La forza dello Stato

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E' il dicembre 1920 quando Gramsci scrive questo articolo sull'edizione piemontese dell'Avanti.
L'impresa di Fiume di D'Annunzio è a termine. Tale impresa ha rivelato l'incapacità della stessa borghesia liberale di dirigere il proprio Stato. Lo Stato borghese è in dissoluzione e si frantuma in mille rivoli locali. Giolitti è impotente a combattere il fascismo perché la macchina statale da lui stesso guidata e modellata per tanto tempo appoggia ovunque i fascisti, li arma e li protegge. La storia ha portato poi alla luce le numerose corrispondenze tra Giolitti, il suo vice Corradini e i diversi prefetti in cui questa realtà è descritta e confermata. L'analisi di Gramsci è priva di fatalismo o pessimismo: in assenza di un partito indipendente di classe, tale debolezza della borghesia può determinare non una rivoluzione ma un “recrudimento della barbarie”. Ma proprio per questo la discussione che si sta svolgendo nel Partito socialista, alla vigilia del Congresso di Livorno non riguarda solo i suoi tesserati, ma tutto il movimento operaio.

 

La forza dello Stato borghese risiede tutta nell'organizzazione armata ufficiale. Dall'armistizio fino ad oggi l'organizzazione armata dello Stato italiano non ha cessato un istante dal rivelarsi in intimo e progressivo sfacelo; la decomposizione si é allargata fino a tutte le altre istituzioni che si reggono sulla forza armata: l'amministrazione della giustizia, l'amministrazione del potere governativo.

La lotta attuale tra D'Annunzio e Giolitti è l'episodio culminante di questo sfacelo. Vi è alcunché di simbolico in questa lotta. Lo Stato italiano, pur nella sua farraginosa e mastodontica macchinosità, è stato sempre una cosa così buffa, che non meraviglia debba essere sfasciato proprio da un tipo come D'Annunzio.

L'on. Giolitti è stato uno dei maggiori costruttori dello Stato italiano; l'on. Giolitti è l'uomo che, dal '90 ad oggi, ha tenuto per un maggior numero di anni il potere governativo, egli conosce alla perfezione tutti i pezzi e tutte le nervature di questa macchina, egli può dirsi la impersoni, tanto la sua attività ha contribuito a darle forma e movimento: oggi l'on. Giolitti stesso è impotente a tenerla insieme, è impotente a impedirne il sabotaggio e la completa rovina. E da parte di chi? Non già di una grande forza avversaria, non già di un grande partito rivoluzionario che organizzi le masse popolari per farne un potente ariete da scagliare contro i baluardi del privilegio capitalistico; ma da parte di un letterato-guerriero, da parte di un uomo che vuole semplicemente divertirsi, da parte di un personaggio storico tutto italiano, nel quale si uniscono la psicologia di Coccapieller con quella di un Davide Lazzaretti.

Lo Stato italiano, in qualunque modo abbia fine questa lotta, è irrimediabilmente compromesso nel suo prestigio e nella sua dignità: la dimostrazione sperimentale del suo non essere, della sua incapacità politica, della sua anemia organizzativa, è stata data perentoriamente.

Ma come andrà a finire la lotta? L'assenza, proprio in questo periodo storico, di un forte partito politico del proletariato rivoluzionario, di un partito comunista rigidamente accentrato, capace di formare con la sua organizzazione la prima, provvisoria impalcatura di uno Stato operaio, autorizza l'affermazione che solo un rincrudimento di barbarie e di reazione sarà la fine di questa lotta.

