Gli «alleati» borghesi nel «Fronte popolare»

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"Se in tempo di pace la borghesia liberale aveva rifiu­tato di toccare la terra, la Chiesa o l'esercito, perché non voleva minare le basi della proprietà privata, era ora concepibile che, con le armi in mano, la borghesia avrebbe lealmente sostenuto una guerra decisa a liquidare la reazione?": questa è la domanda che attraversa l'intero secondo capitolo. Morrow prende in rassegna la famosa "borghesia liberale" o democratica, che dir si voglia. Nel 1931 essa ha frustrato ogni speranza di cambiamento: il latifondo, la Chiesa, i vecchi ufficiali monarchici sono rimasti intoccati. Il repubblicano Azana è già stato capo di Governo nel 1931: ha spaventato la reazione promettendo riforme, ha frustrato i ceti oppressi perchè le sue riforme sono rimaste solo promesse.

Così la coalizione liberale del 1931 ha aperto la strada alla reazione del cosiddetto "biennio nero" 1934-1936, con la destra borghese al Governo. Un biennio contrassegnato da una durissima repressione contro il movimento operaio e dall'eroico episodio della Comune delle Asturie. La storia si ripete una seconda volta. La prima volta è stata una tragedia, la seconda si annuncia una catastrofe.

Il Fronte Popolare, l'alleanza tra repubblicani borghesi e socialisti, vince le elezioni nel febbraio del 1936. Ancora una volta il Governo borghese liberale non può nulla contro la sua stessa classe d'appartenenza: Azana, nuovo primo ministro, si guarda bene dall'attuare alcuna delle riforme promesse. Ma l'idea che quello del Fronte Popolare sia un Governo "amico" è sufficiente perché il movimento operaio e contadino si sentano galvanizzati. A giugno e luglio imperversano scioperi e occupazioni di terre. E' il segnale che la democrazia borghese non è più sufficiente a contenere la spinta delle masse.

Inizia la cospirazione dell'esercito per un colpo di Stato contro la Repubblica. La cospirazione è in verità nota. Nel paese se ne parla, se ne scoprono i piani. Alcuni ufficiali minori la denunciano. Ma fino all'ultimo Azana non sa fare altro che rassicurare i lavoratori, addormentarli, invitarli alla fiducia "nelle forze militari". Del resto, se la borghesia liberale non aveva toccato Chiesa e generali in tempi di pace, poteva farlo ora che essi erano tanto necessari a reprimere l'avanzata del movimento operaio?


 

La posta dei partiti operai e dei sindacati nella lotta contro il fascismo era chiara: era in gioco la loro stessa esistenza. Franco, come fecero Hitler e Mussolini prima di lui, avrebbe distrutto materialmente la direzione e i quadri attivi delle loro organizzazioni, avrebbe causato fra i lavoratori inevitabili divisioni: ciascuno di loro sarebbe diventato un atomo alla mercé del capitale. Di conseguenza la lotta contro il fascismo era una questione di vita o di morte, non solo per le masse dei lavoratori, ma anche per i leaders riformisti della classe operaia. Ma dire questo non è la stessa cosa che dire che questi leaders sapevano come combattere il fascismo. Il loro errore più grave era il ritenere che i loro alleati borghesi del Fronte popolare fossero interessati ugualmente e nella stessa misura a combattere contro il fascismo.

La sinistra repubblicana di Azana, l'Associazione repubblicana di Martinez Barrio, la sinistra catalana di Companys, si erano unite ai partiti socialisti e comunisti e alla UGT — con il tacito consenso degli anarchici, la cui maggioranza votò per le liste unite — nelle elezioni del 16 febbraio 1936; anche i nazionalisti baschi avevano aderito a questo schieramento. Quattro gruppi borghesi, dunque, si trovavano dall'altra parte delle barricate della grande borghesia il 17 luglio. Si poteva fare affidamento su di loro per una leale collaborazione nella lotta contro il fascismo? Noi abbiamo detto di no perché nessun interesse vitale della borghesia liberale era minacciato dai fascisti. I lavoratori rischiavano di perdere i loro sindacati, senza i quali avrebbero fatto la fame. Quale perdita paragonabile a questa aveva di fronte la borghesia liberale?

