Previsioni

Guida alla lettura

L’articolo che segue è tratto dall'Avanti! ed. piemontese ed è stato redatto nell’ottobre del 1920, quindi precede di qualche mese la nascita del Partito Comunista d’Italia. Oltre alla valenza storica dello scritto, riteniamo che la sua lettura sia utile all’analisi del periodo attuale perché consente diversi paralleli.
Gramsci parte dalla constatazione che le organizzazioni esistenti sono inadatte ad essere un punto di riferimento per i lavoratori del nostro paese. La questione viene considerata come dirimente per l’uscita dalla crisi politica che attraversa la società del 1920, in particolar modo il Partito Socialista Italiano. Proprio questa necessità è alla base del lavoro di opposizione che Gramsci conduce tra le fila del Psi e che sfocia nella scissione di Livorno del 1921, dalla quale nasce il Partito Comunista d’Italia.
L’articolo individua alcuni caratteri generali della degenerazione del Psi, caratteri che successivamente interesseranno anche il Pci. La penetrazione delle idee piccolo-borghesi in seno al movimento operaio, sia tramite concezioni operaiste, sia attraverso la negazione della lotta di classe, avviene perché i primi complici nella loro diffusione sono gli stessi dirigenti della sinistra. Ora come in passato, le forze politiche esistenti rifiutano un’analisi materialista e dialettica della società, cedendo a logiche fataliste, spesso opportuniste.
In periodi storici particolarmente convulsi, il tradimento può rapidamente trasformare una situazione rivoluzionaria nel suo contrario. E’ proprio ciò che avviene con il biennio rosso e l’ascesa del fascismo. Gramsci ha il merito di essere uno dei pochi rivoluzionari a descrivere questo fenomeno come un movimento di massa della piccola borghesia che, rimasta delusa dalle organizzazioni della classe lavoratrice, si mobilita per instaurare un nuovo ordine sociale.


Non esiste nel nostro paese nessuna forza organizzata diffusamente, armata di una volontà chiara e diritta, che persegua (o mostri di poter perseguire) un piano di azione politica che aderisca al processo storico – che sia pertanto una interpretazione della storia reale e immediata, non un piano prestabilito a freddo e astrattamente. Poiché una forza di tal genere non esiste ancora (secondo noi essa può essere e sarà soltanto il Partito comunista italiano) non resta, a chi voglia, nell'attuale situazione, compiere opera utile di rischiaramento e di educazione politica, altro che tentare di fare delle previsioni, considerando le forze in giuoco come elementari, come spinte da istinti oscuri e opachi, come se movendosi non in vista di un fine consapevole ma per un fenomeno di tropismo determinato dalle passioni e dai bisogni elementari: la fame, il freddo, la paura cieca e folle dell’Incomprensibile. Specialmente quest'ultimo motivo (la paura, il folle terrore della creatura nudo bruco che si sente travolta in una tempesta di cui non conosce le leggi, la direzione esatta, la durata approssimativa) pare predomini oggi nella società italiana e possa dare una spiegazione alquanto soddisfacente degli avvenimenti in corso.

Se, a breve scadenza, una potente forza politica di classe non emerge dal caos (e questa forza, per noi, non può essere altro che il Partito comunista italiano), e questa forza non riesce a convincere la maggioranza della popolazione che un ordine è immanente nell'attuale confusione, che anche questa confusione ha una sua ragion d'essere, poiché non può immaginarsi il crollo di una civiltà secolare e l'avvento di una civiltà nuova senza tale subisso apocalittico e tale rottura formidabile; se questa forza non riesce a collocare la classe operaia nelle coscienze delle moltitudini e nella realtà politica delle istituzioni di governo, come classe dominante e dirigente, il nostro paese non potrà superare la crisi attuale. Il nostro paese non sarà più, per almeno duecento anni, una nazione e uno Stato, il nostro paese sarà il centro di un maelstrom che trascinerà nei suoi vortici tutta la civiltà europea.

Il sentimento della paura folle è proprio della piccola borghesia e degli intellettuali, come è proprio di questi strati della popolazione il sentimento della vanità e dell'ambizione nazionalistica. La piccola borghesia e gli intellettuali, per la posizione che occupano nella società e per il loro modo di esistenza, sono portati a negare la lotta delle classi e sono condannati quindi a non comprendere nulla dello svolgimento della storia mondiale e della storia nazionale - che è inserita nel sistema mondiale e obbedisce alle pressioni degli avvenimenti internazionali. La piccola borghesia e gli intellettuali, con la loro cieca vanità e la loro sfrenata ambizione nazionalistica, dominarono la guerra italiana, ne diffusero una ideologia astratta e ampollosa e ne furono travolti e stritolati, perché la guerra italiana era un momento secondario della guerra mondiale, era l'episodio marginale di una gigantesca lotta per la spartizione del mondo tra forze egemoniche che avevano bisogno dell'Italia come di una semplice pedina nel loro formidabile giuoco. Vinta e stritolata nel campo internazionale, pareva che la piccola borghesia fosse stata vinta e distrutta anche nel campo nazionale, per l'irrompere del proletariato subito dopo l'armistizio fino al 16 novembre.

