e l'azione congiunta diretta dal centro ... Al centro, alla centrale della CNT, i dirigenti proibirono ogni azione e ordinarono agli operai di abbandonare le barricate .

Non era l'organizzazione delle masse che interessava i leaders della CNT. Ciò che li occupava erano le interminabili trattative con il governo. Questo era un gioco che si addiceva perfettamente al governo; trattenere le masse senza direttive nelle barricate illudendole con la speranza della passibilità di una prossima soluzione. L'incontro al palazzo della Generalidad si trascinò fino alle sei del mattino. Le forze governative ebbero in tal modo tempo sufficiente per fortificare gli edifici governativi e occupare le torri della cattedrale, come avevano fatto i fascisti nel luglio.

Alle undici del mattino di martedì, si incontrarono i funzionari non per organizzare la difesa, ma per eleggere un nuovo comitato per le trattative con il governo. A questo punto Companys ricorse a un nuovo espediente: naturalmente possiamo addivenire ad un accordo pacifico; siamo tutti antifascisti, ecc. ecc., dissero Companys ed il primo ministro Taradellas, ma non possiamo parlare di trattative fintanto che le strade non siano state liberate dagli armati. Il Comitato regionale della CNT fece passare tutto il martedì prima che i microfoni ordinassero agli operai di abbandonare le barricate: « Facciamo appello ad ognuno di voi affinché deponga le armi. Pensate al nostro grande obiettivo, comune a tutti noi. Al di sopra di tutto, l'unità! Deponete le armi. Un solo slogan. " Dobbiamo lavorare per abbattere il fascismo! " ». « Solidaridad obrera » ebbe la sfrontatezza di apparire con la storia dell'attacco del lunedì alla centrale telefonica in ottava pagina — per non allarmare i miliziani al fronte ai quali ne arrivavano centinaia di migliaia di copie — senza accennare alle barricate, e senza direttive tranne: « mantenete la calma ». Alle cinque, delegazioni dei comitati nazionali della UGT e della CNT arrivarono da Valenza e diffusero un appello congiunto al « popolo » affinché deponesse le armi. Vasquez, segretario nazionale della CNT, si unì a Companys nel lanciare l'appello radio.

La notte venne impiegata in nuove trattative — il governo era sempre pronto a fare accordi che comprendessero l'abbandono delle barricate — dalle quali trattative risultò un accordo per un governo provvisorio a quattro: un membro della CNT, uno del PSUC, uno della Unione contadini e uno dell'Esquerra. Le trattative avevano come punto fermo la richiesta ai dirigenti più autorevole della CNT di dirigersi nei luoghi dove gli operai erano all'offensiva, come per esempio a Coll Blanch, per persuaderli a non occupare le caserme. Nel frattempo dalla sede centrale dei lavoratori del cuoio, dal sindacato sanitari e dal centro locale della Gioventù libertaria, giungevano altre richieste di aiuti al comitato regionale poiché la polizia stava attaccando . . .

Mercoledì: i numerosi appelli radio, l'appello unitario della UGT-CNT, la costituzione del nuovo governo non erano riusciti a persuadere gli operai armati ad abbandonare le barri-cate. Sulle barricate, i lavoratori anarchici stracciavano a pezzi la « Solidaridad obrera » e alzavano minacciosi pugni e fucili verso le radio, quando la Montseny — che era stata richiamata in tutta fretta da Valenza dopo il fallimento di Vasquez e Garda — esortava a disperdersi dalle barricate. I comitati locali di difesa riferirono alla centrale della CNT: « I lavoratori non vogliono abbandonare i loro posti senza condizioni ». Bene, daremo loro le condizioni. La CNT diffuse via radio le proposte che stava facendo al governo: devono cessare le ostilità, ogni partito deve mantenere le proprie posizioni, la polizia ed i civili che combattono a fianco della CNT (cioè i non iscritti) devono ritirarsi, i comitati responsabili devono essere informati immediatamente se l'accordo non è rispettato; non si deve rispondere a colpi sparati isolatamente, i difensori delle sedi sindacali non devono prendere iniziative e devono aspettare ulteriori informazioni.