Senza dubbio in uno Stato totalitario i politicanti di professione avrebbero dovuto trovarsi un'altra occupazione; la stampa liberale borghese sarebbe decaduta (sì noi diamo per scontato che politicanti borghesi e i giornalisti non sarebbero passati a Franco). Sia l'Italia sia la Germania hanno dimostrato che il fascismo si rifiuta di ammettere la coesistenza con i politici democratici: alcuni vengono messi in galera, altri devono emigrare. Ma tutti questi non sono che inconvenienti minori. Gli strati fondamentali della borghesia vanno avanti, come per il passato, come prima dell'avvento del fascismo. Se non fruiscono dei favori speciali concessi dallo Stato fascista quei capitalisti che si erano uniti ai fascisti prima della vittoria, essi dividono quei vantaggi che vengono loro dalle paghe basse e dai ridotti servizi sociali. Sono soggetti alle tassazioni fasciste nella stessa misura degli altri capitalisti, tramite il partito o il governo, che rappresentano il duro prezzo che il capitalismo paga ai servizi del fascismo. La borghesia liberale della Spagna doveva solo volgere lo sguardo alla Germania all'Italia per essere rassicurata circa il suo futuro. Mentre i sindacati ufficiali erano stati eliminati, la borghesia liberale aveva trovato il suo spazio nel quale essere inserita. Quello che opera in questo caso è un criterio di classe: il fascismo è prima di ogni altra cosa il nemico della classe operaia. Quindi è assolutamente falso e fatale pensare che elementi borghesi del fronte popolare abbiano una posizione decisa nel perseguire seriamente la lotta contro il fascismo.

In secondo luogo la nostra prova che Azana, Barrio e Companys e compagni non possono essere alleati della classe operaia non si basa solo su analisi deduttive, ma anche su fatti reali, cioè sulla storia di questi illustri personaggi! Dal momento che i socialisti e gli stalinisti del Fronte popolare hanno soppresso tutte le notizie concernenti i loro alleati, dobbiamo occuparci a lungo di questa questione.

Dal 1931 al 1934, il Comintern chiamò Azana « fascista », termine che certamente era impreciso, sebbene si riferisse con esattezza alle sue sistematiche repressioni delle masse. Non più tardi del gennaio 1936 il Comintern disse di lui:

« Il Partito comunista conosce il pericolo rappresentato da Azaria e dai socialisti che hanno collaborato con lui quando era al potere. I comunisti sanno che è un nemico della classe operaia . . . Ma sanno pure che la disfatta della CEDA (Gil Robles) porterebbe automaticamente con sé una certa attenuazione della repressione almeno per un periodo di tempo »[1].

L'ultima frase è una ammissione che la repressione sarebbe venuta da Azana stesso. E venne, come José Dias, segretario del Partito comunista, fu costretto ad ammettere proprio prima che la guerra civile scoppiasse:

« Il governo, che lealmente stiamo appoggiando nella misura in cui realizza gli accordi stabiliti dal Fronte popolare, è un governo che sta cominciando a perdere la fiducia dei lavoratori, e io dico alla sinistra repubblicana al governo che la loro strada è la strada sbagliata dell'aprile del 1931»[2].

Ci si deve ricordare della « strada sbagliata dell'aprile 1931 » per rendersi conto quale ammissione stavano facendo i comunisti dopo tutti i loro tentativi per distinguere il governo di coalizione del 1931 dal governo del fronte popolare del 1936. La coalizione del 1931 aveva promesso la terra ai contadini e non l'aveva data perché la terra non poteva essere divisa senza indebolire il capitalismo.

La coalizione del 1931 aveva rifiutato ai lavoratori il sussidio della disoccupazione. Azana, quale ministro della guerra, non aveva toccato la casta degli ufficiali reazionari dell'esercito, e aveva rafforzato quella legge infame, per la quale ogni critica fatta all'esercito dai civili rappresentava una grave offesa contro lo Stato. Come primo ministro, Azana aveva lasciato intatto il potere e la crescente ricchezza della gerarchia ecclesiastica. Azana aveva lasciato il Marocco nelle mani dei legionari e dei mori mercenari. Solo contro gli operai e i contadini Azana era stato duro. Gli anni 1931-1933 sono gli anni della repressione da parte del suo governo contro gli operai e i contadini. Altrove ho già raccontato questa storia nei suoi particolari[3].

