La conquista della Catalogna

Il 5 maggio l’autonomia della Catalogna aveva cessato di esistere. Il governo centrale aveva assorbito i ministeri dell'ordine pubblico e della difesa. Il delegato di Caballero a Barcellona aveva detto per radio: « Da questo momento tutte le forze sono agli ordini del governo centrale. . . Queste forze non considerano nessun sindacato e nessuna organizzazione antifascista come nemica. Non c'è nessun altro nemico all'infuori dei fascisti ». Ma una settimana più tardi i ministeri della difesa e dell'ordine pubblico vennero consegnati dal delegato di Caballero ai rappresentanti di Negrin-Stalin, e cominciò davvero il pogrom. Il POUM uscì dalla scena senza batter ciglio. Il PSUC iniziò una mostruosa campagna contro il POUM con lo stesso linguaggio, gli stessi slogans, ecc. della caccia alle streghe della burocrazia sovietica prima dei processi di Mosca. « I trotskisti del POUM hanno organizzato la recente insurrezione su ordine della polizia segreta tedesca ed italiana ». La risposta del POUM al PSUC fu quella di citare in giudizio per calunnia la stampa stalinista, di fronte a un tribunale pieno di giudici e di funzionari comunisti e borghesi.

Il 28 maggio, « La batalla » fu soppressa per sempre e la stazione radio del POUM confiscata. Le sedi degli « amici di Durruti » furono occupate e la loro organizzazione dichiarata fuori legge. Contemporaneamente, la stampa ufficiale degli anarchici venne sottoposta ad una ferrea censura politica.

Malgrado ciò la CNT ed il POUM non si unirono in una protesta di massa. « Non formuliamo alcuna protesta. Rendiamo solo noti pubblicamente i fatti », scriveva « Solidaridad obrera » il 29 maggio. L'organo giovanile del POUM, « Joventud comunista », ili 3 giugno osservava con toni magniloquenti:

 

« Queste sono grida di panico e di impotenza contro un partito decisamente rivoluzionario ...» e: « Il processo per calunnia continua. L'organo del PSUC deve apparire di fronte al tribunale popolare, e i suoi compilatori devono essere smascherati davanti ai lavoratori sul piano nazionale e internazionale per quello che sono: volgari calunniatori». Naturalmente, con pretesti di carattere tecnico il processo fu ben presto accantonato.

La notte del 3 giugno, le guardie d'assalto tentarono di disarmare una delle poche pattuglie operaie rimaste. Vennero scambiati colpi d'arma da fuoco, ci furono morti e feriti da ambo le parti. Era l'occasione che attendeva il governo per farla finita con le pattuglie. Ma anche questo episodio rappresentava per il POUM un'occasione per forzare i dirigenti della CNT a difendere i diritti elementari dei lavoratori, proponendo un fronte unico sulle proposte più semplici e concrete — la difesa dei quartieri operai contro le bande di stalinisti, diritto a riunirsi in libere assemblee, libertà di stampa, difesa delle pattuglie, liberazione dei prigionieri politici ecc. I leaders anarchici non avrebbero potuto rifiutare queste proposte senza compromettersi irreparabilmente di fronte ai loro stessi iscritti. Anche contro il volere dei leaders della CNT, si poteva creare localmente comitati unitari per combattere per tali semplici e concrete rivendicazioni. Ma per i leaders del POUM formulare tali richieste significava dichiarare: abbiamo sbagliato nel valutare le giornate di maggio come una sconfitta della controrivoluzione; si trattava invece della sconfitta dei lavoratori ed ora occorre lottare per i più elementari diritti democratici.

In secondo luogo voleva dire: abbiamo sbagliato nell'appoggiarci ai leaders della CNT, limitandoci alle proposte generiche astratte di « un fronte rivoluzionario » della CNT-FAI-POUM, il che implicava il presupposto che la CNT fosse una organizzazione rivoluzionaria con la quale noi potessimo avere una piattaforma comune sugli elementi fondamentali di una linea politica . Dobbiamo invece ammettere apertamente che un fronte unitario per i diritti più elementari dei lavoratori è il massimo che possiamo aspettarci dalla dilezione anarchica e forse neppure questo.

Neppure una volta durante l'anno il POUM aveva proposto la costituzione di un fronte unico con la CNT per forme concrete di lotta. Tutta la linea politica della direzione del POUM non si traduceva che nel tentativo di accattarsi il favore della direzione della CNT. Neppure ma volta osarono denunciare la politica fallimentare della CNT, neppure quando gli « amici di Durruti » furono espulsi e lasciati in balia delle guardie d'assalto. Nelle sue ore più nere il POUM rimase completamente isolato. Il 16 giugno Nin venne arrestato nel suo ufficio. La stessa notte le incursioni a largo raggio portarono alla cattura di quasi tutti e quaranta i membri del Comitato esecutivo. I pochi che riuscirono a fuggire furono costretti ad arrendersi e consegnarsi perché vennero prese le loro mogli come ostaggi. La mattina del giorno seguente il POUM venne dichiarato fuori legge.

Il Comitato regionale della CNT non si levò in difesa del POUM. « La noche », organo della CNT, il 22 giugno pubblicò questa notizia con notevole faccia tosta: « A proposito del servizio di spionaggio scoperto nei giorni scorsi. I principali implicati furono scoperti nei circoli del POUM. Andres Nin ed altre persone note sono state arrestate ». Seguivano alcune riflessioni di carattere generale sulla calunnia con abbondanti riferimenti a Shakespeare, Gor'kij, Dostojevskij e Freud ... Se la colpa era della censura, perché la CNT non diffuse manifestini illegali? A Madrid la « CNT » difese il POUM e fu seguita dal « Castrilla libre » e da « Frente libertario », organo della milizia.

