La controrivoluzione e le masse

Guida alla lettura

Il malcontento per le politiche della coalizione repubblicana “trapelava da centinaia di articoli e di lettere nella stampa anarchica”, scrive Morrow. E in questo capitolo prende in considerazione le prime reazioni interne al campo anarchico e poumista di fronte alle politiche di restaurazione del Governo Caballero e catalano. Significativo lo sviluppo del gruppo “Gli amici di Durruti” internamente al campo anarchico: un nucleo di attivisti che si proponeva di combattere la burocrazia della Cnt e che si stava avvicinando ad una concezione leninista del problema dello Stato.

Altrettanto significativa è la confusione che regna nel Poum attorno alla parola d'ordine del congresso operaio e contadino. Una proposta apparentemente simile ai soviet, ma che in realtà “niente aveva a che vedere con la concezione leninista del soviet”.

Aggiunge, inoltre, Morrow: anche in caso di formazione dei soviet, essi rifletteranno sempre e comunque, anche se in maniera più accurata, il “livello politico delle masse”. “Se i comunisti, gli anarchici e altre organizzazioni riformiste sono ancora potenti, il congresso rifletterà la loro linea politica. In una parola non c'è magia nei soviet: essi sono semplicemente la forma più accurata di rappresentanza politica delle masse, che riflette più accuratamente e responsabilmente i loro mutamenti.”

Non c'è magia che sostituisse una critica paziente e sistematica da parte del Poum della politica di coalizione con la cosiddetta borghesia repubblicana.


 

Sarebbe una calunnia verso i socialisti e le masse anarchiche, pensare che essi non fossero allarmati dall'avanzata della controrivoluzione. Lo stato d'allarme, in ogni modo non è mai sufficiente; è necessario indicare anche la via di uscita. Senza una ferma, ben disegnata strategia per respingere la controrivoluzione e guidare le masse al potere statale, il malcontento si può accumulare indefinitamente e può solo generare sporadiche disperate sommosse rapidamente domate e sconfitte. In altre parole, le masse richiedono una direzione rivoluzionaria.

Il malcontento era enorme, specie nelle file della CNT e della FAI. Trapelava da centinaia di articoli e di lettere nella stampa anarchica. Sebbene i ministri anarchici a Valenza e la Generalidad votassero a favore dei decreti governativi o si sottomettessero ad essi senza alcuna protesta pubblica, la loro stampa non osò difendere direttamente la politica governativa. E le pressioni dei lavoratori della CNT sui loro dirigenti crescevano nella misura in cui le repressioni del governo aumentavano.

Il 27 marzo i ministri della CNT si ritirarono dal governo catalano, e la conseguente crisi ministeriale durò tre intere settimane. « Noi non possiamo sacrificare la rivoluzione sull'altare dell'unità » dichiarava la stampa della CNT « Nessun'altra concessione al riformismo ». « L'unità è stata mantenuta finora sulla base delle nostre concessioni ». « Non possiamo retrocedere ancora ».

Che cosa proponessero esattamente in quel momento i dirigenti della CNT era un mistero. Companys aveva con chiarezza puntualizzato le loro posizioni facendo un riassunto dell'attività governativa dal dicembre, dimostrando che i ministri della CNT avevano volato a favore di tutti i provvedimenti: il disarmo dei lavoratori, i decreti per la mobilitazione e riorganizzazione dell’esercito, lo scioglimento delle pattuglie operaie, e così via.

Companys esortava la CNT: finitela di fare baccano e tornate al lavoro. E in realtà, i ministri della CNT erano pronti a tornare alla fine della prima settimana. A questo punto, però, i comunisti richiesero l’ennesima capitolazione: le organizzazioni dalle quali provenivano i ministri avrebbero dovuto firmare una dichiarazione congiunta nella quale si impegnavano a portare a termine una serie di compiti. I ministri della CNT protestarono che la dichiarazione ministeriale di prammatica dopo la costituzione del nuovo gabinetto sarebbe stata sufficiente; la proposta comunista avrebbe lasciato i ministri della CNT assolutamente sprovveduti davanti alle masse. In tal modo la crisi ministeriale si trascinò per altre due settimane.