Azana, come ammette « Mundo obrero », non si dimostrò migliore quando divenne capo del governo del Fronte popolare del febbraio-luglio 1936. Di nuovo il suo regime respinse l'idea della distribuzione delle terre e scatenò repressioni contro la classe contadina quando questa tentò l'occupazione delle terre. La Chiesa restò ancora nel pieno controllo della sua grande ricchezza e del suo potere. Il Marocco rimase nelle mani dei legionari stranieri, che il 17 luglio ne assunsero definitivamente il controllo. Di nuovo gli scioperi vennero dichiarati illegali, furono imposte leggi marziali, sciolte dimostrazioni e riunioni di lavoratori. È sufficiente sapere che negli ultimi giorni critici, dopo l'assassinio del leader fascista Calvo Sotelo, fu ordinata la chiusura delle sedi delle organizzazioni della classe operaia. Il giorno prima dell'insurrezione fascista, la stampa operaia uscì con bianchi spazi vuoti, dove la censura del go­verno aveva cancellato articoli di fondo e parti di articoli che mettevano in guardia contro il colpo di Stato

Negli ultimi tre mesi prima del 17 luglio, nel tentativo disperato di fermare gli scioperi, centinaia di scioperanti vennero arrestati in massa, gli scioperi generali locali vennero dichiarati illegali e le direzioni regionali dell'UGT e della CNT chiuse per settimane.

La prova più schiacciante contro Azana è data dal suo comportamento nei confronti dell'esercito. La casta degli ufficiali era infida fino in fondo verso la repubblica. Questi damerini viziati della monarchia, dal 1931 in poi avevano colto ogni occasione per dare libero corso alla loro sanguinosa vendetta contro gli operai e i contadini sui quali era fondata la repub­blica. Le atrocità da loro commesse nello schiacciare la rivolta dell'ottobre del 1934 furono così orrende che [a punizione dei responsabili come criminali fu una delle promesse di Azana durante la campagna elettorale. Egli però non portò in giudizio neppure un solo ufficiale nei mesi che seguirono.

Mola, direttore della Pubblica sicurezza di Madrid sotto la dittatura di Berenguer — proprio quel Mola che era fuggito alle calcagna di re Alfonso mentre le strade echeggiavano delle grida di «abbasso Mola » — questo stesso Mola fu rimesso al comando dell'esercito da Azana, e malgrado i suoi stretti legami con Gii Robles nel bienio negro, fu il comandante generale della Navarra al momento della rivolta fascista e divenne uno dei principali strateghi nell'esercito di Franco. Franco, Goded, Queipo de Llano, tutti si erano resi responsabili di simili misfatti nei confronti della repubblica, eppure Azana lasciò l'esercito nelle loro mani. Per di più egli volle che le masse si sottomettessero a loro.

Il colonnello Julio Mangada, che ora combatteva nelle forze antifasciste, che era stato giudicato dalla Corte marziale e estromesso dall'esercito da questi generali a causa del suo spirito repubblicano, è una testimonianza autorevole, perché aveva ripetutamente informato Azana, Martinez Barrio e altri capi repubblicani dei piani dei generali.

Nell'aprile del 1936, Mangada pubblicò uni opuscolo ampiamente documentato, che non solo denunciava il complotto fascista, ma provava in modo esauriente che il presidente Azana era assolutamente al corrente del complotto quando il 18 marzo del 1936, dietro richiesta dello Stato maggiore, il suo governo aveva dato all'esercito un certificato di perfetta regolarità.