Il governo annunciò subito il suo consenso alle proposte della CNT; e perché no? Il solo obiettivo del governo era quello di far cessare la lotta da parte delle masse, per meglio spezzare la loro resistenza per sempre. Inoltre, « l'accordo » non impegnava in nulla il governo, non si accennava affatto al controllo della centrale telefonica e al disarmo delle masse, e non a caso. L'accordo fu seguito durante la notte da ordini delle locali CNT e UGT (quest'ultima controllata da comunisti, ricordate!) di tornare al lavoro. « Le organizzazioni antifasciste ed i partiti in carica al Palazzo della Generalidad hanno risolto il conflitto che questa situazione anormale ha creato », diceva il manifesto unitario. « Questi eventi ci hanno insegnato che d'ora in avanti dobbiamo stabilire rapporti di cordia-lità e cameratismo di cui abbiamo profondamente lamentato la mancanza durante gli ultimi giorni ». Malgrado ciò, come ammette Souchy, le barricate rimasero con tutti gli uomini fermi al loro posto la notte del mercoledì.

Ma il giovedì mattina, il POUM ordinò ai suoi membri di abbandonare le barricate, in molte delle quali si stava ancora sparando. Il martedì il manifesto degli amici di Durruti, fino a quel momento accolto con freddezza dal POUM, aveva salutato gli uomini del POUM che si univano alla lotta sulle barricate come un segno evidente che il POUM era una « forza rivoluzionaria ». « La batalla » del martedì era rimasta nei limiti della teoria che non ci sarebbe dovuto essere un rovesciamento rivoluzionario del governo durame la guerra civile, ma aveva esortato a difendere le barricate, aveva chiesto le dimissioni di Salas e Ayguade ed il ritiro dei decreti che scioglievano le pattuglie operaie. Per quanto limitato, questo programma contrastava a tal punto con gli appelli dei comitati regionali della CNT di abbandonare le barricate, che il prestigio del POUM crebbe molto tra le masse anarchiche. Il POUM aveva un'occasione insostituibile per mettersi alla testa del movimento.

Invece la direzione del POUM ancora una volta mise il suo destino nelle mani della direzione della CNT. Non formulò pubblicamente proposte alla CNT per condurre azioni unitarie nei confronti delle masse, proposte che avrebbero dato all'insurrezione appena cominciata una serie di richieste precise da imporre ai dirigenti — in un anno intero il POUM, servilmente obbediente ai leaders della CNT, non aveva avanzato una sola proposta di fronte unico di questo tipo — ma tenne una riunione dietro le quinte con il comitato regionale della CNT. E le proposte del POUM, di qualunque tipo fossero, venivano respinte. Non siete d'accordo? Allora non ne parleremo affatto. Il mattino del giorno seguente (5 maggio) « La batalla » non riportava neppure una parola circa le proposte del POUM alla CNT, circa la vile condotta dei leaders della CNT, il loro rifiuto di organizzare la difesa, ecc. . Al contrario, essa riferiva che « il proletariato di Barcellona ha riportato una vittoria parziale contro la controrivoluzione ». E venti ore più tardi « essendo stata respinta la provocazione controrivoluzionaria, è necessario sgomberare le strade. Lavoratori, tornate al lavoro ». (« La batalla », 6 maggio).

Le masse avevano richiesto la vittoria sulla controrivoluzione. I burocrati della CNT si erano rifiutati di combattere. I centristi del POUM colmarono il vuoto tra le masse e i burocrati con l'assicurazione che la vittoria era stata di già conseguita!

Gli « amici di Durruti » a fatica avevano raggiunto il fronte il mercoledì, e facevano appello ai lavoratori della CNT affinché respingessero gli ordini di diserzione impartiti dalla centrale della CNT, e continuassero la lotta per il potere operaio. Essi avevano calorosamente salutato la collaborazione del POUM. Le masse erano ancora sulle barricate. Il POUM, che contava almeno trentamila operai tra i suoi membri nella Catalogna, poteva piegare il piatto tremolante della bilancia dal lato che voleva. La direzione del POUM inclinò il piatto dal lato della capitolazione.

Ma ecco il colpo più terribile contro i lavoratori impegnati nella battaglia: il comitato regionale della CNT denunciò all'intera stampa — stalinista e borghese compresa — gli « amici di Durruti » come agenti provocatori, notizia pubblicata, naturalmente, con tutto il rilievo, giovedì mattina. La stampa del POUM non difese gli anarchici di sinistra contro questa sudicia calunnia.