Il 28 giugno il Comitato nazionale della CNT indirizzò una lettera ai ministri e alle loro organizzazioni ricordando loro che Nin, Andrade, David Rey, Gorkin ecc. « avevano acquistato la loro popolarità tra le masse con lunghi anni di sacrifici ». « Che in Russia risolvano i loro problemi come possono e come le circostanze dettano loro. Non è possibile trapiantare in Spagna la stessa lotta, che viene portata avanti con il sangue e con il fuoco, in campo internazionale propagandata attraverso la stampa e qui usando la legge come arma ». La lettera indicava una mancanza completa di comprensione del significato delle persecuzioni: « Soprattutto ci interessa dichiarare che la CNT, per le sue forze intatte e potenti oggi perfettamente organizzate e disciplinate, è al di sopra di ogni timore che domani tali metodi di eliminazione possano sopraffarla. Essa è al di sopra di questa lotta semi-intestina », ecc. Questo pomposo battersi il petto stava a significare che le masse della CNT non sarebbero state spinte dai loro dirigenti ad agire per combattere il significato controrivoluzionario delle persecuzioni.

Soprattutto, le grandi masse non erano state preparate a comprendere il sistema stalinista di invenzioni e calunnie. Cercando di accattivarsi il favore di Stalin, i leaders anarchici erano stati colpevoli di affermazioni quali quelle della Montseny: « Non è stato Lenin il vero fondatore della Russia, ma piuttosto Stalin con il suo realismo pratico ». La stampa anarchica aveva mantenuto un silenzio di tomba circa i processi di Mosca e le epurazioni, pubblicando soltanto le notizie dei rapporti ufficiali. I leaders della CNT cessarono perfino di difendere i loro compagni anarchici russi. Quando l'anarchico Erich Muehsam fu ucciso da Hitler e sua moglie cercò rifugio nell'Unione Sovietica, solo per esservi imprigionata poco tempo dopo il suo arrivo, la direzione della CNT soffocò il movimento di protesta sorto nelle sue file. Anche quando i generali rossi furono uccisi, gli organi della CNT pubblicarono soltanto i bollettini ufficiali.

Alla metà di luglio i leaders del POUM e i quadri attivi erano tutti in galera! Sugli edifici del POUM sventolavano le bandiere rosse-viola-gialle della borghesia. Le caserme « Lenin » vennero occupate dall'« esercito del popolo » repubblicano. La stampa del POUM era stata soppressa o passata al PSUC. Sul tabellone della « Batalla » c'era una copia del « Julio », foglio giovanile del PSUC, con il titolo: « Il trotskismo è sinonimo di controrivoluzione ». I dormitori del POUM, nell'ex hotel Falcon, erano stati trasformati in prigione per i membri del POUM e in sede della GPU spagnola. I membri del POUM erano dispersi, disorientati, e vivevano nella paura di incursioni notturne da parte delle guardie d'assalto. « Piccoli gruppi lavoravano in proprio », scriveva un testimone autorevole i primi di luglio. «Questi momenti ricordano molto la caduta del partito commista in Germania del gennaio del 1933. La classe lavoratrice resta passiva e permette che tutto accada. La stampa della CNT pubblica note ufficiali. Nessuna protesta! Neppure una sola parola di protesta! Il POUM è stato spazzato via come niente fosse. " Come sotto Hitler " dicono i compagni tedeschi. I bolscevichi-leninisti russi aggiungerebbero:  " quasi come sotto Stalin " ».

Nel luglio i comitati locali FAI cominciarono a fare propaganda con mezzi illegali. Sfortunatamente non si puntava sul tentativo di sollevare le masse operaie, sul compito concreto di liberare i prigionieri politici. È tipico il caso di un manifestino, che ricordava la propaganda della socialdemocrazia tedesca alla vigilia della presa sul potere da parte di Hitler, in quanto richiedeva l'aiuto dello Stato — Staat-greit zul — contro le sue stesse bande. Si poteva leggere in un patetico manifestino una protesta contro gli assalti stalinisti agli edifici della gioventù anarchica, « Quanto durerà ancora? È tempo che il consiglio governativo parli, o in mancanza del governo parlino il delegato generale dell'ordine pubblico e il capo della polizia ».

Non erano migliori neppure i manifestini illegali del POUM, che cominciavano ora ad apparire. Essi, che avevano rimproverato sempre ai bolscevichi-leninisti di aver visto gli unici nemici nei comunisti, divennero loro stessi anticomunisti e niente più. Un manifesto tipico, per esempio, si rivolgeva a tutti, alla sinistra: agli anarchici così come ai « giovani separatisti » dell'Estat Catala. « Gli uomini della sinistra non possono tradire i loro postulati. I separatisti non possono vendere la Catalogna con il loro silenzio ». E che dire dello slogan finale: « Impedire l'instaurazione della dittatura di partito dietro le linee ». E che dire dell'Estat Catala e dell'Esquerra, di Prieto, e di Azana, complici dei comunisti, e invero i maggiori beneficiari di questo stato di cose.