Riferendosi a « chiacchiere che circolavano insistentemente concernenti lo stato mentale degli ufficiali e dei subalterni dell'esercito, il governo de la repubblica ha appreso con dolore e indignazione l'ingiusto attacco al quale gli ufficiai dell'esercito sono stati sottoposi ». Il gabinetto di Azana non solo rifiutò di dare ascolto a dette chiacchiere descrivendo i cospiratori militari come « ben lontani da ogni lotta politica, fedeli servitori del potere costruito a garanzia del rispetto del volere popolare », ma dichiarò che « solo un desiderio tortuoso e criminale di minare l'esercito poteva giustificare gli insulti e gli attacchi scritti e orali che sono stati diretti contro di esso ». Infine: « il governo della repubblica applica e applicherà la legge contro chiunque persista in tale atteggiamento antipa­triottico ». Nessuna meraviglia che i leaders antirivoluzionari applaudissero Azaria.

Il 3 aprile del 1938 Azana fece un discorso promettendo ai reazionari che avrebbe fermato gli scioperi e le occupazioni delle terre. Calvo Sotelo lo lodò con queste parole: « È stata l'espressione di un vero conservatore. Le sue dichiarazioni per il rispetto della legge e della costituzione dovrebbero fare buona impressione sull'opinione pubblica ». « Io sono d'accordo con il 90 per cento del discorso », dichiarò il portavoce dell'orga­nizzazione di Gii Robles. « Azana è il solo uomo capace di offrire al paese la sicurezza e la difesa di tutti i diritti legali », dichiarò Ventosa, portavoce dei proprietari terrieri della Cata­logna. Applaudivano Azana perché stava preparando la strada per loro.

Sebbene l'esercito fosse pronto per la ribellione del maggio 1936, molti reazionari dubitavano che ciò fosse possibile in quel momento. Azana fece pressioni su di loro per far pre­valere la sua soluzione: che i leaders riformisti fermassero gli scioperi. La sua offerta venne accettata. Miguel Maura, rap­presentante dell'estrema destra degli industriali e dei proprie­tari terrieri esigeva un regime forte « di tutti i repubblicani e di quei socialisti non contaminati da pazzie rivoluzionarie ». Così, essendo stato innalzato alla presidenza, Azaria offrì la carica di primo ministro al socialista Prieto. Gli stalinisti del partito catalano dell'Esquerra, la Unione re­pubblicana di Barrio e Ila borghesia reazionaria sostennero la candidatura di Azana. La sinistra socialista, tuttavia, impedì a Prieto di accettare. Per la borghesia reazionaria, il fatto che Prieto fosse primo ministro avrebbe rappresentato un periodo di tempo più lungo per prepararsi. Essendo fallito questo tentativo, non rimase loro altro che ricorrere alla guerra civile.

Questa è la storia della sinistra repubblicana di Azana. Quella degli altri partiti liberali borghesi era, se possibile, peg­giore. Il partito catalano, l'Esquerra di Conpanys, aveva governato la Catalogna dal 1931. Il suo nazionalismo catalano serviva per tenere al guinzaglio gli strati più arretrati dei contadini, mentre Companys usava le forze armate contro la CNT.

Alla vigilia della rivolta dell'ottobre 1934, aveva ridotto la CNT ad uno stato di semilegalità gettando centinaia dei suoi leaders in galera. Era questa situazione che aveva spinto la CNT così poco saggiamente a rifiutare di unirsi alla rivolta contro Lerroux - Gii Robles, dichiarando che Companys era un tiranno della stessa fatta; mentre Companys, dovendo affrontare il problema di scegliere tra armare i lavoratori o sottomettersi a Gii Robles, aveva scelto quest'ultima strada.

Per quel che riguarda l'Unione repubblicana di Martinez Barrio, essa non era niente altro che una associazione formata da quello che restava del Partito dei radicali di Lerroux, ex alleati di Gii Robles. Barrio stesso era stato luogotenente di Lerroux, uno dei primi ministri del bienio negro, che aveva represso con grande crudeltà una sommossa anarchica nel di­cembre del 1933. Egli aveva con perspicacia abbandonato la barca dei radicali che stava affondando, allorché apparve chiaro che la repressione della rivolta nell'ottobre del 1934 non era riuscita ad arrestare il movimento delle masse; allora fece il suo debutto come « antifascista » nel 1935», firmando una petizione di amnistia per i prigionieri politici. Quando Lerroux cadde per uno scandalo finanziario, i suoi seguaci aderirono al partito di Barrio.