Si ebbe un piccolo strascico che non approdò ad altro che a una divisione dei compiti, e in seguito a ciò i leaders della CNT furono legati più che mai alla Generalidad. Companys riassicurò la CNT che lui si trovava in perfetto accordo con loro e non con i comunisti e offriva i suoi servigi per « forzare » questi ultimi a desistere dalla loro richiesta. Nello stesso tempo il primo ministro Tarradellas, luogotenente di Companys, difendeva le amministrazioni delle industrie belliche (gestite dalla CNT) contro un attacco dell'organo del PSUC « Treball », che egli definiva la « menzogna più arbitraria ». Per questi piccoli servizi la CNT, con un atto vile, dava a Companys il proprio aiuto politico incondizionato:

« Noi dichiariamo pubblicamente che la CNT deve essere a fianco del presidente della Generalidad, Luis Companys, al quale abbiamo accordato tutto l'aiuto possibile e necessario per la soluzione della crisi politica. Noi siamo con il presidente, e senza far ricorso ad atteggiamenti di lode servile — incompatibili con la nostra attività di rivoluzionari — diciamo che egli sa di poter contare sul nostro più profondo rispetto e sul nostro più sincero appoggio » .

Companys, naturalmente riuscì a persuadere i comunisti ad abbandonare la richiesta della dichiarazione congiunta e il 16 aprile la crisi ministeriale fu « risolta ». Il nuovo gabinetto, come il precedente, aveva una maggioranza di borghesi e di comunisti e naturalmente non differiva in nulla dal precedente.

Le masse della CNT non potevano essere così « duttili ». Esse avevano una eroica tradizione di lotta fino alla morte contro il capitalismo. La rinascita dello Stato borghese avveniva anche più di prima sulle spalle dei lavoratori, l'inflazione e la manipolazione incontrollata dei prezzi da parte degli affaristi « che mediavano » tra i contadini e le masse delle città, portava ora i prezzi a livelli vertiginosi. In quel periodo l'aumento dei prezzi era il leitmotif di ogni attività. La stampa non parlava che di questo problema. Le condizioni delle masse divenivano ogni giorno più intollerabili, e la CNT e i suoi dirigenti non mostravano loro alcuna via d'uscita.

Molti ora volevano un ritorno al tradizionale apoliticismo della CNT. « Non più governi ». I giornali locali ruppero la disciplina ripetendo questo ritornello. Era la forza della disperazione irriflessiva. Molto più significativa fu la nascita degli « amici di Durruti ». Con il nome del dirigente martire nacque un movimento che aveva assimilato la necessità della vita politica, ma che rifiutava ogni collaborazione con la borghesia e i riformisti. Gli « amici di Durruti » si erano organizzati per strappare il potere alla burocrazia della CNT. Negli ultimi giorni di aprile riempirono Barcellona dei loro slogan che dichiaravano la rottura aperta con la direzione della CNT. Questi slogan comprendevano i punti essenziali di un programma rivoluzionario: tutto il potere al proletariato, organismi democratici di operai, contadini e combattenti, espressione del potere della classe operaia.

Gli amici di Durruti rappresentavano un fermento profondo nel movimento libertario. Il 1° aprile 1937 un manifesto della Gioventù libertaria della Catalogna, pubblicato su « Ruta » aveva denunciato la « Gioventù unificata socialista » (comunista), che « per prima aveva contribuito a rivalutare il gruppo di Azana — caduto in basso, durante i primi giorni della rivoluzione, con il tentativo di fuga dal paese — e che si era rivolta alla Gioventù cattolica unificata e persino a simpatizzanti fascisti»; aveva condannato il blocco comunista-borghese come « sostenitore aperto di tutti i piani dei governi francese ed inglese volti a circoscrivere ed isolare la rivoluzione spagnola »; e aveva denunciato gli attacchi controrivoluzionari fatti alla stampa e alle stazioni radio del POUM a Madrid. Il manifesto sottolineava che « sono negate armi al fronte aragonese, perché decisamente rivoluzionario, e per poter in un secondo tempo gettar fango sulle colonne operanti su quel fronte»; «il governo centrale boicotta l'economia catalana per costringerci a rinunciare alle nostre conquiste rivoluzionarie »; « i figli del popolo sono mandati al fronte, ma per fini controrivoluzionari le forze regolari sono tenute nelle retrovie »; « essi hanno guadagnato terreno in direzione della dittatura, e non per la dittatura del proletariato ».

