Superstizione e realtà

Guida alla lettura

Gramsci aveva già scritto, nel 1919, dei limiti dei funzionari Fiom e dei dirigenti PSI. Burocrati che hanno ormai accettato il sistema e che piegano il movimento a questa accettazione. Qui tira le somme della sconfitta dell'aprile 1920. Risponde frontalmente all'accusa di estremismo, spiegando che i lavoratori si sono mobilitati indipendentemente da loro ma che da loro sono stati traditi.

Pone chiaramente la necessità di organizzarsi nel PSI e di organizzare un fronte unico sindacale tra i dirigenti torinesi e i dirigenti combattivi di tutta Italia per rompere l'isolamento e contrastare il funzionariato che he messo in ginocchio il movimento.


 

«È passato il tempo, già da un pezzo, in cui la superstizione attribuiva le rivoluzioni alla perversità di un pugno di agitatori. Oggi tutti sanno che in fondo a ogni convulsione rivoluzionaria deve esistere un qualche bisogno sociale che le istituzioni invecchiate impediscono sia soddisfatto. È possibile che questo bisogno non si faccia ancora sentire abbastanza profondamente e abbastanza diffusamente per assicurare un successo immediato, ma ogni tentativo per soffocarlo violentemente riuscirà solo a farlo irrompere con maggior forza finché abbia spezzato i suoi ceppi.

Se dunque noi siamo stati sconfitti è nostro dovere ricominciare da capo: l’intervallo di sosta, breve probabilmente, che ci è consentito tra la fine del primo e l’inizio del secondo atto, fortunatamente ci lascia tempo per un lavoro quanto mai utile: lo studio delle cause che determinarono, col loro confluire, la recente rivoluzione e la sua sconfitta; cause che non debbono essere ricercate negli sforzi, nella genialità, nelle colpe, negli errori o nei “tradimenti” di alcuni capi, ma nello stato generale della società e nella condizione di esistenza di ciascuna nazione sconvolta.»[1]

 

La superstizione attribuisce lo sciopero generale di Torino e del Piemonte, attribuisce un movimento durato dieci giorni di vita intensissima, che ha coinvolto mezzo milione di operai e contadini, che ha determinato rotture micidiali nell’apparecchio del potere di Stato borghese, che ha dimostrato la sua forza d’espansione nelle simpatie e nei consensi attivi suscitati in tutta la classe proletaria italiana, attribuisce un tale movimento alla boria regionale di un pugno di «irresponsabili», alla fallace illusione di un gruppetto di estremisti «scalmanati», alle tenebrose elucubrazioni «russe» di alcuni elementi intellettuali che complottano nell’anonimia del famigerato comitato di studio dei Consigli torinesi.

 

Dopo settant’anni da che Carlo Marx poteva presumere «passato già da un pezzo il tempo», la superstizione trova devoti non solo tra i minori scrittori del Corriere della Sera e del Giornale d’Italia, non solo nell’on. Edoardo Giretti ma anche nell’ufficio di direzione e di gerenza dell’organo della Confederazione generale del lavoro, che abbraccia due milioni di proletari italiani e presume attuare la prassi del marxismo in Italia.

 

La classe operaia torinese è stata sconfitta. Tra le condizioni che hanno determinato la sconfitta è anche la «superstizione», la cortezza di mente dei responsabili del movimento operaio italiano.

 

Tra le condizioni mediate di secondo grado che hanno determinato la sconfitta è quindi anche la mancanza di coesione rivoluzionaria dell’intero proletariato italiano che non riesce a esprimere dal suo seno, organicamente e disciplinatamente, una gerarchia sindacale che sia un riflesso dei suoi interessi e del suo spirito rivoluzionario. Tra le condizioni mediate di primo grado che hanno determinato la sconfitta sono quindi da ritenersi lo stato generale della società italiana e le condizioni di esistenza di ogni regione e di ogni provincia che costituisce una cellula sindacale della Confederazione generale del lavoro.