La lotta di classe, compressa durante la guerra, irresistibilmente tornava a dominare la vita nazionale, e pareva dovesse spazzar via i suoi negatori: ma la lotta di classe, ma il proletariato non era riuscito durante la guerra, nella compressione e nell'oppressione della guerra, ad acquistare la coscienza di sé e della sua missione storica, non era riuscito a espellere dal suo seno il proprio incrostamento parassitario piccolo borghese e intellettuale. Anche il proletariato ha la sua “piccola borghesia”, come il capitalismo; e l'ideologia dei piccoli borghesi che aderiscono alla classe operaia non è, come forma, diversa da quella dei piccoli borghesi che aderiscono al capitalismo. Vi si trova lo stesso elemento di vanità sconfinata – “Il proletariato è la più gran forza! Il proletariato è invincibile! Nulla potrà arrestare il proletariato nella sua fatale marcia in avanti!" - e lo stesso elemento di ambizione internazionale, senza una esatta comprensione delle forze storiche che dominano la vita del mondo, senza la capacità di identificare nel sistema mondiale il proprio posto e la propria funzione.

Oggi vediamo che, irrompendo dopo l'armistizio, la lotta di classe proletaria non ottenne che di issare ai fastigi della politica nazionale altro che la propria piccola borghesia vanitosa e petulante; oggi vediamo che il massimalismo socialista in nulla si differenzia, come forma, dall'ideologia piccolo borghese della guerra: si ricorre al nome di Lenin invece di citare quello di Wilson, c'è il richiamo alla Terza Internazionale invece della Lega delle nazioni, ma il nome è solamente un nome e non il simbolo di un attivo stato di coscienza; la Terza Internazionale, come la Lega delle nazioni, è un mito sguaiato, non una organizzazione di volontà reali e di azioni trasformatrici dell'equilibrio mondiale.

Il proletariato non riuscì ad esprimere altro che una nuova piccola borghesia, incapace e senza un fine storico reale. La lotta di classe, che doveva tendere alle sue conclusioni dialettiche, alla fondazione di uno Stato operaio, si sparpagliò in una molteplicità di piccole distruzioni e di azioni e la piccola borghesia, che sembrava distrutta, riprese fiato, si raggruppò; avendo visto che la lotta di classe non è riuscita a svilupparsi e a concludersi, nuovamente la nega, nuovamente si diffonde la persuasione che si tratti di delinquenza, di barbarie, di avidità sanguinaria. La reazione, come psicologia diffusa, è un portato di questa incomprensione: gli elementi di questa psicologia sono la paura folle e l’abiezione più bassa, correlative necessarie dell'ambizione e della vanità che caratterizzarono gli stessi strati della popolazione prima della rovina economica e della caduta del programma nazionalista. Ma le forze elementari scatenate dal fallimento del massimalismo “piccolo-borghese”, dalla disperazione che invade gli animi per la incomprensione delle leggi che governano anche questa crisi, per la persuasione che il paese sia in balìa di spiriti demoniaci incontrollabili e imponderabili, queste forze elementari non possono non avere un movimento politico, non possono non condurre a una conclusione politica. La convinzione diffusa nei ceti industriali e piccolo borghesi della necessità della reazione, valorizza i gruppi e i programmi generali di chi ha sempre sostenuto la reazione: l'alta gerarchia militare, il fascismo, il nazionalismo. La questione adriatica riprende l'aspetto di questione nazionale, la guerra alla Jugoslavia riprende l'aspetto di missione nazionale.

La reazione significa guerra nuovamente, e non guerra limitata, ma guerra in grande stile, poiché i grandi Stati capitalisti, proprio essi, si sono opposti alle aspirazioni dei nazionalisti italiani. Non vi pare di sentire in prossimità l'eco delle parole d'ordine: “La nazione proletaria deve lottare contro le nazioni capitaliste! Chi ha ferro ha pane”, non vi pare di risentire gli aforismi politici sulla decadenza francese e sulla gioventù espansiva dell'Italia?

L'Italia è veramente in preda a spiriti demoniaci incontrollati e imponderabili: l'unico principio d'ordine è contenuto nella classe operaia, nella volontà proletaria di inserire concretamente e attivamente l'Italia nel processo storico mondiale; questo principio d'ordine può esprimersi politicamente solo in un partito comunista organizzato in maniera ferrea e che abbia un fine ben chiaro e netto da proporsi. Il problema attuale, il problema storico fondamentale della vita italiana, è la organizzazione del partito comunista, che dia coscienza e movimento autonomo e preciso alle forze vive che esistono nel nostro paese e possono ancora salvarlo dalla perdizione.