 

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Il giovedì fu colmo di accenni alla « vittoria » in nome della quale il POUM faceva appello ai lavoratori affinché abbandonassero le barricate.

Durante il mattino il corpo straziato di Camillo Berneri fu trovato dove era stato gettato dalle guardie del PSUC che lo avevano preso dalla sua casa la sera precedente. Berneri, capo spirituale degli anarchici italiani dopo la morte di Malatesta, capo della rivolta di Ancona del 1914, era sfuggito agli artigli di Mussolini e aveva combattuto i riformisti (compresi i leaders della CNT) nel suo organo influente, « Guerra di classe ». Egli aveva definito la politica stalinista in poche parole: « Odora di Noske ». Con parole audaci aveva sfidato Mosca: « Schiacciata tra i prussiani e Versailles, la Comune di Parigi aveva dato inizio ad un fuoco che aveva acceso il mondo. Che i generali Goded di Mosca lo ricordino ». Egli aveva dichiarato alle masse della CNT: « Il dilemma guerra o rivoluzione non ha più senso. Il solo vero dilemma è: o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta ». Come terribilmente vera era stata la sua identificazione di Noske con gli stalinisti! Come il socialdemocratico Noske aveva fatto rapire assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, così gli stalinisti avevano assassinato Camillo Berneri. Onoriamo il nostro compagno Camillo Berneri. Ricordiamolo con l’amore che portiamo al nostro Karl e alla nostra Rosa. Mentre scrivo, compagni, non posso fare a meno di piangere, piangere per Camillo Berneri.

L'elenco dei nostri morti è lungo quanto la vita della classe operaia. Fortunati furono quelli che caddero combattendo apertamente i loro nemici di classe, nel mezzo della battaglia con i loro compagni a fianco. Molto più terribile è morire soli, per mano di coloro che si chiamano socialisti o comunisti, come è accaduto a Karl e a Rosa, come s:anno morendo i nostri compagni nelle camere di esecuzione dell'esilio siberiano. Un'angoscia particolare fu quella di Camillo Berneri. Morì per le mani di « marxisti-leninisti-stalinisti », mentre i suoi più cari amici, la Montseny, Garcia Oliver, Peiró, Vasquez stavano consegnando il proletario di Barcellona ai suoi esecutori. Giovedì 6 maggio. Ricordiamo questa data.

I leaders del governo e degli anarchici erano andati il mercoledì a Lerida per fermare un gruppo di 500 uomini del POUM e della CNT che marciava speditamente da Huesca con artiglieria leggera. Rappresentanti di Valenza e della Generalidad avevano promesso che il governo non avrebbe cercato di portare altre truppe a Barcellona, se i distaccamenti operai non fossero avanzati. Sulla base di questa promessa e sotto le pressioni dei leaders anarchici, i reparti operai avevano deciso di fermarsi. Ma il giovedì militanti della CNT delle città lungo la strada Valenza-Barcellona telefonavano: 5.000 guardie d'assalto stanno avanzando. Dobbiamo fermarle? chiedevano i lavoratori della CNT. Ma i dirigenti ordinarono di farle passare, non mandarono a dire nulla ai reparti operai che aspettavano a Lerida, e nascosero la notizia che le guardie erano sulla via di Barcellona.

Alle tre del giovedì, la centrale della CNT ordinò alle sue guardie di sgomberare la centrale telefonica. Il governo e la CNT avevamo firmato un accordo: entrambi dovevano ritirare le proprie forze armate. Ma non appena le guardie della CNT abbandonarono i loro posti, la polizia occupò l'intero fabbricato e fece entrare personale governativo per svolgere le mansioni tecniche al posto degli uomini della CNT. Non avete mantenuto la promessa, lamentò la CNT verso il governo. La Generalidad rispose: il fatto compiuto non può essere revocato. « Se i lavoratori dei vicini quartieri fossero stati informati immediatamente dell'accaduto », ammette il portavoce della CNT, Souchy, « sicuramente avrebbero insistito per prendere serie misure e tornare all'attacco ». Così gli ultra democratici, i dirigenti anarchici della CNT ... si limitarono a nascondere la notizia!