 

È certo insomma che la classe operaia torinese è stata sconfitta perché in Italia non esistono, non sono ancora maturate le condizioni necessarie e sufficienti per un organico e disciplinato movimento di insieme della classe operaia e contadina. Di questa immaturità, di questa insufficienza del popolo lavoratore italiano è indubbio documento la «superstizione» e la cortezza di mente dei capi responsabili del movimento organizzato del popolo lavoratore italiano.

 

Il 7 marzo si tiene a Milano un convegno nazionale degli industriali. Il comm. Silvestri, presidente della Confederazione generale dell’industria, pronunzia al convegno un discorso violentissimo contro le otto ore, contro gli aumenti di salario, contro il governo pusillanime che non ha difeso il capitale a Pont Canavese, a Torre Pellice, ad Asti (invasione dei cotonifici Mazzonis e della segheria di Asti), contro il governo pusillanime che non sa difendere il regime individualista borghese dagli assalti dei comunisti.

 

L’onorevole Gino Olivetti, segretario confederale, riferisce al convegno sulla quistione dei Consigli di fabbrica e conclude proclamando che i Consigli operai torinesi devono essere schiacciati implacabilmente; la concezione capitalistica espressa dall’Olivetti viene applicata dagli industriali torinesi nell’offensiva contro i Consigli operai ed è riassunta nelle due massime che i manifesti dei capitalisti urlano vittoriosamente in tutte le vie della città, dopo la sconfitta proletaria: «Nelle ore di lavoro si lavora e non si discute. Nelle fabbriche non ci può essere che un’unica autorità».

 

Dopo il convegno di Milano gli industriali riescono ad avere dal governo assicurazioni precise: a Torino sta per succedere qualcosa di nuovo e di inaudito: il direttore del Giornale d’Italia ha fiutato, nei ministeri romani, odore di sangue e spicca un corrispondente speciale a Torino, che si precipita nelle redazioni dei giornali e nelle direzioni delle fabbriche a domandare: — Ma che succede dunque a Torino? Perché si ha tanta paura a Roma degli operai torinesi? Perché il mio direttore mi ha mandato a Torino a fare un’inchiesta sul movimento operaio e sui Consigli di fabbrica? — E subito ecco le notizie pervenire al comitato di studio: ieri sono giunte mille nuove guardie regie; oggi altre mille; forze militari ingenti si accampano nel tale e nel tal altro paese dei dintorni; piazzano batterie nei tali e tal altri punti della collina; in queste chiese, sui tetti di questi palazzi hanno appostato mitragliatrici; si lasciano costituire depositi di armi per le associazioni sussidiate dagli industriali; queste associazioni si sono messe direttamente a contatto con gli ufficiali aderenti che comandano reparti nella provincia.

 

Intanto il corrispondente del Giornale d’Italia annunzia nelle sue lettere da Torino che gli industriali sono decisi a fiaccare la classe operaia, che gli industriali hanno giurato di sostenersi solidalmente nella lotta fino alla serrata generale, che gli industriali torinesi saranno strenuamente sostenuti da tutta la classe capitalistica italiana, che il cozzo tra operai e industriali avverrà a breve scadenza.

 

Tutto questo movimento della classe capitalistica e del potere di Stato per asserragliare Torino, per cogliere la classe operaia torinese in una fossa da lupi, non fu neppure percepito dai capi responsabili della classe operaia italiana organizzata. La vasta offensiva capitalistica fu minuziosamente preparata senza che lo «stato maggiore» della classe operaia organizzata se ne accorgesse, se ne preoccupasse: e questa assenza delle centrali dell’organizzazione divenne una condizione della lotta, un’arma tremenda in mano agli industriali e al potere di Stato, una fonte di debolezza per i dirigenti locali della sezione metallurgica.

 

Gli industriali condussero l’azione con estrema abilità.

Gli industriali sono divisi tra loro per il profitto, sono divisi tra loro per la concorrenza economica e politica, ma di fronte alla classe operaia essi sono un blocco d’acciaio: non esiste il disfattismo nel loro seno, non esiste chi sabota l’azione generale, chi semina lo sconforto e il panico.