Il quarto dei partiti borghesi, quello dei nazionalisti baschi, aveva strettamente collaborato con gli estremisti reazionari del resto della Spagna finché Lerroux aveva cercato di spezzare gli antichi privilegi della provincia. I nazionalisti baschi catto­lici, guidati dai grandi proprietari terrieri e dai capitalisti delle quattro province baschi, avevano aiutato Gil Robles a soffocare la Comune delle Asturie nell'ottobre del 1934. En dall'inizio non si sentivano a loro agio nell'alleanza con le organizzazioni dei lavoratori. Se non passarono immediatamente dall'altra parte delle barricate, è da spiegarsi con il fatto che le regioni della Biscaglia erano ma tradizionale sfera di influenza del­l'imperialismo anglo-francese e per questa ragione esitavano a fare alleanze con Hitler e Mussolini.

Questi quindi erano i « leali », « fedeli », « onorevoli », alleati dei leaders riformisti stalinisti nella lotta contro il fascismo. Se in tempo di pace la borghesia liberale aveva rifiu­tato di toccare la terra, la Chiesa o l'esercito, perché non voleva minare le basi della proprietà privata, era ora concepibile che, con le armi in mano, la borghesia avrebbe lealmente sostenuto una guerra decisa a liquidare la reazione? Se l'esercito di Franco fosse stato sconfitto, cosa sarebbe accaduto alla borghesia liberale, che in ultima analisi manteneva i suoi privilegi solo grazie all'esercito? Proprio a causa di queste considerazioni, le forze di Franco si muovevano baldanzosamente, dando per scontato che Azana e Companys prima o poi le sarebbero andati a rimorchio. Proprio per queste considerazioni, Azana e la bor­ghesia liberale tentarono di venire a patti con Franco.

I comunisti e i riformisti, compromessi dalla loro politica verso il Fronte popolare, erano stati complici della borghesia nel nascondere quasi completamente al resto del mondo i crudi fatti che rivelano il tradimento perpetrato da Azana e dai suoi complici nei primi giorni della rivolta.

Ma ecco i fatti inoppugnabili. Il mattino del 17 luglio 1936 il generale Franco, essendosi impadronito del Marocco, emanò per radio il suo proclama alle guarnigioni spagnole, dando loro istruzioni perché si impadronissero delle città. I comunicati di Franco furono ricevuti dalla stazione navale vicino Madrid da un addetto alla radio fedele alla repubblica e prontamente riportati al ministro della marina Girai. Ma il governo non divulgò la notizia in nessun modo fino al mattino del 18, quando trasmise solo una nota rassicurante:

« Il governo dichiara che il movimento è delimitato ad alcune città della zona del protettorato (del Marocco) e che nessuno, assolutamente nessuno nella Penisola (Spagna) si è unito a tale assurda impresa! ».

 

Più tardi, nello stesso giorno, alle tre del pomeriggio, quando il governo aveva informazioni esaurienti circa la vastità delle insurrezioni, comprendenti la presa di Siviglia, Navarra e Saragozza, diramò una nota che diceva:

 

« Il governo parla di nuovo per confermare l'assoluta tranquillità nell'intera Penisola! Il governo prende visione dell'offerta di aiuti che ha ricevuto dalle organizzazioni operaie; pur mostrandosi grato, dichiara che il migliore aiuto che si possa dare al governo è quello di garantire la normalità, allo scopo di dare un altro esempio di serenità e di fiducia nei mezzi militari dello Stato!

« Grazie alle precauzioni prese dalle autorità si pensa che un ampio movimento di aggressione contro la repubblica sia stato stroncato; esso non ha trovato seguito nella Penisola ed è solo riuscito ad assicurarsi seguaci in un settore dell'esercito in Marocco . . . queste misure, insieme agli ordini impartiti alle forze armate in Marocco, che stanno lavorando faticosa­mente per sopraffare l'insurrezione, ci permettono di affermare che l'azione del governo sarà sufficiente a ristabilire l'ordine ».

