Il carnefice e la vittima

Guida alla lettura

Gramsci scrive l’articolo seguente alla vigilia del Patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, denunciando come la concezione di imbrigliare questi ultimi nella legalità borghese sia solamente un’utopia, un accordo tra carnefice e vittima.
La prima ragione della sua contrarietà risiede proprio nel ruolo dello Stato: lungi dall’essere un arbitro imparziale, il governo Bonomi lascia impunite le aggressioni fasciste e permette alle squadracce un’organizzazione – anche di stampo armato – sempre più capillare.
In secondo luogo Gramsci insiste sulla natura del fascismo. Questo fenomeno non è relegabile ad un semplice gruppo di esaltati con il quale avviare un ragionamento, ma incarna la volontà del grande capitale di schiacciare la classe lavoratrice che nel Biennio Rosso aveva alzato la testa.
Nonostante la brevità dello scritto, Gramsci riesce a demolire in maniera efficace le argomentazioni a favore della pacificazione, prevedendo che la tattica socialista si dimostrerà un totale fallimento, con conseguenze drammatiche per la vita e le condizioni dei lavoratori italiani.

 

Il governo e la stampa borghese cercano un diversivo per mascherare il fallimento delle trattative di pace tra i parlamentari fascisti e i parlamentari riformisti. Il diversivo è già trovato: il partito comunista. Il partito comunista non vuole la pacificazione, il partito comunista è la causa di tutte le disgrazie e di tutte le sofferenze che si abbattono sul popolo italiano, il partito comunista è un'associazione di briganti, di assassini, di delinquenti comuni, il partito comunista è l'origine sola del fascismo.

Siccome il partito comunista non vuole la pacificazione, il governo di Bonomi non può fare a meno di continuare a lasciar fare ai fascisti tutto ciò che ai fascisti farà piacere. Le centinaia e migliaia di depositi di armi e munizioni che i fascisti spesso pubblicamente hanno accumulato non verranno sequestrati. Le mitragliatrici, i cannoni, i lanciafiamme, i moschetti saranno lasciati ai fascisti. I fascisti potranno ancora sfilare nelle città, incolonnati, col moschetto in spalla, con l'elmetto in testa, coi tascapane pieni di bombe. Lo Stato non interverrà, non applicherà le leggi, non aprirà le prigioni, non disturberà i giudici. Lo Stato non è, per ciò che riguarda i fascisti, un'amministrazione delle leggi, un'organizzazione repressiva e punitiva; lo Stato non esiste per i fascisti, lo Stato riconosce nei fascisti una autorità indipendente e tratta con loro, da pari a pari, e riconosce loro il diritto, se non avverrà la pacificazione, di continuare impunemente a incendiare, ad assassinare, a invadere città e villaggi, a decretare esili e scioglimenti di pubbliche amministrazioni.

C'è dell'ironia in questa azione pacificatrice del governo italiano. Chi sarà dunque il custode e il garante del “trattato di pace”? Chi si fiderà della parola di un governo che in tal modo, clamorosamente, confessa o di essere impotente o di essere in malafede? Come farà rispettare la “carta” che dovrebbe essere giurata dai sovversivi e dai fascisti, questo governo che non fa rispettare la carta fondamentale dello Stato giurata dal re al popolo italiano?

I comunisti non parteciperanno certamente a questo “mercato di sciocchi”, non compiranno certamente questo delitto contro il popolo italiano. Non può esserci pace tra il carnefice e la sua vittima, non può esserci pace tra il popolo e i suoi massacratori. Il partito comunista si assume tutte le responsabilità di questo suo atteggiamento. Sa di diventare il bersaglio della coalizione reazionaria, ma è sicuro che anche se “pacifista” diverrebbe egualmente il bersaglio della reazione coalizzata. La classe operaia italiana ha già visto quanto valgano le parole del governo italiano, dopo lo sgombero delle fabbriche occupate. Non dovevano esserci rappresaglie: gli operai sono stati cacciati in galera a migliaia e i tribunali sudano sette camicie per imbastire un colossale complotto. Gli operai sono stati buttati a centinaia di migliaia sulla strada a crepare di fame con le loro famiglie.

A Torino anche gli operai socialisti hanno già avuto la scottatura per la loro fiducia nella parola dei reazionari: hanno lasciato che in un primo tempo fossero licenziati dalle officine i comunisti, i più audaci lottatori della rivoluzione, hanno firmato un patto. Oggi è venuta la loro volta, oggi essi vengono licenziati.

Chi fa rispettare ai reazionari i patti, le promesse, i giuramenti? Ma non dimostrano essi, già prima della pacificazione, tutta la loro malafede? Non è coi comunisti, non è col partito comunista come piccolo nucleo di individui associati, che la reazione è in collera. Essa è in collera con la classe operaia e contadina, come massa di salariati schiavi del capitale; essa ha paura che la classe lavoratrice nella sua totalità, sia essa comunista, socialista, repubblicana, popolare, oppressa, taglieggiata, affamata, insorga contro i suoi sfruttatori e capovolga gli attuali rapporti di classe.

A Ferrara non si era neppure ancora formata una sezione comunista, eppure a Ferrara il fascismo è stato specialmente feroce. In tutte le zone agricole, nel Polesine, nel Reggiano, nelle Puglie, dove il fascismo ha instaurato il regime coloniale, il partito comunista, essenzialmente operaio e urbano, aveva scarsissime forze. Dove il partito comunista era specialmente forte, come a Torino, il fascismo ha tardato fino al mese di aprile ad entrare in campo. La sua aggressività ha coinciso con la crisi industriale, con la serrata della Fiat, ed è apparsa luminosamente come una coordinata tattica della lotta capitalistica contro l'organizzazione sindacale. Il fascismo non è una particolare associazione, come non è una particolare organizzazione il comunismo: il fascismo è un movimento sociale, è l'espressione organica della classe proprietaria in lotta contro le esigenze vitali della classe lavoratrice, della classe proprietaria che vuole, con la fame e con la morte dei lavoratori, ricostruire il sistema economico rovinato dalla guerra imperialista. In questa lotta l'iniziativa appartiene ancora alla classe proprietaria, come al fascismo appartiene l'iniziativa della guerra civile: la classe lavoratrice è la vittima della guerra di classe e non può esserci pace tra la vittima e il carnefice. Chi oggi vuole trascinare il proletariato alla pacificazione, è già anch'egli un carnefice: per la pietà che ispirano oggi i dieci uccisi, costoro preparano per domani la strage di mille. Non è neppure pietà codesta, è ipocrisia vile; il partito comunista non vuole essere né ipocrita né vile, appunto perché sente davvero la pietà umana per il destino atroce del popolo lavoratore.