 

Gli industriali, avviluppata la città in un perfetto sistema militare, trovarono un «naso di Cleopatra» che mutasse faccia alla storia: alle officine «Industrie metallurgiche», per una manomissione senza conseguenze dell’orologio, gli industriali domandarono l’ineleggibilità per un anno dei compagni della Commissione interna, domandarono cioè che sei compagni fossero per un anno privati dei diritti civili proletari.

 

Il movimento si iniziò da questo punto e si aggravò a mano a mano che gli industriali spiegavano con accortezza e con metodo tutta la loro manovra; i delegati operai per le trattative erano dei giocattoli nelle mani degli industriali, e sapevano di esserlo, e gli industriali sapevano che gli operai sapevano.

Gli operai erano persuasi che le trattative erano vane, ma dovevano continuare a trattare, perché un arresto, uno scoraggiamento, un moto impulsivo avrebbe provocato il cozzo sanguinoso che era voluto dagli industriali, dalla polizia, dalla casta militare, dai circoli reazionari: i delegati operai conoscevano perfettamente le condizioni generali di armamento in cui gli eventi si svolgevano, e dovettero per giorni e giorni macerare il loro cervello e il loro cuore per attendere, per superare il giorno, per vedere dove sarebbe giunta l’offensiva avversaria, perché gli avversari dovessero giungere fino al punto in cui fosse impossibile non toccare princípi che costringessero gli organismi centrali a pronunziarsi e a scendere in campo.

 

Cosí si giunse allo sciopero generale, al grandioso schieramento delle forze proletarie piemontesi, cosí si giunse fino al punto in cui, per le dimostrazioni di solidarietà attiva date dai ferrovieri, dai marinari, dagli scaricatori del porto, dimostrazioni che misero in rilievo l’intima debolezza dell’apparecchio statale borghese, si poté anche credere alla possibilità di una insurrezione generale del proletariato italiano contro il potere di Stato, insurrezione che si pensava già destinata a fallire nel suo fine ultimo, la composizione di un governo rivoluzionario, perché tutto lo svolgersi del movimento aveva dimostrato che in Italia non esistono le energie rivoluzionarie organizzate capaci di centralizzare un movimento vasto e profondo, capaci di dare sostanza politica a un irresistibile e potente sommovimento della classe oppressa, capaci di creare uno Stato e di imprimergli un dinamismo rivoluzionario.

 

La classe operaia torinese è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia torinese è stata trascinata nella lotta; essa non aveva libertà di scelta, non poteva rimandare il giorno del conflitto perché l’iniziativa della guerra delle classi appartiene ancora ai capitalisti e al potere dello Stato borghese.

 

Chi parla di «illusioni fallaci» sottintende necessariamente che la classe operaia deve sempre piegare il collo dinanzi ai capitalisti, sottintende necessariamente che la classe operaia deve persuadersi di essere solo una mandra di bestiame, un’accolta di bruti senza coscienza e senza volontà, che la classe operaia deve persuadersi di essere incapace di avere una propria concezione da contrapporre alla concezione borghese, di avere nozioni, sentimenti, aspirazioni, interessi contraddittori con le nozioni, i sentimenti, le aspirazioni, gli interessi della classe borghese.

 

La classe operaia torinese è stata sconfitta. Continuano ad esistere in Torino le grandi officine meccaniche, nelle quali la raffinata divisione del lavoro e il continuo perfezionamento degli automatismi spinge i capitalisti alle forme piú sordide e piú irritanti di oppressione dell’uomo sull’uomo. Da queste condizioni del lavoro gli operai erano spinti incessantemente a ricercare forme di organizzazione e metodi di lotta in cui ritrovare la loro potenza e la loro figura di classe rivoluzionaria che piú non trovavano nel sindacato professionale: le stesse condizioni determineranno gli stessi impulsi rivoluzionari anche dopo la sconfitta politica.