La dissoluzione del potere borghese non significa di per se stessa nascita di un partito proletario se manca l'organizzazione politica della classe oppressa, se l'organizzazione esistente non ha un programma e un piano d'azione, la dissoluzione non può essere arrestata energicamente e continua a corrompere e a far imputridire tutto il corpo sociale. Stato significa accentramento di comando e d'azione. Lo Stato italiano cade in pezzi appunto perché i poteri locali non funzionano secondo le parole d'ordine che partono dal centro governativo: pullulano invece i gruppi armati locali, che si sostituiscono all'organizzazione armata ufficiale, ubbidiscono a interessi locali, svolgono una lotta da partigiani contro gli avversari locali. Il fascismo è l'espressione di questo corrompersi dei poteri statali. D'Annunzio lotta contro Giolitti perchè esiste il fascismo bolognese, milanese, torinese, fiorentino, ecc.; Giolitti è impotente contro D'Annunzio perché a Bologna, a Milano, a Torino, a Firenze i suoi funzionari sostengono il fascismo, armano i fascisti, si confondono coi fascisti; perché in tutti questi centri il fascismo si confonde con la gerarchia militare, perchè in tutti questi centri il potere giudiziario lascia impunito il fascismo. Il fascismo, come fenomeno nazionale, non può fondare un suo Stato, non può organizzarsi in potere centrale, perchè si confonde già con lo Stato, perché trova già la sua centralizzazione nell'attuale governo di Giolitti; il fascismo, come fenomeno dannunziano, è una contraddizione, non è un'antitesi, è una faccia dello stesso governo giolittiano, non ha niente di rivoluzionario, perché non è capace di superare dialetticamente il suo apparente avversario, perché non è capace di sostituirlo. Lo Stato italiano si dibatte in questa sua crisi morbosa, di intimo disfacimento; può risultare da essa solo nuova barbarie, nuovo caos, nuova anarchia, nuova reazione. Mai, come in questo momento, lo Stato italiano è stato una cosa risibile, una cosa buffa: ma purtroppo, nella vita degli Stati, essere buffi e ridicoli significa impunità per i violenti e nessuna sicurezza per le persone, significa sopruso, angheria, prepotenza, significa reazione contro i lavoratori.

Ecco perché noi crediamo che la discussione odierna fra le tendenze del Partito socialista italiano interessi tutta la massa lavoratrice e non solo i “tesserati”. La questione posta è questa: avrà il proletariato rivoluzionario il suo partito indipendente di classe, capace di centralizzare tutti gli sforzi di ribellione del popolo lavoratore, capace di fondare uno Stato operaio, capace di salvare dall'attuale caos gli elementi di rigenerazione e di ricostruzione, e di organizzarli fortemente e permanentemente?

Oggi il partito socialista è impari al suo compito storico, è impotente a dominare la situazione, perché contiene nel suo seno le stesse contraddizioni che dilaniano lo Stato borghese.

Come la borghesia non riesce più a tenere in piedi uno Stato forte, rispettato, ubbidito dalle molteplici parti che lo compongono, cos’ non riuscirebbe a reggersi uno Stato popolare che risultasse dall'avvento al potere del partito socialista così come oggi è composto. Uno Stato di tal genere non avrebbe nessuna forza, come l'attuale Stato giolittiano-fascista; sarebbe una continuazione del caos e dell'anarchia odierni: non sarebbe un energico colpo d'arresto alla dissoluzione borghese, ma una ulteriore fase di questa dissoluzione, con in più una completa demoralizzazione delle masse popolari. Ecco perché la discussione delle tendenze oggi interessa tutto il proletariato; il partito si disgrega perché si disgrega lo Stato borghese, perché le ideologie e i

programmi, in simili situazioni, tendono a chiarirsi fino allo spasimo, perché più fortemente si sentono le responsabilità. Il partito si disgrega perché sta nascendo un nuovo partito, il partito comunista, il partito del proletariato rivoluzionario; perché il proletariato rivoluzionario, neppure in

momenti come l'attuale intende compromettere il suo avvenire in qualche combinazione del genere di quella preparata dal conte Karoly in Ungheria.

Ciò che avviene oggi alla borghesia è un insegnamento prezioso per la classe operaia; Giolitti non può governare coi fascisti, la classe operaia non potrà governare e si rifiuterà di governare coi riformisti e cogli opportunisti: nello Stato operaio, come nello Stato borghese, non possono farsi esperimenti di mezzadria, senza seguito di rovine e di maggior corruzione.