Così una falsa linea politica facilitava l'avanzata mortale della controrivoluzione. Solo le piccole forze dei bolscevichi-leninisti, che erano stati espulsi come « trotskisti » dal POUM e avevano formato una organizzazione nella primavera del 1937 — solo questo piccolo gruppo, che lavorava malgrado fossero stati dichiarati illegali dallo Stato, dai comunisti e dalla direzione del POUM-CNT, chiaramente indicava la strada agli operai. E non solo la strada finale dello Stato operaio, ma anche i compiti più immediati di difesa dei diritti democratici dei lavoratori. Che le masse della CNT potessero essere spinte a sollevarsi era dimostrato dalla protezione che esse accordavano ai bolscevichi-leninisti che distribuivano i manifestini illegali. Ad una assemblea dei sindacati dei lavoratori del legno autocarri pieni di guardie d'assalto sopraggiunsero e tentarono di arrestare coloro che distribuivano i manifestini. L'assemblea dichiarò che costoro erano sotto la loro protezione e che avrebbero respinto con le armi ogni tentativo di irruzione. La polizia fu costretta ad andarsene senza aver potuto arrestare i nostri compagni.

Un volantino dei bolscevichi-leninisti del 19 luglio indicava la strada: un fronte unico di lotta formato dalle CNT-FAI, dal POUM, dai bolscevichi-leninisti e dai dissidenti anarchici:

 

« Operai richiedete alle vostre organizzazioni e ai vostri dirigenti la costituzione di un fronte unico il cui programma deve comprendere:

1 - Lotta per la libertà della stampa operaia! abolizione della censura politica.

2 - Liberazione di tutti i prigionieri rivoluzionari. Liberazione del compagno Nin trasportato a Valencia.

3 - Protezione con azioni unitarie di tutti i centri ed imprese in possesso delle nostre organizzazioni.

4 - Ricostruzione di pattuglie operaie rinforzate. Basta con il disarmo della classe operaia!

5 - Salario uguale per soldati ed operai. Ritorno al fronte di tutte le forze armate ritirate da Valencia. Offensiva generale su tutti i fronti.

6 - Controllo nei prezzi e nella distribuzione dei prodotti attraverso comitati di operai e operaie.

7 - Arresto dei provocatori del 3 maggio: Rodriguez, Salas, Ayguade, ecc.

« Per realizzare questo programma tutti i lavoratori formino un fronte unico! Organizziamo i comitati di operai, di contadini e di combattenti in tutte le imprese, caserme e distretti, nelle campagne e al fronte! ».

 

Ma una nuova organizzazione non conquista la direzione delle masse in un giorno o in un mese. La strada è lunga e ardua, eppure è l'unica da seguire.

 

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Entro il luglio, secondo le statistiche ufficiali della CNT, ottocento dei loro membri furono imprigionati nella sola Barcellona, e sessanta erano « scomparsi », un eufemismo per non dire assassinati. Li stampa della sinistra socialista riferiva di decine dei suoi dirigenti di base catturati e imprigionati ovunque. Una delle fasi più rivoltanti della controrivoluzione fu quella della spietata persecuzione dei rivoluzionari stranieri che erano venuti in Spagna per combattere nelle file delle milizie. Un solo rapporto della CNT del 24 luglio elencava 150 rivoluzionari stranieri tenuti in una prigione di Valencia, arrestati sotto « accusa di essere entrati in Spagna illegalmente ». A centinaia vennero espulsi dal paese e la CMT telegrafò alle organizzazioni operaie di Parigi chiedendo loro di impedire che gli esuli tedeschi, italiani, polacchi fossero consegnati ai loro Consolati.

Ma il destino peggiore non toccò agli stranieri arrestati ed espulsi. Altri vennero scelti per completare l'esecuzione del piano mirante ad assimilare il POUM ai fascisti. Maurin era nelle mani dei fascisti, in pericolo di morte. Nin, Andrade, Gorkin erano troppo noti tra le masse spagnole. Il POUM aveva sin troppe migliaia dei suoi uomini migliori al fronte. Troppi dei suoi leaders erano morti combattendo il fascismo: Germinal Vidal, segretario della Gioventù, era caduto alla presa delle caserme di Atarazanas il 19 luglio; il suo successore, Miguel Pedrola, mentre era comandante del fronte di Huesca; Etchebehere, altro comandante, a Siguenza; Chaué e Adriano Nathan anche loro comandanti, sul fronte aragonese, Jesus Blanco, un altro comandante, sul fronte di Pozuelo ecc. Tra i quadri militari del POUM vi erano uomini come Rovira e José Alcantarilla, famosi in tutta la Spagna; alcuni stranieri sconosciuti che combattevano nei battaglioni del POUM sarebbero serviti a rendere più credibili le fantastiche accuse.

Georges Kopp, un ex ufficiale belga che prestava servizio nelle divisioni Lenin del POUM, era appena tornato a Barcellona da Valencia, dove gli era stato conferito il grado di maggiore — il grado più alto conferito ad uno straniero — quando i comunisti lo arrestarono. A questo punto, il meccanismo della propaganda staliniana cominciò a lavorare. Robert Minor, dirigente comunista americano, annunciò che si spiegava ora la carenza di armi sul fronte aragonese: questa era la prima volta che i comunisti ammettevano questa accusa della CNT: « Il generale trotskista Kopp aveva dirottato ai fascisti enormi quantitativi di armi e munizioni, attraverso la terra di nessuno .

La scelta di Kopp in ogni modo fu uno dei più grossolani errori della GPU, paragonabile alla storia dell'incontro di Romm con Trockij a Parigi o alla fuga di Pjatakov in Norvegia. Infatti Georges Kopp, che aveva quarantacinque anni, militava da lungo tempo nel movimento rivoluzionario belga. Quando scoppiò la guerra di Spagna, era ingegnere capo in una grande ditta belga. Era abituato a fare esperimenti di notte. Egli aveva messo in giro la voce che stava sperimentando e mettendo a punto un nuovo macchinario. Quello che stava invece facendo, erano gli ingredienti per milioni di cartucce. La sinistra socialista ne organizzava il trasporto illegale a Barcellona. Quando Kopp scoprì di essere sospettato, prese congedo dai suoi quattro figli e si diresse alla frontiera. Lo stesso giorno della sua fuga la polizia invase il suo laboratorio.