Seguendo gli ordini della centrale della CNT, il personale della centrale telefonica durante il combattimento aveva risposto a tutte le chiamate, sia a quelle rivoluzionarie sia a quelle controrivoluzionarie. Quando ebbe il sopravvento il governo interruppe i contatti telefonici delle sedi rionali FAI e CNT con il centro.

Lungo le strade per le quali i lavoratori erano costretti a passare andando e tornando dal lavoro, seguendo le istruzioni impartite dalla CNT-UGT, la polizia e le guardie del PSUC perquisivano i passanti, strappavano le tessere della CNT e arrestavano i militanti anarchici.

Alle quattro, la principale stazione ferroviaria di Barcellona, in mano alla CNT dal 19 luglio, fu attaccata dal PSUC e dalle guardie d'assalto con mitra e bombe a mano. La pic-cola guarnigione della CNT di guardia cercò di telefonare per chiedere aiuti . . . Alle quattro il generale Pozas si presentò al ministero della difesa della Catalogna (un ministero della CNT) e cortesemente informò i compagni ministri che il posto di ministro della difesa catalana non esisteva più, e che le armate catalane erano ora formate dalla quarta brigata dell'esercito spagnolo con alla testa lo stesso Pozas. Il governo di Valenza aveva preso questa decisione con l'autorità dei decreti militari che creavano il comando unificato, decreti firmati dai ministri della CNT. La CNT naturalmente, cedette il controllo a Pozas.

Intanto una brutta notizia veniva da Tarragona. Mercoledì mattina si erano presentate ingenti forze di polizia che si erano impadronite del servizio telefonico. A questo punto la CNT aveva richiesto la solita conferenza. Mentre erano in corso le trattative, i repubblicani e i comunisti si armavano: il giorno seguente assalirono le sedi della Gioventù libertaria.

Allora la CNT chiese ed ottenne un'altra conferenza, nella quale venne informata che la Generalidad aveva dato istruzioni precise di distruggere le organizzazioni anarchiche, se non avessero consegnato le armi. (Ricordiamoci che queste istruzioni venivano da un governo nel quale sedevano ministri anarchici). I rappresentanti della CNT acconsentirono a consegnare le armi, purché il governo avesse lasciato liberi gli arrestati, avesse sostituito la polizia e le guardie del PSUC con l'esercito regolare, e garantito l'immunità ai membri della CNT e alle loro sedi.

Il capitano Barbeta, delegato del governo, fu naturalmente d'accordo. La CNT depose le armi e durante la notte le guardie d'assalto occuparono gli edifici della CNT ed uccisero molti anarchici tra i quali Pedro Rua, lo scrittore uruguaiano venuto a combattere contro i fascisti ed eletto comandante dei miliziani. La centrale della CNT precisò che questo significava « violare la parola d'onore data la sera precedente alle autorità ». Non una sola parola fu però nel frattempo trasmessa alle masse di Barcellona, sebbene la centrale della CNT-FAI conoscesse gli sviluppi degli avvenimenti ora per ora .

Giovedì, ore 6 del pomeriggio; ecco le notizie arrivate alla centrale della CNT: i primi distaccamenti da Valenza, 1.500 guardie d'assalto, erano giunti a Tortosa sulla strada di Barcellona. La centrale della CNT aveva mandato ordini di non opporsi perché tutto era sistemato, ecc. Le guardie d'assalto occuparono tutti gli edifici della CNT-FAI-Gioventù libertaria di Tortosa, arrestando tutti coloro che trovarono, e portandone alcuni ammanettati nelle carceri di Barcellona.

Le masse non sapevano nulla degli avvenimenti di Tarragona, di Tortosa, della centrale telefonica, di Pozas, della venuta delle guardie valenzane. Ma gli attacchi agli operai nelle strade, nelle stazioni ferroviarie, il fuoco che si rinnovava nelle barricate, spronò molti a tornare sulle barricate prima abbandonate.