 

Gli industriali continueranno nei tentativi di suscitare artificialmente la concorrenza tra gli operai, suddividendoli in categorie arbitrarie, e ogni categoria in altre categorie, quando il perfezionamento degli automatismi ha ucciso questa concorrenza; continueranno nei tentativi di inasprire i tecnici contro gli operai e gli operai contro i tecnici, quando i sistemi di lavoro tendono ad affratellare questi due fattori della produzione, e li spingono a unirsi politicamente; gli operai continueranno a sentire di non poter essere difesi dai sindacati professionali nella lotta contro la molteplicità e la imprevedibilità delle insidie che i capitalisti, favoriti dai nuovi modi di produzione, loro incessantemente tendono, e non saranno mai queti, non lavoreranno mai con tranquillità, sentiranno piú aspramente il loro stato di oppressione, saranno piú facili agli impulsi e agli scatti di collera.

 

Da queste nuove condizioni di lavoro, maturate durante la guerra, era stata determinata a Torino la formazione dei Consigli di fabbrica: le condizioni permangono, permane il bisogno nella coscienza degli operai, bisogno acuito e reso intelligente dall’educazione politica, e solo il Consiglio di fabbrica e il sistema dei Consigli potranno soddisfarlo.

 

La classe operaia, per lo sviluppo della civiltà industriale, per lo sviluppo dei mezzi di oppressione e di sfruttamento, è condotta ad attuare azioni, a porsi e a tentare fini, ad applicare metodi, che non vengono compresi dagli uomini freddi e senza entusiasmo che il meccanismo burocratico ha posto nelle cariche direttive delle sue organizzazioni di lotta.

 

Cinquecentomila operai e contadini sono trascinati nella lotta: contro di loro sono accampate l’intera classe capitalistica e le forze del potere di Stato. L’intervento energico delle centrali del movimento operaio organizzato potrebbe equilibrare le forze e, se non determinare una vittoria, mantenere e consolidare le conquiste fatte dagli operai con un lavoro paziente e tenace di organizzazione, con centinaia e migliaia di piccole azioni nelle officine e nei reparti.

 

Da chi dipende questo intervento? Da un organismo eletto dagli operai, continuamente controllato, i cui membri possono essere revocabili a ogni istante? No, da impiegati giunti a quel posto per vie burocratiche, per amicizie; da impiegati di corta mente che non vedono neppure ciò che gli industriali e lo Stato preparano, che non conoscono la vita della fabbrica e i bisogni degli operai, e sono «superstiziosi» come un pastore protestante e vanitosi come l’usciere di un ministero.

 

La classe operaia torinese ha già dimostrato di non essere uscita dalla lotta con la volontà spezzata, con la coscienza disfatta. Continuerà nella lotta: su due fronti. Lotta per la conquista del potere industriale; lotta per la conquista delle organizzazioni sindacali e per l’unità proletaria.

Lo sciopero generale ha dimostrato quanto sia espansivo il movimento «letterario» sorto nel campo industriale torinese.

 

Nell’Ordine Nuovo dell’11 ottobre 1919 il malessere che serpeggiava sordamente in mezzo alle masse organizzate era cosí tratteggiato:

 

«Gli operai sentono che il complesso della loro organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura e al suo complicato funzionamento, ma estranee alla massa che ha acquistato coscienza della sua missione storica di classe rivoluzionaria. Sentono che la loro volontà di potenza non riesce a esprimersi, in senso netto e preciso, attraverso le attuali gerarchie istituzionali. Sentono che anche in casa loro, nella casa che hanno costruito tenacemente, con sforzi pazienti, cementandola con il sangue e le lacrime, la macchina schiaccia l’uomo, il funzionarismo isterilisce lo spirito creatore e il dilettantismo banale e verbalistico tenta invano di nascondere l’assenza di concetti precisi sulle necessità della produzione industriale e la nessuna comprensione della psicologia delle masse proletarie. Gli operai si irritano per queste condizioni di fatto, ma sono individualmente impotenti a modificarle».

 

Il movimento per i Consigli dette una forma e un fine concreto al malessere che si compose nell’azione disciplinata e cosciente. Bisogna coordinare Torino con le forze sindacali rivoluzionarie di tutta Italia, per impostare un piano organico di rinnovazione dell’apparato sindacale che permetta alla volontà delle masse di esprimersi e spinga i sindacati nel campo di lotta della III Internazionale comunista.


[1]               Karl Marx, Révolution et contrerévolution en Allemagne, Paris, 1900, pp. 2-3.