Questa nota incredibilmente disonesta fu emanata per giustificare il rifiuto del governo di armare i lavoratori, come i sindacati avevano richiesto. Ma questo non era tutto. Alle cinque e venti e di nuovo alle sette e venti di sera, il governo diramò altri comunicati simili, l'ultimo dei quali dichiarava che « a Siviglia ... ci sono stati atti di ribellione da parte di alcuni elementi militari che sono stati domati dalle forze governative ». Siviglia era già nelle mani di Queipo de Llano sin dall'inizio della giornata.

Dopo aver ingannato i lavoratori circa il vero stato delle cose il gabinetto si radunò in una seduta durata tutta la notte. Azana fece dimettere il primo ministro Cesares Quiroga, mem­bro del suo partito, lo rimpiazzò con il più rispettabile Barrio; la notte fu spesa a caccia di leaders borghesi che non aderi­vano a nessun gruppo del Fronte popolare e che potessero essere indotti ad entrare a far parte del governo. Con questa combinazione orientata a destra, Azana tentò fino all'assurdo di prendere contatto con i capi militari e venire a patti con loro.

Questi leaders fascisti, comunque, considerarono tale apertura a destra come un segno sicuro della loro vittoria e rifiutarono ad Azana ogni forma di compromesso che potesse sal­vargli la faccia. Essi richiesero che i repubblicani fossero estromessi dal governo e che si instaurasse una dittatura militare aperta. Perfino quando ciò fu reso noto ad Azana e al gabinetto dei ministri, essi non presero alcuna misura per organizzare la resistenza. Nel frattempo le guarnigioni una dopo l'altra, venute a conoscenza della paralisi del governo, presero coraggio e spiegarono le insegne della ribellione.

Così durante due giorni determinanti, i ribelli continuavano a marciare mentre il Governo li scongiurava di salvargli la faccia. Non fecero neppure la mossa di dichiarare lo sciogli­mento dei reggimenti ribelli, di dichiarare i soldati svincolati dall'obbedienza ai loro ufficiali. I lavoratori, ricordando il bienio negro, ricordando il destino del proletariato in Italia e in Germania, reclamavano le armi. Perfino i leaders riformisti bussavano alle porte del palazzo presidenziale, scongiurando Azana e Girai di armare i lavoratori.

Nelle vicinanze delle guarnigioni, i sindacati avevano dichiarato uno sciopero generale per paralizzare la ribellione. Ma le braccia incrociate noi sarebbero state sufficienti a fronteggiare l'esercito. Un silenzio minaccioso circondava le caserme di Montana a Madrid. Là gli ufficiali osservavano quanto stabilito dai piani dell'insurrezione, aspettavano che le guarnigioni che circondavano Madrid raggiungessero la città, per unire le forze. Azana e Giral e i loro compagni aspettavano inermi che il colpo arrivasse.

In verità, come poteva essere diversamente? Nel campo di Franco si diceva: « Noi, i veri padroni del capitale, i veri portavoce della società borghese vi diciamo che la democrazia deve scomparire, se il capitalismo vuole sopravvivere. Scelga Azana tra il capitalismo e la democrazia ». Che cosa era più radicato in Azana e nella borghesia liberale? La « democrazia » o il capitalismo? Diedero la loro risposta chinando il capo davanti alle orde in marcia del fascismo. Nel pomeriggio del 18 luglio, i comitati nazionali dei partiti socialisti e comunisti, i quali pur essendo rappresentanti dei lavoratori erano i principali alleati della borghesia, diramarono una dichiarazione unitaria:

« Il momento è difficile, ma in nessun modo disperato. Il governo è certo di avere mezzi sufficienti per sopraffare il criminoso tentativo . . . Nell'eventualità che le risorse del governo non fossero sufficienti, la repubblica ha la solenne promessa da parte del Fronte popolare, che raccoglie sotto la sua disciplina l'intero proletariato spagnolo, di intervenire risoluto e deciso nella lotta, non appena il suo intervenite verrà richiesto ... Il governo comanda e il Fronte popolare obbedisce! ».

Ma il governo non diede mai il segnale! Fortunatamente, i lavoratori non lo aspettarono.


 

[1] « Inprecorr », vol. 15, p. 762.

[2] « Mundo obrero », 6 luglio 1936.

[3] The Civil War in Spain, Pioneer Publishers, settembre 1936