La Gioventù anarchica, differenziandosi chiaramente dai ministri della CNT, così concludeva il manifesto: « Noi siamo fermamente decisi a non condividere la responsabilità dei crimini e dei tradimenti dei quali la classe operaia è oggetto ... Noi siamo pronti a tornare, se questo è necessario, alla lotta clandestina contro i traditori, contro i tiranni del popolo e i miserabili mercanti della politica ». Un articolo di fondo di un numero di « Ruta » dichiarava: « Non lasciamo che certi compagni vengano a noi con parole moderatrici. Noi non rinunceremo alla nostra lotta. Le automobili e la vita sedentaria della burocrazia non ci abbagliano ». Queste erano le parole delle organizzazioni ufficiali della gioventù anarchica!

Comunque un gruppo non si afferma in un giorno o in un mese. La CNT aveva una lunga tradizione e il malcontento delle sue masse avrebbe provocato solo a lunga scadenza la lotta organizzata per una direzione nuova e un nuovo programma. Questo era tanto più vero in quanto non esisteva nessun partito rivoluzionario tale da incoraggiare questo sviluppo.

 

La risposta del POUM alla controrivoluzione

Una profonda frattura si stava aprendo tra i leaders della CNT e le masse all'interno della CNT stessa. A questo punto il POUM si sarebbe inserito nella breccia mettendosi alla testa delle masse militanti?

La prevalenza di una grande tendenza in seno alla CNT che spingeva a tornare al tradizionale apoliticismo equivaleva ad una critica annientatrice nei confronti del POUM, che non aveva fatto niente per portare questi lavoratori a una linea politica rivoluzionaria. Anche senza alcun aiuto da parte dei dirigenti del POUM, una genuina corrente rivoluzionaria si stava cristallizzando fra gli « amici di Durruti » e nella Gioventù libertaria. Se il POUM doveva staccarsi dalla direzione della CNT, questo era il momento adatto!

Il POUM non fece niente di simile. Al contrario, nella crisi ministeriale del 26 marzo-16 aprile, dimostrò che non aveva imparato assolutamente nulla dalla sua precedente partecipazione alla Generalidad.

Il comitato centrale del POUM adottò la seguente risoluzione :

« Occorre un governo che intenda incanalare le aspirazioni delle masse, dando una radicale e concreta soluzione a tutti i problemi per mezzo della creazione di un nuovo ordine che sia garante della rivoluzione e della vittoria al fronte. Questo governo può essere solo formato da tutte le organizzazioni politiche e dai sindacati della classe operaia, che propongano come compito immediato la realizzazione del seguente programma ».

 

Il programma proposto, in 15 punti, non era inaccettabile per un governo rivoluzionario. Ma l'assurdità di proporlo a un governo che per definizione include i comunisti e l'Unione di Rabassaires (contadini indipendenti) controllata dall'Esquerra, è indicata immediatamente nell'ultimo punto: la convocazione di un congresso di delegati dei sindacati, contadini e combattenti che a loro volta eleggeranno un governo permanente di operai e contadini.

Per sei mesi il POUM aveva detto che i comunisti stavano organizzando la controrivoluzione. E allora, come poteva proporre di collaborare con loro al governo e nella convocazione del congresso? Da questa proposta i lavoratori potevano trarre la conclusione che le descrizioni dei comunisti finora fatte dal POUM erano state soltanto discorsi faziosi e d'ora in avanti non avrebbero più preso in seria considerazione le accuse mosse dal POUM ai comunisti. E cosa proponeva il POUM a proposito di Companys e dell'Esquerra?

Non si poteva formare una nuovo governo senza il mandato di Companys: ed il POUM non fece alcuna proposta di finirla con questa prassi. Era concepibile che Companys potesse accettare un governo che avrebbe convocato tale congresso? Anche da questa posizione le masse non avrebbero potuto che trarre la conclusione che la dichiarazione del POUM sul ruolo necessariamente controrivoluzionario dell'Esquerra e di Companys non aveva niente di serio.