Kopp fu condannato in contumacia da un tribunale belga a quindici anni di lavori forzati: cinque per aver fornito esplosivi ad una potenza straniera, cinque per aver lasciato il paese senza permesso essendo ancora ufficiale della riserva dell'esercito belga, e cinque per aver militato in un esercito straniero. Due volte ferito sul fronte aragonese, aveva ottenuto assai presto il grado di comandante .

Kopp non può difendersi dalle calunnie dei comunisti perché lo hanno ucciso. Era in prigione a Barcellona con il nostro compagno americano, Harry Milton. Nel cuore della notte Kopp fu trascinato fuori. Ciò è avvenuto a luglio e da allora non è stato più visto.

Il 17 luglio un gruppo di militanti del POUM fu liberato dalla prigione di Valencia. Per il fatto che la maggior parte appartenevano all'estrema destra, come Luis Portela, direttore del « El comunista », Jorge Arquer ecc., le seguenti loro testimonianze risultarono quindi particolarmente convincenti. Appena rilasciati, andarono dal ministro degli interni Zugazagoitia, che disse loro che Nin era stato trasferito da Barcellona a una prigione privata comunista di Madrid. Arquer a questo punto richiese un salvacondotto per andare alla ricerca di Nin. Il ministro, un uomo di Prieto, gli disse: « Io non garantisco nulla; e per di più io le consiglio di non andare a Madrid perché con il mio salvacondotto o senza lei mette in pericolo la sua vita. Questi comunisti non mi rispettano e fanno quello che vogliono. E non ci sarebbe niente di strano se lei venisse preso ed ucciso immediatamente ». Pubblicamente tuttavia Zugazagoitia andava ancora dicendo che Nin si trovava in una prigione governativa. Il 19 luglio comunque, a Montseny parlando in nome della CNT dichiarò pubblicamente che Nin era stato assassinato. Imbarazzato dalle numerose inchieste dall'estero circa il luogo dove si trovavano alcuni prigionieri, in particolare, il governo, che era incapace di dare una risposta per la semplice ragione che la maggior parte dei prigionieri più importanti era nei « preventori » privati dei comunisti, fece in modo che i prigionieri in questione venissero trasferiti dalle prigioni comuniste di Madrid e di Valencia e posti sotto la custodia del ministero della giustizia. Nin non era tra questi. Irujo diffuse la dichiarazione che Nin era « mancante ». « Fuggito, dicevano i comunisti, verso il fronte fascista ». Ma la verità finalmente venne a galla. L'8 agosto il « New York times » riferiva: « Circa un mese fa una banda di uomini armati ha rapito Nin da una prigione di Madrid. Sebbene sia stato fatto ogni sforzo per mettere la cosa a tacere, ormai tutti sanno che è stato trovato morto alla periferia di Madrid, vittima di un assassinio ».

Amico personale di Nin e di Andrade lo scrittore italiano Ignazio Silone aveva tentato di salvarli: « Ma », aveva avvisato, « a meno che il proletariato rivoluzionario di altri paesi non tenga gli occhi ben aperti, gli stalinisti sono capaci di ogni crimine ». Alvarez del Vayo, ex ministro degli affari esteri del gabinetto Caballero, un notorio agente stalinista del gruppo di Caballero, ebbe la sfrontatezza di dire alla moglie di Andrade che Nin era stato ucciso dai suoi compagni. (È giusto dire a questo punto che del Vayo è stato da quel momento espulso dalle organizzazioni socialiste di Madrid, dirette da Caballero). Il primo ministro Prieto mise a tacere la sua coscienza per questo e altri crimini, allontanando il capo della polizia, Ortega ... e sostituendolo con un altro comunista, Moron.

Coprire la soppressione dei rivoluzionari per mezzo di calunnie non è davvero una invenzione nuova. Quando a Parigi nel giugno del 1848 l'insurrezione fu soffocata nel sangue, all'assemblea nazionale il democratico di sinistra Flaucon assicurò che gli insorti erano stati corrotti dai monarchici e da governi stranieri. Quando gli spartachisti furono annientati, Ludendorff li accusò insieme ai socialdemocratici che li avevano uccisi, di essere agenti inglesi. Quando la «controrivoluzione ebbe la meglio a Pietrogrado, dopo le giornate di luglio, Lenin e Trockij furono accusati di essere agenti del Kaiser. Stalin sta ora eliminando la generazione del 1917 sotto l'accusa di essere venduta alla Gestapo.

Il parallelo può andare oltre. Mentre Kerenskij andava blaterando che Lenin e Trockij erano agenti tedeschi, Tsereteli e Lieber, interrogati a tal proposito in seno ai soviet, si andavano discolpando e dissociando dall'accusa semplicemente limitandosi a richiedere che i bolscevichi fossero dichiarati fuori legge per aver progettato una insurrezione. Ma i menscevichi non si servirono dell'occasione fornita dalle accuse di Kerenskij per proclamare pubblicamente l'innocenza dei bolscevichi.

Così avvenne anche in Spagna. I comunisti non ebbero neanche il successo di Kerenskij: l'accusa fatta contro i leaders del POUM non faceva nessun riferimento a collaborazioni con Franco o con la Gestapo. L'accusa era basata sulle giornate di maggio e su altre simili imprese sovversive e di opposizione.