In risposta a questi avvenimenti catastrofici di giovedì, la centrale della CNT « mandò una nuova delegazione al governo per scoprire le loro intenzioni » (Souchy) ma, senza aspettare la risposta, diffusero un nuovo manifesto mirante a tranquillizzare le masse. Mentre le barricate ancora risuonavano di spari, la centrale della CNT dichiarava:

 

« Ora che siamo tornati alla normalità, e che i responsabili dell'insurrezione sono stati rimossi dalla loro cariche pubbliche, ora che tutti i lavoratori sono tornati al loro pasto e Barcellona è di nuovo calma ...  la CNT e la FAI continuano a collaborare lealmente come per il passato con tutti i settori politici e con i sindacati del fronte antifascista. La migliore prova di ciò è che la CNT continua a collaborare con il governo centrale, il governo della Generalidad e con tutti gli organi municipali ... La stampa della CNT ha lanciato appelli per ottenere la calma e ha chiesto alla popolazione di tornare al lavoro. Le notizie diffuse dalla radio ai sindacati e ai comitati di difesa non sono state che inviti alla calma.

« Una prova ulteriore che la CNT non ha voluto rompere e non vuole rompere il fronte antifascista è data dal fatto che, quando fu costituito il nuovo governo della Generalidad il 5 maggio, i rappresentanti della CNT della Catalogna offrirono i loro servigi e il segretario della CNT fece parte del governo .. .

« I membri della CNT che controllavano il Consiglio della difesa (Ministero) della Generalidad, diedero ordine a tutte le loro forze di non intervenire in nessuno dei campi in conflitto, e controllarono che i loro ordini fossero eseguiti.

« Il Comitato di difesa della CNT diede anche ordini a tutti i distretti di Barcellona affinché nessuno venisse in centro accogliendo provocazioni. Anche questi ordini vennero eseguiti, perché in realtà nessuno venne in centro a rispondere alle provocazioni.

«... Molte furono le trappole tese alla CNT fino alla fine, ma la CNT rimase ferma nelle sue posizioni e non permise che si accogliesse nessuna provocazione ... ».

 

Giovedì sera: il PSUC e le guardie d'assalto continuarono a fare incursioni, ad eseguire arresti, a sparare. Così. . . la centrale della CNT-FAI mandò di nuovo una delegazione al governo con nuove proposte di cessazione delle ostilità: tutti i gruppi si impegnavano a togliere le guardie armate e pattuglie dalle barricate e a rilasciare tutti i prigionieri senza alcuna rappresaglia.

Notizie da Tarragona e Reus, riferivano che « membri del PSUC e dell’Estat Catala, si servivano (!) della temporanea presenza di alcune guardie d'assalto di passaggio verso Barcellona, per disarmare e uccidere gli operai » (Souchy).

« La CNT tentò di strappare la promessa ai governi di Valenza e di Barcellona che le guardie d'assalto non sarebbero entrate nella città immediatamente (!), ma sarebbero state trattenute alle porte della città finché la situazione non fosse chiarita . . . Ma era piuttosto scettica circa l'assicurazione che le truppe che stavano per giungere avrebbero agito lealmente nei confronti dei lavoratori ». Ma questo scetticismo (e quando sorse?) non era condiviso dai ministri dei governi di Valenza e della Catalogna, che avevano votato perché il governo centrale assumesse il controllo dell'ordine pubblico nella Catalogna. Il Ministero dell'ordine pubblico della Catalogna aveva così cessato di esistere il 5 maggio.

La notte tra i 6 e il 7 maggio: « Ancora una volta gli anarchici si erano offerti di trattare, desiderosi di porre fine al conflitto ». Il governo naturalmente era sempre pronto a trattare, mentre le sue forze stavano rompendo le ossa alla classe operaia sotto la copertura offerta dalla centrale della CNT. Gli operai anarchici dei dintorni erano insorti a difendere Tortosa e Tarragona. Alle quattro il Comitato provinciale — che dirigeva tutta la CNT della Catalogna tranne Barcellona — informava la centrale della CNT-FAI che era pronto a tenere le guardie lontane da Valenza. « No, non lo dovete fare », rispondeva la centrale della CNT. Alle 5,15 il governo e la centrale della CNT firmarono un altro accordo: un armistizio, tutti devono lasciare le barricate, rilasciare i prigionieri, le pattuglie operaie riassumere le antiche funzioni. . . Ancora una volta il Comitato regionale annunciò per radio ai lavoratori: « Avendo raggiunto un'intesa . . . vogliamo notificarvi. . . il raggiungimento di una pace totale e della serenità . . . mantenete la calma e la presenza di spirito ... ».

