Il Consiglio di fabbrica

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Questo articolo è stato pubblicato senza firma sull’Ordine Nuovo il 5 giugno 1920.

Qui si ribadisce come i consigli di fabbrica siano l’incarnazione del processo rivoluzionario e la forma emblematica, al contempo cellula fondamentale e modello, del nuovo Stato operaio. Infatti, a differenza del partito politico e del sindacato, i consigli non nascono né muoiono nel perimetro della democrazia borghese, all’interno del quale i rapporti sono tra cittadini e, dunque, “orizzontali”. Al contrario, essi sorgono là dove lo sfruttamento capitalista si esercita in maniera più diretta e “verticale”: la fabbrica. Nella misura in cui, dunque, nascono come organismi di contropotere nel luogo fisico dello sfruttamento del lavoro salariato (la fabbrica), al fine di gestire la produzione secondo le esigenze dei lavoratori e non del padrone, i consigli proiettano direttamente verso il superamento del capitalismo.

L’articolo sottolinea poi l’universalità di questa nuova istituzione del movimento operaio, un’universalità segnalata dal fatto che la classe operaia tutta a livello internazionale si stia dotando di strumenti e istituti simili.


 

La rivoluzione proletaria non è l’atto arbitrario di una organizzazione che si afferma rivoluzionaria o di un sistema di organizzazioni che si affermano rivoluzionarie. La rivoluzione proletaria è un lunghissimo processo storico che si verifica nel sorgere e nello svilupparsi di determinate forze produttive (che noi riassumiamo nell’espressione: «proletariato») in un determinato ambiente storico (che noi riassumiamo nelle espressioni: «modo di proprietà individuale, modo di produzione capitalistico, sistema di fabbrica, modo di organizzazione della società nello Stato democratico-parlamentare»). In una determinata fase di questo processo, le forze produttive nuove non possono più svilupparsi e sistemarsi in modo autonomo negli schemi ufficiali in cui si svolge la convivenza umana; in questa determinata fase avviene l’atto rivoluzionario, che consiste in uno sforzo diretto a spezzare violentemente questi schemi, diretto a distruggere tutto l’apparecchio di potere economico e politico, in cui le forze produttive rivoluzionarie erano contenute oppressivamente, che consiste in uno sforzo diretto a infrangere la macchina dello Stato borghese e a costituire un tipo di Stato nei cui schemi le forze produttive liberate trovino la forma adeguata per il loro ulteriore sviluppo, per la loro ulteriore espansione, nella cui organizzazione esse trovino il presidio e le armi necessarie e sufficienti per sopprimere i loro avversari.

Il processo reale della rivoluzione proletaria non può essere identificato con lo sviluppo e l’azione delle organizzazioni rivoluzionarie di tipo volontario e contrattualista quali sono il partito politico e i sindacati professionali: organizzazioni nate nel campo della democrazia borghese, nate nel campo della libertà politica, come affermazioni e come sviluppo della libertà politica. Queste organizzazioni, in quanto incarnano una dottrina che interpreta il processo rivoluzionario e ne prevede (entro certi limiti di probabilità storica) lo sviluppo, in quanto sono riconosciute dalle grandi masse come un loro riflesso e un loro embrionale apparecchio di governo, sono attualmente e sempre più diventeranno gli agenti diretti e responsabili dei successivi atti di liberazione che l’intiera classe lavoratrice tenterà nel corso del processo rivoluzionario. Ma tuttavia esse non incarnano questo processo, esse non superano lo Stato borghese, esse non abbracciano e non possono abbracciare tutto il molteplice pullulare di forze rivoluzionarie che il capitalismo scatena nel suo procedere implacabile di macchina da sfruttamento e da oppressione.

Nel periodo di predominio economico e politico della classe borghese lo svolgimento reale del processo rivoluzionario avviene sotterraneamente, nell’oscurità della fabbrica e nell’oscurità della coscienza delle moltitudini sterminate che il capitalismo assoggetta alle sue leggi: esso non è controllabile e documentabile, lo sarà in avvenire quando gli elementi che lo costituiscono (i sentimenti, le velleità, le abitudini, i germi di iniziativa e di costume) si saranno sviluppati e purificati con lo svilupparsi della società, con lo svilupparsi della situazione che la classe operaia viene ad occupare nel campo della produzione. [1] Le organizzazioni rivoluzionarie (il partito politico e il sindacato professionale) sono nate nel campo della libertà politica, nel campo della democrazia borghese, come affermazione e sviluppo della libertà e della democrazia in generale, in un campo in cui sussistono i rapporti di cittadino a cittadino: il processo rivoluzionario si attua nel campo della produzione, nella fabbrica, dove i rapporti sono di oppressore a oppresso, di sfruttatore a sfruttato, dove non esiste libertà per l’operaio, dove non esiste democrazia; il processo rivoluzionario si attua dove l’operaio è nulla e vuol diventare tutto, dove il potere del proprietario è illimitato, è potere di vita e di morte sull’operaio, sulla donna dell’operaio, sui figli dell’operaio.

 

Quando noi diciamo che il processo storico della rivoluzione operaia, che è immanente nella convivenza umana in regime capitalista, che ha le leggi in se stesso e si svolge necessariamente per il confluire di una molteplicità di azioni incontrollabili perché create da una situazione che non è voluta dall’operaio e non è prevedibile dall’operaio, quando noi diciamo che il processo storico della rivoluzione operaia è affiorato alla luce, è diventato controllabile e documentabile?