In realtà i lavoratori non potevano avere la sensazione che il POUM annettesse grande importanza al congresso. Molto più importante sembrava l'ingresso del POUM nella Generalidad. « La batalla » del 30 marzo pubblicava fianco a fianco due colonne intitolate: « Bilancio di due periodi di governo ». Una colonna si occupava del « governo nel quale il POUM ha preso parte »; l'altra, del « governo al quale il POUM non ha preso parte ». Il governo del 26 settembre - 12 dicembre è descritto liricamente come un periodo di costruzione rivoluzionaria. In tal modo il POUM rifiutava ancora di comprendere come il governo, al quale aveva partecipato avesse fatto il primo passo da gigante verso la ricostruzione dello Stato borghese. Da questo quadro l'operaio poteva trarre una sola logica conclusione: ciò che in realtà si voleva era che il POUM fosse riammesso al governo.

La proposta del POUM non era infatti niente altro che una spudorata menzogna, formulata per tornare al governo del 26 settembre. Questo fatto viene alla luce nell'« Adelante » (organo del POUM) di Lerida del 13 aprile che più apertamente parlava di un governo nel quale le organizzazioni operaie avrebbero avuto un posto di primo piano e la borghesia un ruolo secondario. Tutte le esperienze di otto mesi di rivoluzione erano state perdute sotto la direzione del POUM!

Guardiamo più da vicino il congresso, proposto dal POUM, di delegati di sindacati, contadini, e combattenti. Sembra di aver a che fare « quasi » con dei soviet; e invero era una proposta fatta col preciso intento di illudere l'incalzante sinistra del POUM. Ma tale proposta non aveva niente a che vedere con la concezione leninista del soviet.

Non si deve mai dimenticare — come hanno fatto gli stalinisti — che i soviet non nacquero come organi di potere statale. Essi sorgono nel 1905 e nel 1917, in Germania ed in Austria nel 1918, più come potenti comitati di sciopero e rappresentanti delle masse per trattare problemi concreti ed immediati e per tenere i contatti con il governo. Molto tempo prima che si impadroniscano del potere statale i soviet operano come organi per la difesa degli interessi quotidiani dei lavoratori. Molto tempo prima che i deputati dei contadini, degli operai e dei soldati si uniscano in un congresso nazionale unico, si devono formare i soviet nei villaggi, nelle città, nei reggimenti, che in seguito saranno unificati in un solo organo nazionale. Il modo per organizzare tale congresso è quello di iniziare ad eleggere comitati di fabbrica, di contadini e di combattenti dovunque si può insegnare ai lavoratori ad agire attraverso i propri comitati. L'esempio di pochi comitati in qualche fabbrica e reggimento convincerà le masse della bontà di tale metodo, il più democratico finora conosciuto dall'umanità.

Allora soltanto si può organizzare un congresso nazionale che richieda il potere.

A questo punto, per di più, il congresso sarà il riflesso inevitabile del livello politico delle masse, anche se sarà un riflesso più accurato di quanto possano essere altri organi. Se i comunisti, gli anarchici e altre organizzazioni riformiste sono ancora potenti, il congresso rifletterà la loro linea politica. In una parola non c'è magia nei soviet: essi sono semplicemente la forma più accurata di rappresentanza politica delle masse, che riflette più accuratamente e responsabilmente i loro mutamenti.

La sola convocazione del congresso non risolverebbe i compiti politici fondamentali del POUM: strappare ai comunisti e agli anarchici la direzione politica della maggioranza della classe operaia. Il congresso avrebbe rappresentato il pensiero politico e i desideri delle masse come nessun altro organo. Avrebbe fornito il terreno nel quale il partito rivoluzionario può ottenere il sostegno della classe operaia — ma solo sul terreno della lotta più accanita contro le false linee politiche dei riformisti di ogni tipo.

Se il POUM e i suoi dirigenti avessero fatto seriamente la proposta del congresso, non avrebbero richiesto al governo di convocarlo, ma avrebbero immediatamente cercato di far eleggere i comitati dovunque ciò fosse stato possibile. Ma il POUM non elesse tali comitati neppure nelle fabbriche o nelle milizie sotto il suo controllo. I suoi diecimila miliziani erano burocraticamente controllati da ufficiali designati dal Comitato centrale del partito, mentre le elezioni dei comitati dei soldati erano formalmente proibite. Nella misura in cui la vita all'interno del partito si faceva più intensa, con la sinistra operaia che richiedeva una linea nuova, sempre più burocratico diveniva il controllo della direzione sulle fabbriche e sui miliziani. Questo non era certo l'esempio che potesse spingere gli operai a creare comitati elettivi altrove!