Prieto ed altri collaboratori dei comunisti dissero alla delegazione dell'Independent Labour Party che essi non credevano ad una collaborazione del POUM con i fascisti come volevano far credere i comunisti. Essi si limitarono a non difendere il POUM. Companys non solo così si dichiarò incredulo circa le accuse, ma rese il fatto di dominio pubblico. Così si venne a creare una divisione fra le forze operaie: se non si crede alle calunnie allora si deve credere che il POUM stesse organizzando una insurrezione, cioè esso era o controrivoluzionario o rivoluzionario. Una più sottile divisione era quella esistente tra la stampa stalinista mondiale, che ripeteva le calunnie sui « trotskisti-fascisti » da un lato e dall'altro la propaganda anti POUM-CNT di Louis Fischer, Ralph Bates, Ernest Hemingway, Herbert Matthews ecc. che si limitavano a ripetere tali frottole, come quella secondo cui le milizie del POUM avrebbero giocato al calcio con i fascisti nella terra di nessuno.

 

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Già verso la fine di giugno l'autonomia catalana, sebbene garantita per statuto, era completamente soppressa. Le autorità nutrivano sfiducia in tutti coloro che avevano legami per quanto tenuti con le masse catalane; con la sola eccezione del settore più reazionario, le vecchie guardie civili, tutta la polizia della Catalogna fu trasferita in altre parti del paese. Perfino i pompieri vennero trasferiti a Madrid. Furono proibite le parate, e furono permesse le riunioni sindacali solo con il permesso del delegato all'ordine pubblico e previo tre giorni di preavviso — come ii regime monarchico! Le pattuglie operaie erano state spazzate via, i loro membri più attivi erano stati imprigionati, i loro capi « scomparsi ».

Dopo aver fitto questo, tutto dietro lo schermo offerto dai ministri della CNT che ancora facevano parte della Generalidad, ora il blocco borghese-comunista decise di fare a meno dei loro servizi. Un bollettino del 7 giugno della FAI pubblicava una comuniazione comunista che era stata intercettata:

 

« Basandosi sulla composizione del governo provvisorio, il nostro partito ne richiederà la presidenza. Il nuovo governo avrà le stesse caratteristiche del governo di Valencia; un forte governo del fronte popolare il cui compito principale sarà quello di calmare gli spiriti e richiedere la punizione degli autori dell'ultimo movimento controrivoluzionario. Saranno offerti posti agli anarchici, ma in forma tale che essi saranno costretti a rifiutare di collaborare, e in questo modo noi saremo in grado di presentarci al popolo come i soli desiderosi di collaborare con ogni settore ».

 

Gli anarchici sfidarono il PSUC a confutare l'autenticità di questo documento, la sfida non venne raccolta.

Alla fine di giugno venne la crisi ministeriale. La CNT acconsentì a tutte le richieste, e fu formato il nuovo ministero. La pubblicazione della lista ministeriale del 29 giugno, tuttavia rivelò alla CNT che, a loro insaputa, era stato aggiunto un ministro senza portafoglio — un « indipendente » chiamato Dr. Pedro Gimpera, noto reazionario e persecutore di anarchici. Companys rifiutò di revocare la nomina e la CNT alla fine si ritirò, lasciando che si formasse un governo di borghesi e di comunisti.

La sola differenza tra il bollettino comunista denunciato dalla FAI e il corso effettivo della crisi ministeriale era il fatto che i comunisti non avevano richiesto la presidenza . . . Ma sei settimane più tardi, senza alcun preavviso si scontrarono con il presidente Companys.

Nel novembre del 1936, quando il servizio segreto della CNT aveva catturato Reberter, capo della polizia, e lo aveva processato e condannato a morte per aver organizzato un colpo di Stato, nell'inchiesta fu implicato Casanovas, presidente del parlamento catalano. Ma i comunisti avevano appoggiato Companys contro la CNT per far sì che a Casanovas fosse permesso di lasciare il paese, e Casanovas era fuggito a Parigi. Dopo le giornate di maggio era tornato a Barcellona con piena impunità e aveva passato i tre mesi che seguirono a rinserirsi piacevolmente nella vita politica. Durante tutti questi nove mesi non aveva subito neanche una parola di condanna da parte comunista. (Stalin ha impiegato sistematicamente questo metodo in Russia: quando un burocrate era coinvolto in un misfatto, gli era concesso di continuare perché così diveniva più servile, sapendo che il suo crimine era conosciuto: poi — qualche volta a distanza di anni — quando Stalin aveva bisogno di un capro espiatorio il disgraziato era messo alla berlina). Il 18 agosto si aprì il parlamento catalano. Senza una sola parola di preavviso ai suoi alleati — si poteva ovviamente sistemare la faccenda a porte chiuse — la delegazione del PSUC, composta di quattro membri, attaccò pubblicamente Casanovas come traditore. L'Esquerra era stata trascinata su una posizione da cui dovette rifiutare l'offerta di Casanovas di dare le dimissioni. Con questo colpo ben assestato i comunisti cominciarono a trascinare l'Esquerra dove volevano, terminando con l'annuncio prematuro delle dimissioni di Companys dalla presidenza, dopo aver boicottato la seduta del 1° ottobre del parlamento catalano.

Perché i comunisti ruppero con Companys? Egli aveva obbedito sempre! Perché allora lo criticarono fino a metterlo nell'elenco di quelli che dovevano andarsene? .

Egli aveva commesso un errore imperdonabile contro i comunisti. Aveva dichiarato pubblicamente di non saper nulla dei progetti di mettere fuori legge il POUM; aveva protestato contro il trasferimento dei prigionieri a Barcellona e aveva mandato a Madrid il capo dell'ufficio stampa catalano, Jaime Miravittles, a parlare con il capo della polizia comunista Ortega, per aiutare Nin. Quando Ortega mostrò le « prove schiaccianti » — un documento « trovato » in un centro fascista che collegava un certo « N » a un giro di spie — Miravittles, come lui stesso dice, era scoppiato a ridere ed aveva dichiarato che il documento era una contraffazione così evidente che nessuno si sarebbe mai sognato di prenderlo sul serio. Companys aveva allora scritto a Valencia che l'opinione pubblica catalana non avrebbe creduto che Nin fosse una spia fascista.

