Guida alla lettura

Pubblichiamo i primi due capitoli del testo “Breve storia del movimento femminile in Italia” di Camilla Ravera. Il punto di partenza è uno degli ultimi temi trattati da Engels nel capitolo “La famiglia” all’interno de “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”: il ruolo giocato dal capitalismo nell’emancipazione della donna.

Già la rivoluzione francese, considerata la rivoluzione borghese per eccellenza, non accoglie la Dichiarazione dei diritti della donna, pur richiamandosi alle idee progressiste che avevano caratterizzato l’Illuminismo. Questo fatto è un’ulteriore testimonianza di come la borghesia sia la prima a boicottare le proposte più avanzate anche all’interno del proprio programma, se queste rischiano di minare il terreno che ha sotto i piedi.

In Italia, il Risorgimento possiede caratteristiche certo più arretrate rispetto alle rivoluzioni in Francia o Inghilterra. Anche in questo caso la borghesia degrada la propria rivoluzione in favore del mantenimento di alcune forme di potere preesistenti, come il latifondo o la monarchia. Il ritardo nell’unità d’Italia causa un divario nello sviluppo economico rispetto alle altre potenze europee e conseguentemente un ritardo nell’evoluzione della coscienza di classe. La maggiore arretratezza della condizione femminile nel nostro paese deriva precisamente da questo fenomeno.

Quando il capitalismo inizia a svilupparsi e si avvia l’industrializzazione, anche la donna è chiamata a prendere parte alla generazione del profitto. Dopo millenni di oppressione, però, la donna entra nel processo produttivo come un soggetto di serie B. Insieme ai bambini è largamente sottopagata e lavora in condizioni disumane, che minano il suo – già precario – benessere psicofisico. La borghesia ha interesse a diffondere prove presunte della sua inferiorità proprio per mantenere una quota di lavoro più ricattabile, che spesso fa concorrenza anche agli stessi uomini lavoratori. All’oppressione del genere femminile, quindi, si unisce anche l’oppressione di classe in forma diretta.

Esattamente come spiegano Marx ed Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”, il capitalismo genera le stesse armi con le quali verrà abbattuto. Anche in questo caso analizziamo come l’ingresso della donna nello sfruttamento dei salariati è la svolta che pone le basi per una sua uscita dalla prigione domestica, dunque per una sua partecipazione attiva nella società, quindi per una sua emancipazione. L’innalzamento della sua coscienza porta nuova energia e capacità all’interno della neonata classe operaia, che quando accoglie le rivendicazioni femminili si salda in un’unità che ne amplia notevolmente la forza.

Questo è il motivo per cui i movimenti femminili di origine borghese mantengono delle rivendicazioni astratte, che si limitano alla dichiarazione di parità o all’equiparazione giuridica. Pur vivendo una condizione di discriminazione, le donne borghesi non comprendono la natura di doppia oppressione subita dalle lavoratrici e sono addirittura le consumatrici del lusso prodotto in fabbrica dalle operaie. Le proletarie, invece, iniziano ad essere parte attiva della classe, ingrossando le fila di chi, potenzialmente, può abbattere il sistema e sostituirlo con una società più giusta.