La formazione dei soviet si basa direttamente sulle fabbriche, attraverso rappresentanze dirette di ogni fabbrica nelle diverse località. Questo provoca contatti diretti con le fabbriche stesse, mettendo in grado i soviet, attraverso revoche e nuove elezioni, di rinnovarsi e di ridurre al minimo i periodi di stasi nello sviluppo politico. Questa caratteristica formazione dei soviet permette anche ai rivoluzionari di parlare direttamente nelle fabbriche, senza l'intervento dei burocrati dei sindacati. Eppure, proprio nelle caratteristiche fondamentali il congresso proposto dal POUM differisce dalla forma dei soviet: il POUM propone rappresentanti dei sindacati. Questa era semplicemente un'altra concessione ai pregiudizi della direzione della CNT, la quale concepisce i sindacati, e non i soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, come la forma di governo dell'industria di una società socialista e, caso strano, hanno a che dire nei riguardi dei rivoluzionari che vanno a parlare con gli operai nelle fabbriche! Così l'utopistico progetto del POUM non era che una frode, un inganno destinato a rimanere sulla carta — una concessione vuota alla sinistra.

Ci si sforza invano di trovare nei documenti del POUM una difesa sistematica della sua linea opportunistica. Si trova solo qua e là un paragrafo, che si può presupporre rappresenti il germe di una teoria nuova. Per esempio, Nin sembrava ritenere che la sola vera forma di dittatura del proletariato dovesse basarsi sulla direzione di più di un partito operaio:

« La dittatura del proletariato non è quella della Russia, perché questa è la dittatura di un solo partito. I partiti operai riformisti all'interno dei soviet organizzarono una lotta armata contro i bolscevichi e questo creò le circostanze per la presa del potere da parte del partito bolscevico. In Spagna nessuno può pensare ad una dittatura di un partito, ma a un governo di piena democrazia operaia ... » .

Così dicendo Nin cancella la democrazia sovietica dei primi anni della rivoluzione e la storia del processo di reazione risultante dall'isolamento della rivoluzione dal resto dell'Europa, che alla fine portò la Russia non alla dittatura di un partito, ma alla dittatura di una burocrazia. Se le sue parole devono essere prese sul serio, la Spagna non avrebbe potuto avere la dittatura del proletariato, per quanto grande fosse l'influenza del POUM, a meno che altre organizzazioni (FAI e CNT) non avessero lavorato in questa direzione; in caso contrario, la Spagna sarebbe stata destinata alla dominazione capitalistica! Così Nin spiegava il suo rifiuto di staccarsi dai leaders della CNT.

Il nodo della questione è che Nin aveva abbandonato la concezione leninista dei soviet. Ecco cosa disse esplicitamente:

« In Russia non esisteva una tradizione democratica. Non esisteva una tradizione di organizzazione delle lotte tra il proletariato. Noi l'abbiamo. Noi abbiamo sindacati e partiti e pubblicazioni; un sistema di democrazia operaia.

« Si comprende quindi come in Russia i soviet si dovevano sviluppare con l'importanza che ebbero. I soviet erano una creazione spontanea che nel 1905 e nel 1917 assunsero un carattere pienamente politico. Il nostro proletariato ha i suoi sindacati, i suoi partiti, le sue organizzazioni. Per questa ragione i soviet non sono sorti tra di noi » .

 

Una volta impegnati su una linea falsa e opportunistica, i rivoluzionari si corrompono politicamente a un ritmo spaventoso. Chi avrebbe creduto, alcuni anni prima, che Nin sarebbe stato capace di parlare in questo modo? La gigantesca « tradizione di organizzazione e di lotta » ammassata dal proletariato russo nella rivoluzione del 1905, lo studio e l'analisi da cui vennero i quadri che fecero la rivoluzione d'ottobre, « sfuggono » a Nin. Che cosa c'era di particolare nei soviet russi? I soviet sorsero nel 1918 in paesi con una tradizione proletaria di gran lunga più ricca di quella spagnola: la Germania e l'Austria.