Non che Companys avesse intenzione di battersi per i prigionieri del POUM. Salvatosi la coscienza e stabilito un precedente per il caso di un rovescio futuro, Companys ripiombò nel silenzio. Che il suo silenzio non lo salvasse dagli attacchi stava a indicare che i comunisti non potevano perdonare a nessun alleato di denunciare le loro false accuse, che sono alle fondamenta stesse dello stalinismo odierno.

Ma vi era ma ragione più profonda per la rottura con l'Esquerra. L'incidente di Nin indicava semplicemente che Companys non era abbastanza « duro » da avallare le mosse future dei comunisti. Dopo tutto era un nazionalista che desiderava un ritorno della Catalogna all'autonomia. Ma per i comunisti la Spagna e la Catalogna non erano altro che pedine da sacrificare, delle quali erano disposti a fare tutto quello che gli imperialisti anglo-francesi avessero comandato loro di fare in cambio di una alleanza militare con Stalin nella guerra incombente. Ecco perché ci doveva essere una selezione perfino tra i socialisti di Prieto e i repubblicani di Azana: solo i più brutali, i più corrotti, i più cinici potevano reggere all'imminente tempesta che avrebbero scatenato i comunisti e restare a collaborare con loro.

La controrivoluzione economica in Catalogna procedeva contro i collettivi. Va a onore delle sezioni locali del movimento libertario il fatto di essere rimaste ferme sulle loro terre e di non aver mollato. Per esempio il forte movimento anarchico a Bajo Llobregat (centro di lotte armate contro la monarchia e la repubblica), dichiarò nel suo settimanale « Ideas » il 20 maggio:

 

« Ecco quello che dobbiamo fare, lavoratori! Voi avete l'occasione di essere liberi. Per la prima volta nella nostra storia sociale abbiamo le armi in mano: non fatevele sfuggire. Operai e cittadini! Quando il governo o chiunque altro vi dice che le armi dovrebbero essere al fronte, rispondete loro che hanno ragione e che dovrebbero essere inviate al fronte le migliaia di fucili, mitragliatrici, mortai ecc. tenuti nelle caserme, e usati dalle guardie d'assalto e della guardia nazionale, perché nessuno meglio di voi può difendere i vostri campi e le vostre fabbriche.

« Ricordatevi che sono gli aerei, i cannoni e i carri armati che sono necessari subito al fronte per schiacciare i fascisti. . . che l'obbiettivo a cui mirano i politicanti è quello di disarmare i lavoratori, ridurli in loro potere, e togliere loro quello che è costato tanto sangue e tante vite di proletari. Non permettete il disarmo di nessuno; nessun villaggio permetta che un altro villaggio venga disarmato; disarmiamo chi tenta di disarmarci. Questa dovrebbe e deve essere, la parola d'ordine rivoluzionaria del momento ».

 

Il divario tra la pusillanimità degli organi centrali della CNT e lo spirito combattivo dei giornali locali vicini alle masse era tanto grande quanto l'abisso tra i vigliacchi codardi e i lavoratori rivoluzionari.

Ma decine di migliaia di guardie d'assalto, concentrate dietro le linee, colpivano sistematicamente i collettivi. Senza una direzione centralizzata, i villaggi furono sopraffatti uno ad uno. La « Libertad », uno dei giornali dissenzienti illegali di Barcellona (detto per inciso, porgeva i suoi sprezzanti omaggi a « Solidaridad obrera » che aveva denunciato tutti i giornali illegali), così descriveva la situazione nelle campagne nella sua edizione del 1° agosto:

 

« È inutile che la censura nelle mani di un solo partito impedisca che anche una sola parola venga detta sui colpi inflitti alle organizzazioni operaie, ai collettivi dei contadini. Invano proibiscono di usare quella terribile parola: controrivoluzione. Le masse operaie sanno perfettamente che la cosa esiste, che la controrivoluzione avanza sotto la protezione del governo, e che le bestie nere della reazione, i fascisti camuffati, gli antichi caciques, stanno rialzando la testa.

« E come potrebbero non esserne a conoscenza, se non c'è un solo villaggio della Catalogna dove non ci siano state spedizioni punitive di guardie d'assalto, dove non abbiano assalito i lavoratori della CNT, distruggendo i loro locali o peggio ancora distruggendo quelle opere portentose della rivoluzione che sono i collettivi contadini, allo scopo di restituire agli ex proprietari, quasi sempre fascisti conosciuti, ex caciques dell'epoca nera di Gil Robles, Lerroux o Primo de Rivera?

« I contadini hanno preso i beni dei padroni — che in verità non appartengono a questi ultimi — per metterli a servizio del lavoro collettivo, permettendo agli ex padroni di riabilitarsi degnamente, se volevano, attraverso il lavoro. I contadini credevano che un lavoro nobile fosse garantito dalla sua stessa efficienza, se il fascismo non trionfa, e non potrà trionfare.

« Non sospettavano, che nel mezzo della guerra contro il terribile nemico, con al governo uomini di sinistra, la forza pubblica (polizia) sarebbe intervenuta a distruggere quello che era stato creato con tanta fatica e con tanta gioia. Perché questa cosa inconcepibile potesse accadere, dovevano andare al potere con sporchi mezzi quelli che si chiamavano comunisti. E i lavoratori, sempre pronti ai più grandi sacrifici per abbattere il fascismo, non cessano di meravigliarsi come sia possibile che essi siano stati attaccati alle spalle, che siano stati traditi e umiliati quando c'era ancora tanto da fare per battere il nemico comune . . .