Venerdì: per ordine della centrale della CNT-FAI alcuni operai cominciarono a demolire le barricate. Ma le barricate delle guardie d'assalto, dell'Estat Catala, del PSUC rimane-vano intatte. Le guardie d'assalto sistematicamente disarmavano i lavoratori. Ancora una volta, poiché vedevano che le forze governative continuavano l'offensiva, i lavoratori tornarono sulle barricate, contro il volere della CNT e del POUM. Ma la delusione e lo scoraggiamento dilagavano: molti anarchici avevano continuato ad avere fiducia nella Casa della CNT-FAI fino all'ultimo; altri, diminuendo la fiducia, avevano cercato una direzione nel POUM fino al momento in cui essa ordinò ai suoi uomini di abbandonare le barricate. Gli « amici di Durruti » e i bolscevichi-leninisti riuscirono a far tornare gli operai sulle barricate il giovedì e il venerdì notte, ma non erano forti abbastanza, non erano sufficientemente radicati nelle masse per organizzare una lotta ad oltranza.

Le guardie valenzane entrarono in città venerdì notte. Immediatamente si impadronirono della stampa e arrestarono i dirigenti degli « amici di Durruti ». Gruppi di guardie con-trollavano a pattuglie tutte le strade per terrorizzare i lavoratori. « Il governo della Generalidad ha soppresso l'insurrezione con le proprie forze », annunciava Companys. « Come! » gridavano i dirigenti della CNT, « Voi sapevate che non si trattava di una insurrezione », lo avete detto voi stessi. « Noi dobbiamo estirpare quello che non possiamo controllare », rispondeva Companys ...

La promessa di rilasciare i prigionieri non fu mantenuta; al contrario cominciarono arresti in massa. « Nessuna rappresaglia »: era stata un'altra promessa; ma, durante le settimane seguenti, crudeli rappresaglie vennero fatte nella città e nei quartieri periferici che avevano osato opporre resistenza.

Il governo naturalmente, manteneva il controllo della centrale telefonica — che era stato il motivo dell'inizio della lotta. Il controllo della polizia era ora instaurato a Valencia — e quasi subito fu assunto dai comunisti! Il ministero della difesa e l'esercito della Catalogna erano accentrati a Valencia: ben presto sotto il controllo di Prieto. In breve le pattuglie operaie dovevano essere sciolte in base a un decreto di ordine pubblico di Ayguade. L'autonomia catalana aveva finito di esistere non appena le forze armate di Valencia si erano riversate nella Catalogna. Ayguade, « licenziato » secondo la CNT, doveva nel giro di una settimana andare a Valencia a far parte del governo centrale, quale rappresentante della Generalidad . . . della quale la CNT continuava a far parte.

Dopo l'ingresso delle guardie d'assalto a Barcellona, « La batalla » lamentava: « Questa è una provocazione. Per mezzo di una dimostrazione di forza, stanno tentando di trasformare la nostra vittoria in sconfitta ». E proseguiva piagnucolando: « È stato il POUM a consigliare di cessare la lotta, di abbandonare le strade, di tornare al lavoro; — nessuno può dubitarne — è stato il POUM uno dei partiti che più hanno contribuito a far tornare la situazione alla normalità ». La mitezza dell'agnello poumista non lo salvò comunque dal lupo. Fanno veramente pena, quegli uomini politici che non sanno distinguere una vittoria da una sconfitta!

« Non ci sentiamo spiritualmente o materialmente abbastanza forti da prendere l'iniziativa dell'organizzazione della massa per la resistenza », aveva detto a Charles Orr un membro dell'esecutivo centrale del POUM martedì. Così . . . essi avevano razionalizzato la loro impotenza con una « vittoria » per giustificare la fine della lotta.