In realtà, cosa erano i comitati di fabbrica, i comitati delle milizie, i comitati dei villaggi, i comitati per i rifornimenti dei lavoratori, le pattuglie operaie, i comitati di inchiesta, ecc., che sorsero in Spagna nel luglio 1936? Non erano questi le fondamenta che richiedevano solo una più profonda politicizzazione e una rappresentanza diretta delle masse al posto delle organizzazioni, perché si formasse il potere dei soviet? La spiegazione di Nin è insostenibile; non si regge neppure per un secondo; egli si era legato nel settembre alla borghesia e ai comunisti per abolire nel modo più evidente il dualismo di potere sovietico come « duplicato inutile », e nove mesi più tardi aveva il coraggio di dire, « i soviet non sono sorti tra noi ».

In tal modo la direzione del POUM si poneva a rimorchio della CNT. Invece di assimilare la lezione di Lenin, la « denunciavano » come ... trotskismo. Perché gli stalinisti ci chiamano trotskisti? — questo è il lamento perenne della direzione del POUM. Il brano seguente da un articolo di Gorkin, è indicativo:

« In ogni caso Trockij non ci ha fornito alcun motivo fondamentale per il quale noi possiamo essere chiamati trotskisti. Nel 1931 egli pubblicò due articoli sull’allora Blocco degli operai e dei contadini e sul suo capo Maurin. Per lui [Trockij] la nostra linea politica era un misto di pregiudizi piccolo-borghesi, di ignoranza di “scienza” provinciale e di delinquenza politica ...

« Con la guerra civile spagnola abbiamo visto in modo evidente ancora una volta il settarismo di Trockij ... Il rappresentante odierno della Quarta Internazionale in Spagna, dopo appena due ore dal suo arrivo e un quarto d'ora di chiacchiere con noi, tirò fuori di tasca un programma già preparato dandoci consigli sulla tattica da adottare. Cortesemente, gli abbiamo consigliato di fare un giro per Barcellona e di studiare un po' meglio la situazione. Questo cittadino ... è un esempio perfetto di trotskista: un dottrinario settario, un uomo pieno di sufficienza, sicuro di essere in possesso della pietra filosofale della rivoluzione » .

Questa mediocrità provinciale, ereditata da Maurin, non era stata criticata solo da Trockij. Lo stesso Nin nell'agosto del 1931 aveva dichiarato che il più grande pericolo per il Blocco dei lavoratori e dei contadini era il disprezzo di Maurin per le lezioni della rivoluzione russa. Ma assieme all'atteggiamento di Maurin, Nin aveva ereditato anche questa tradizione di cecità provinciale.

Non tutti coloro che erano d'accordo con Nin nel 1931 lo seguirono nella sua rinuncia al leninismo. Per il fatto che sosteneva il peso maggiore della repressione borghese-stalinista, la sezione di Madrid del POUM votò a stragrande maggioranza un programma di opposizione basato sulla linea leninista. Barcellona, principale sezione del partito, votò per la immediata organizzazione dei soviet il 15 aprile 1937.

Si fece ricorso a misure burocratiche da parte di Nin e di Gorkin per impedire il rafforzamento della sinistra. I dissidenti furono fatti rientrare dal fronte scortati dalle guardie ed espulsi. Si proibì l'organizzazione di frazioni. Più gravi delle repressioni della direzione del partito furono quelle del governo, che ovviamente cadevano in modo più pesante su quei lavoratori che militavano nell'esercito e nelle fabbriche.

Gli operai di sinistra del POUM — gli espulsi si erano costituiti in gruppi « bolscevichi-leninisti » spagnoli [quartinternazionalisti] — stabilirono stretti contatti con gli operai anarchici, specialmente con gli « amici di Durruti ». Ma il raggruppamento avveniva troppo lentamente; prima che le forze rivoluzionarie potessero riunirsi e guadagnare la fiducia delle masse, prima che potessero trasformare il malcontento in una spinta positiva per la presa del potere, prima di arrivare a sostituire la strategia oggettiva di una direzione alla disperazione soggettiva delle masse, l'amarezza dei lavoratori senza guida era già scoppiata: le barricate vennero innalzate il 3 maggio.