« La tecnica della repressione è sempre la stessa. Camion di guardie d'assalto che entrano nei villaggi da conquistatori. Sinistre registrazioni nei locali della CNT. Distruzione dei consigli municipali dove la CNT è rappresentata. Saccheggi, perquisizioni e arresti. Requisizione dei generi alimentari dei collettivi. Restituzione delle terre agli ex proprietari ».

 

Questa descrizione semplice e commovente era seguita da una lunga lista di villaggi, delle date in cui avvennero le aggressioni, di noni degli arrestati e degli recisi — e nei mesi seguenti la lista crebbe a dismisura.

Nell'industria e nel commercio, la base giuridica era ancora quella insicura del decreto di collettivizzazione del 24 ottobre 1936. Ma immediatamente dopo i giorni di maggio, la Generalidad ripudiò il decreto! L'occasione venne fornita dal tentativo della CNT di liberare le fabbriche dal controllo paralizzante dei funzionari di dogana, senza il cui certificato di esportazioni le merci che arrivavano dall'estero venivano sequestrate, su reclamo sporto dagli ex proprietari emigrati. Il consiglio economico (del ministero dell'industria), diretto dagli anarchici adottò il 15 marzo una proposta di legge che disponeva la registrazione dei collettivi come proprietari « ufficiali » nel registro mercantile.

Ma la maggioranza comunista-borghese della Generalidad rifiutò la proposta affermando che il decreto riguardante la collettivizzazione del 24 ottobre « era stato dettato senza competenza dalla Generalidad » perché « non c'era, e non c'è ancora, una legislazione dello Stato (spagnolo) da applicare » e « l'articolo 44 della Costituzione (spagnola) dichiara che l'esproprio e la socializzazione sono competenze dello Stato (spagnolo) », vale a dire si erano superati i limiti dell'autonomia catalana precisati nello statuto! La Generalidad avrebbe ora aspettato le decisioni da Valencia. Companys aveva firmato il decreto di ottobre! Ma tutto ciò avveniva durante la rivoluzione . . .

Il principale fattore della controrivoluzione economica era la GEPCI, un'organizzazione, fondata da lungo tempo, di uomini di affari che era stata in pieno accettata all'interno della UGT dai comunisti della sezione catalana, ma ripudiata dalla UGT in campo nazionale. Con le tessere sindacali in tasca questi uomini facevano impunemente quello che non avrebbero mai osato fare, prima del 19 luglio, contro organizzazioni operaie. Molti di loro non erano più piccoli industriali, ma grandi imprenditori, e ricevevano un trattamento preferenziale in fatto di crediti finanziari, materie prime, servizi di esportazione ecc. rispetto ai collettivi delle fabbriche. Un piccolo esempio distruggerà il mito stalinista che li vuole piccoli mercanti, uomini con industrie a carattere familiare.

Nel giugno del 1937 i lavoratori dell'abbigliamento della UGT elaborarono una scala di salari identica a quella dei collettivi dell'abbigliamento e tentarono di trattare con le fabbriche tenute dai capitalisti. I datori di lavoro rifiutarono le richieste. Ma chi erano questi datori di lavoro? Membri tutti della GEPCI cioè aderenti alla UGT catalana come i lavoratori ai quali essi rifiutavano l'aumento salariale!  II più reazionario burocrate sindacalista avrebbe proposto forse che « padroni » e lavoratori fossero tutti in uno stesso « sindacato »? No, questo enorme passo indietro poteva venire solo dai comunisti che scimmiottavano l'Italia fascista e la Germania nazista.

Nel giugno, con la parola d'ordine della « municipalizzazione », il PSUC lanciò una campagna per strappare i trasporti, l'elettricità, il gas ed altre industrie chiave al controllo operaio. Il 3 giugno la delegazione del PSUC propose formalmente al consiglio municipale di Barcellona di municipalizzare i servizi pubblici. Il giorno dopo naturalmente i consiglieri della CNT sarebbero stati buttati fuori, e i comunisti avrebbero avuto i servizi pubblici in mano loro per poi renderli ai loro ex proprietari. Ma questa volta essi si trovarono di fronte non solo ai leaders temporeggiatori della CNT, — che affermavano che la municipalizzazione era in questo campo « prematura » e si doveva cominciare invece con gli alloggi — ma alla reazione di massa dei lavoratori interessati. Il sindacato dei lavoratori dei trasporti aveva riempito tutti i muri della città di grandi manifesti: « Le conquiste rivoluzionarie appartengono ai lavoratori. I collettivi dei lavoratori sono il prodotto di queste conquiste. Noi dobbiamo difenderle ... Va bene municipalizzare i servizi pubblici urbani, — ma solo quando le municipalità apparterranno ai lavoratori e non ai politici ». I manifesti dimostravano che da quando i lavoratori avevano assunto il controllo c'era stato un trenta per cento di incremento negli impianti, una riduzione delle tariffe, maggior lavoro e maggior impiego di mano d'opera, grandi donazioni alle collettività agricole, sovvenzioni ai lavoratori del porto, assicurazioni sociali alle famiglie dei lavoratori deceduti o inabili ecc. Per il momento era sconfitta l'avanzata staliniana in questo campo.

