Lettera ad Alfonso Leonetti

Guida alla lettura

A 3 anni dalla sconfitta del Biennio rosso, Gramsci scrive quella che, probabilmente, è considerata la sua analisi più coerente del lavoro svolto negli ultimi anni. Questa lettera ruota tutta attorno a due concetti: l'Ordine Nuovo doveva divenire frazione organizzata nel Partito Socialista e una riorganizzazione non può essere un fatto puramente organizzativo. Contano idee, metodi e programmi.


 

La tua lettera mi è stata molto gradita perché ha dimostrato che non sono solo ad avere certe preoccupazioni e a ritenere necessarie determinate soluzioni dei nostri problemi. Condivido, quasi completamente, l'analisi che tu hai fatto. Purtroppo però la situazione è molto più grave e difficile di quanto tu possa immaginare e perciò ritengo necessaria una certa prudenza. Sono persuaso che Bordiga è capace di giungere ai più gravi estremi se vede che la situazione del partito diventa difficile per causa sua. Egli è fortemente e recisamente convinto di essere nel vero e di rappresentare gli interessi più vitali del movimento proletario italiano e non indietreggerà neanche dinanzi alla eventualità di una sua espulsione dall'Internazionale. Ma qualche cosa bisogna pur fare e dovrà essere fatta da noi.

Non condivido il tuo punto di vista che si debba rivalorizzare il nostro gruppo di Torino formatosi intorno all'"Ordine Nuovo". In questi due anni ho visto come la campagna fatta dall'"Avanti" e dai socialisti contro di noi abbia influenzato e lasciato profonde tracce anche tra i membri attuali del nostro partito. A Mosca gli emigrati erano divisi in due campi su questo punto e qualche volta le liti giungevano fino alla rissa e alla colluttazione. D'altronde Tasca appartiene alla minoranza avendo condotto fino alle estreme conseguenze la posizione assunta fin dal gennaio 1920 e culminata nella polemica fra me e lui. Togliatti non sa decidersi come era un po' sempre nelle sue abitudini; la personalità "vigorosa" di Bordiga lo ha fortemente colpito e lo trattiene a mezza via in una indecisione che cerca giustificazioni in cavilli puramente giuridici.[1] Terracini credo sia fondamentalmente anche più estremista di Bordiga, perché ne ha sorbito la concezione, ma non ne possiede la forza intellettuale, il senso pratico e la capacità organizzativa. In che cosa dunque potrebbe rivivere il nostro gruppo? Sembrerebbe nient'altro che una cricca raccoltasi attorno alla mia persona per ragioni burocratiche. Le stesse idee fondamentali che hanno caratterizzato l'attività dell'"Ordine Nuovo" sono oggi o sarebbero anacronistiche.

Apparentemente, almeno oggi, le questioni assumono la forma di problemi di organizzazione e soprattutto di organizzazione del partito. Apparentemente, dico, perché di fatto il problema è sempre lo stesso: quello dei rapporti fra il centro dirigente e la massa del partito e fra il partito e le classi della popolazione lavoratrice.

Nel 1919-20 noi abbiamo commesso errori gravissimi che in fondo adesso scontiamo. Non abbiamo, per paura di essere chiamati arrivisti e carrieristi, costituito una frazione e cercato di organizzarla in tutta Italia. Non abbiamo voluto dare ai Consigli di fabbrica di Torino un centro direttivo autonomo e che avrebbe potuto esercitare un'immensa influenza in tutto il paese, per paura della scissione nei sindacati e di essere troppo prematuramente espulsi dal partito socialista.[2] Dovremmo, o almeno io dovrò, pubblicamente dire di aver commesso questi errori che indubbiamente hanno avuto non lievi ripercussioni.

In verità se dopo la scissione di aprile avessimo assunto la posizione che io pure pensavo necessaria, forse saremmo arrivati in una situazione diversa alla occupazione delle fabbriche e avremmo rimandato questo avvenimento ad una stagione più propizia. I nostri meriti sono molto inferiori a quello che abbiamo dovuto strombazzare per necessità di propaganda e di organizzazione; abbiamo solo, e certo questo non è piccola cosa, ottenuto di suscitare e organizzare un forte movimento di massa che ha dato al nostro partito la sola base reale che esso ha avuto negli anni scorsi.

Oggi le prospettive sono diverse e bisogna accuratamente evitare di insistere troppo sul fatto della tradizione torinese e del gruppo torinese. Si finirebbe in polemiche di carattere personalistico per contendersi il maggiorasco di una eredità di ricorsi e di parole.

Praticamente io penso di influire in questo modo nella situazione. Se verrà pubblicato il manifesto della cosiddetta sinistra comunista, e forse a quest'ora è già stato pubblicato nel primo numero del risorto "Stato Operaio", scriverò un articolo o una serie di articoli per spiegare il perché la mia firma non vi appaia e schizzare un progettino di compiti pratici che il partito deve risolvere nella situazione attuale.[3]

Se verrà preparata una conferenza del partito e la discussione si svolgerà per vie interne, con solo un minimo di pubblicità, farò una specie di memoriale per i funzionari di partito e i capi gruppo nel quale sarò più esplicito e più diffuso. In ogni caso ritengo indispensabile evitare di inasprire la polemica. Ho visto come sia facile, col nostro temperamento e con lo spirito settario e unilaterale proprio degli italiani, arrivare ai peggiori estremi e alla rottura completa fra i vari compagni.

Ti sarò grato se vorrai scrivermi ancora per comunicarmi le correnti principali che prevalgono nel partito e l'atteggiamento dei compagni che io conosco, specialmente quelli di Torino.


[1]             La direzione di Togliatti descriverà un idillio con Gramsci nei decenni successivi alla sua morte che non trova riscontro nell'animo di Gramsci. Il rivoluzionario italiano, anzi, contesta a Togliatti il suo tatticismo, di fatto esponendolo a una critica di burocratismo che, vent'anni dopo, avrebbe condotto il partito alla svolta di Salerno e al sostegno del capitalismo italiano dopo la caduta del regime fascista.

[2]             Qui è il cuore dell'analisi del rivoluzionario sardo sull'esperienza del Biennio Rosso. La lotta di corrente per dirigere il movimento operaio è una lotta per la vita e la morte delle rivoluzioni.

[3]             Gramsci si dichiarerà fortemente contrario a soluzioni organizzativistiche, basate sulla fondazione di sempre nuove sigle, per riorganizzare le forze rivoluzionarie in Italia.