Supponiamo che il POUM fosse venuto alla ribalta e, malgrado la CNT, avesse cercato di portare gli operai almeno a un armistizio reale, cioè avesse lasciato gli operai armati nelle strade e nelle fabbriche, pronti a resistere a tutte le offensive; supponiamo che anche questo non fosse accaduto, che il POUM e gli operai fossero stati vinti dalle forze armate. « Nel peggiore dei casi », sottolineava l'opposizione del POUM, « si poteva organizzare un comitato centrale di difesa, sulla base di rappresentanti dalle barricate. Per fare ciò sarebbe stato sufficiente tenere prima un convegno di delegati di tutte le barricate del POUM e della CNT, per nominare un comitato centrale provvisorio. Durante il martedì pomeriggio il comitato locale del POUM stava lavorando in base a questa linea, ma non incontrò l’entusiasmo da parte della direzione nazionale necessario per portare a termine queste iniziativa ». Un tale organo centrale, direttamente radicato nelle masse, sarebbe almeno stato in grado di organizzare la resistenza alle invasioni, agli arresti, alle soppressioni della stampa, alle proscrizioni degli « amici di Durruti » e del POUM, che sarebbero seguiti.

Certamente il tentativo di organizzare la resistenza non avrebbe portato quale risultato a un numero di vittime maggiore di quello che si ebbe con la capitolazione: 500 morti e 1.500 feriti; quasi tutti nella scia della ritirata della CNT nel martedì pomeriggio; ancora centinaia di morti e feriti durante il « rastrellamento » delle settimane seguenti e durante l’epurazione delle truppe del POUM e degli anarchici inviate in prima linea senza la protezione dell'aviazione e dell'artiglieria; Nin, Mena, altri dirigenti del POUM uccisi; migliaia e decine di migliaia in prigione nei giorni seguenti. La capitolazione ebbe almeno tante vittime quante ne avrebbero provocato la lotta e la sconfitta.

L'opposizione del POUM — e non si tratta di una opposizione trotskista — aveva più che ragione quando disse nel bollettino del 29 maggio:

« Questa ritirata senza condizioni, senza aver ottenuto il controllo dell'ordine pubblico, senza la garanzia delle pattuglie operaie, senza in pratica l'intervento degli organi del fronte (unico) dei lavoratori; senza una spiegazione soddisfacente alla classe operaia, mettendo nello stesso mazzo tutti gli elementi della lotta — rivoluzionari e controrivoluzionari — rappresenta una delle capitolazioni più clamorose e un tradimento del movimento operaio ».

La legge di ferro della politica è inesorabile. Una strada sbagliata porta chi la intraprende a risultati mai pensati. Risoluti a proseguire la loro politica di collaborazione con la borghesia, i dirigenti anarchici stavano sacrificando la vita ed il futuro di coloro che li seguivano nel modo più vile — e sembra solo ieri che questi stessi uomini erano nemici fino alla morte della monarchia. Appesi alle gonne della CNT, i leaders del POUM ordinavano ai lavoratori di abbandonare le barricate sotto il fuoco nemico. Loro stessi, meno di ogni altra persona, si sarebbero ritenuti capaci un anno fa di cadere così in basso . . . Dirigenti che, come questi, hanno tradito i lavoratori sono irrevocabilmente perduti per il movimento rivoluzionario; essi non possono tornare indietro, ammettere le loro colpe tremende di complicità . . . Ma fanno anche pena, perché il giorno seguente il loro tradimento, la borghesia, ormai sicura di sé, si libererà anche di loro.

Ricordiamo ancora agli apologeti del POUM un altro aspetto, per il quale la loro analogia con il luglio del 1917 in Russia è insostenibile. Il fallimento della « dimostrazione armata » fu seguito da una caccia selvaggia al bolscevico: Trockij fu imprigionato, Lenin e Zinov'ev dovettero nascondersi; la stampa bolscevica venne soppressa. Subito si levò il grido di allarme: i bolscevichi sono agenti tedeschi. Ma nel giro di quattro mesi, i bolscevichi avevano condotto a termine la rivoluzione d'ottobre.

Scrivo sei mesi dopo le giornate di maggio, e il POUM è ancora sfinito, morto. L'analogia non regge perché la differenza su questo punto è la seguente: i bolscevichi senza alcun timore si posero alla testa del movimento del luglio e divennero in tal modo sangue delle masse, mentre il POUM voltò le spalle alle masse, e le masse a loro volta non si sentirono spinte a salvare il POUM.