Ma i comunisti continuavano verso il loro obbiettivo che era quello di eliminare le fabbriche sotto controllo operaio. La Generalidad catalana stabilì il 15 settembre come data ultima entro cui poter provare la legalità delle fabbriche collettivizzate. Dal momento che in gran parte la collettivizzazione era stata realizzati rapidamente per far procedere velocemente la guerra contro i fascisti, poche fabbriche avevano stabilito una qualche procedura giuridica. Quali erano poi le misure legali riferentesi alla espropriazione? Del decreto originale del 24 ottobre 1936, abbiamo già parlato nel capitolo sul primo governo della Generalidad, Esso fu progettato proprio per stabilire un precedente. E ora la Generalidad le aveva ripudiato! A tempo perso e a suo comodo, la Generalidad avrebbe esaminato i titoli legali della rivoluzione sociale e li avrebbe trovati senza alcun dubbio pieni di pecche legali. Che affare assurdo! Tragico tuttavia.

Era stato nelle industrie alimentari, nella distribuzione, nei mercati ecc. che i comunisti avevano messo i primi passi — avendo nelle loro mani il ministero dei rifornimenti della Generalidad fin dal dicembre — quando essi prontamente avevano sciolto i comitati operai per i rifornimenti, che fino allora avevano pensato all'approvvigionamento delle città a prezzi controllati. Anche se distorti dal temporeggiare della stampa della CNT e filtrati dalla censura, i resoconti ora riflettevano ciò che stava accadendo:

 

«... I collettivi, le imprese socializzate e le cooperative che comprendono sia i membri della UGT sia quelli della CNT, sono stati fatti bersaglio di attacchi da parte di chi si era imboscato il 19 luglio . . . Da ogni parte si stanno arrestando i lavoratori caseari di entrambi i sindacati. Le mucche e le cascine organizzate legalmente su base cooperative sono confiscate, sebbene i loro statuti siano approvati dalla Generalidad da molti mesi. Il bestiame e le cascine vengono resi agli ex proprietari ... La stessa cosa sta accadendo, sebbene ancora su scala minore nell'industria del pane . . . I nostri mercati, il mercato generale del pesce ecc., sebbene legalmente collettivizzati, stanno subendo anch'essi gli stessi perfidi attacchi da parte della borghesia. Essi sono incoraggiati dalla campagna velenosa condotta giornalmente nella stampa del partito che si è costituito campione della difesa della GEPCI (Unione e corporazione dei piccoli commercianti e dei piccoli industriali). Non si tratta più di una lotta contro i collettivi della CNT, ma contro tutte le conquiste rivoluzionarie della UGT-CNT . . .

« Si mostri il gruppo di fascisti e di controrivoluzionari che si nascondono dietro la tessera sindacale! » .

 

« Il ministero dei rifornimenti è al servizio del popolo o si è trasformato in un grande mercante? » — chiedeva la stampa della CNT — « I generi alimentari di prima necessità sono: riso, fagiolini, zucchero, latte ecc. Perché questi articoli non sono inclusi tra quelli che il Comitato per la distribuzione, recentemente formato dalla UGT-CNT, distribuisce in misura uguale a tutti i negozi di Barcellona, senza badare alla organizzazione alla quale appartengono? » al contrario questi generi di prima necessità erano lasciati senza controllo, alla mercé della GEPCI. « La noche » del 26 giugno rifletteva l'amarezza delle masse: « Pene di morte per i ladri! Abusi scandalosi da parte dei mercanti a spese del popolo ». E dopo aver mostrato secondo le statistiche ufficiali, il precipitoso rialzo dei prezzi dei generi alimentari tra il giugno 1936 e il febbraio 1937, « La noche » proseguiva: « Non sarebbe stato tanto grave se i prezzi fossero rimasti a questo livello! Chiediamo alle donne di casa quale è stato l'aumento del costo della vita nel febbraio. Sta raggiungendo cifre inaccessibili . . . Dobbiamo creare una qualche forma di protezione nell'interesse del popolo contro l'egoismo dei commercianti che vanno avanti con le speculazioni in piena impunità ».

Sì, era proprio sulle forniture alimentari che i comunisti avevano le mani da più tempo. E il risultato era la fame; sì, era proprio la fame che avanzava nella Catalogna. L'amarezza delle masse esplose in « Solidaridad obrera » dell'8 settembre:

 

« Le madri proletarie con i figli al fronte soffrono stoicamente la fame insieme ai loro piccoli innocenti . . . Noi diciamo che i sacrifici dovrebbero essere fatti da tutti ed è inconcepibile che di fatto vi siano luoghi dove pagando prezzi inaccessibili agli operai è possibile ottenere ogni tipo di cibo. Questi ristoranti di lusso sono una vera fonte di provocazione e debbono scomparire come deve scomparire il privilegio in ogni campo. La flagrante ineguaglianza, il privilegio, sono elementi disgregatori della coesione popolare e debbono essere eliminati ad ogni costo . . . Così protetti . . . e entrata in azione una casta ripugnante di speculatori e profittatori che trafficano con la fame del popolo . . .

« Noi ripetiamo che il nostro popolo non teme i sacrifici, ma non tollera mostruose ineguaglianze . . . Rispetto per i proletari che lottano e soffrono! ».

 

Sì, le masse non temono i sacrifici. I lavoratori di Pietrogrado soffrirono le più dure privazioni — non c'era nemmeno l'acqua corrente nella città durante la guerra civile. Ma quello che c'era apparteneva a tutti nella stessa misura. Non sono solo le fitte della f:ame che contorcono i volti degli operai e delle loro donne e dei loro figli a Barcellona. È il fatto che mentre essi hanno fame, la borghesia mangia raffinatamente — e questo nel mezzo della guerra civile contro il fascismo! Ma questa è la conseguenza inevitabile per non averla fatta finita con la « democrazia » borghese.