Noi diciamo questo quando tutta la classe operaia è diventata rivoluzionaria, non più nel significato che essa rifiuta genericamente di collaborare agli istituti di governo della classe borghese, non più nel senso che essa rappresenta una opposizione nel campo della democrazia, ma nel senso che tutta la classe operaia, quale si ritrova in una fabbrica, inizia un’azione che deve necessariamente sboccare nella fondazione di uno Stato operaio, che deve necessariamente condurre a configurare la società umana in una forma che è assolutamente originale, in una forma universale, che abbraccia tutta l’Internazionale operaia e quindi tutta l’umanità. E noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario appunto perché constatiamo che la classe operaia, in tutte le nazioni, tende a creare, tende con tutte le sue energie — pur tra gli errori, i tentennamenti, gli impacci propri di una classe oppressa, che non ha esperienza storica, che deve tutto fare originalmente — a esprimere dal suo seno istituti di tipo nuovo nel campo operaio, istituti a base rappresentativa, costruiti entro una schema industriale; noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario perché la classe operaia tende con tutte le sue forze, con tutta la sua volontà a fondare il suo Stato. Ecco perché noi diciamo che la nascita dei Consigli operai di fabbrica rappresenta un grandioso evento storico, rappresenta l’inizio di una nuova èra nella storia del genere umano: per essa il processo rivoluzionario è affiorato alla luce, entra nella fase in cui può essere controllato e documentato.

 

Nella fase liberale del processo storico della classe borghese e della società dominata dalla classe borghese, la cellula elementare dello Stato era il proprietario che nella fabbrica soggioga al suo profitto la classe operaia. Nella fase liberale il proprietario era anche imprenditore, era anche industriale: il potere industriale, la fonte del potere industriale era nella fabbrica, e l’operaio non riusciva a liberare la sua coscienza dalla persuasione della necessità del proprietario, la cui persona si identificava con la persona dell’industriale, con la persona del gestore responsabile della produzione e quindi anche del suo salario, del suo pane, del suo abito, del suo tetto.

Nella fase imperialista del processo storico della classe borghese, il potere industriale di ogni fabbrica si stacca dalla fabbrica e si accentra in un trust, in un monopolio, in una banca, nella burocrazia statale. Il potere industriale diventa irresponsabile e quindi più autocratico, più spietato, più arbitrario: ma l’operaio, liberato dalla soggezione del «capo», liberato dallo spirito servile di gerarchia, spinto anche dalle nuove condizioni generali in cui la società si trova dipendentemente dalla nuova fase storica, l’operaio attua inapprezzabili conquiste di autonomia e di iniziativa.

Nella fabbrica la classe operaia diventa un determinato «strumento di produzione» in una determinata costituzione organica; ogni operaio entra «casualmente» a far parte di questo corpo costituito casualmente per ciò che riguarda la sua volontà, ma non casualmente per ciò che riguarda la sua destinazione di lavoro, poiché egli rappresenta una necessità determinata del processo di lavoro e di produzione e solo per ciò viene assunto, solo per ciò può guadagnarsi il pane: egli è un ingranaggio della macchina-divisione del lavoro, della classe operaia determinatasi in uno strumento di produzione. Se l’operaio acquista coscienza chiara di questa sua «necessità determinata» e la pone a base di un apparecchio rappresentativo a tipo statale (cioè non volontario, contrattualista, per via di tessera, ma assoluto, organico, aderente ad una realtà che è necessario riconoscere se si vuole avere assicurati il pane, il vestito, il tetto, la produzione industriale): se l’operaio, se la classe operaia fa questo, essa fa una cosa grandiosa, essa inizia una storia nuova, essa inizia l’èra degli Stati operai che dovranno confluire alla formazione della società comunista, del mondo organizzato sulla base e sul tipo della grande officina meccanica, della Internazionale comunista nella quale ogni popolo, ogni parte di umanità acquista figura in quanto esercita una determinata produzione preminente e non più in quanto è organizzata in forma di Stato e ha determinate frontiere.

In quanto costruisce questo apparecchio rappresentativo, in realtà la classe operaia compie l’espropriazione della prima macchina, del più importante strumento di produzione: la classe operaia stessa, che si è ritrovata, che ha acquistato coscienza della sua unità organica e che unitariamente si contrappone al capitalismo. La classe operaia afferma così che il potere industriale, che la fonte del potere industriale deve ritornare alla fabbrica, pone nuovamente la fabbrica, dal punto di vista operaio, come forma in cui la classe operaia si costituisce in corpo organico determinato, come cellula di un nuovo Stato, lo Stato operaio, come base di un nuovo sistema rappresentativo, il sistema dei Consigli. Lo Stato operaio, poiché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale, l’Internazionale comunista.

Come oggi, nel Consiglio di una grande officina meccanica, ogni squadra di lavorazione (di mestiere) si amalgama, dal punto di vista proletario, con le altre squadre di un reparto, ogni momento della produzione industriale si fonde, dal punto di vista proletario, con gli altri momenti e pone in rilievo il processo produttivo, così nel mondo, il carbone inglese si fonde col petrolio russo, il grano siberiano con lo zolfo di Sicilia, il riso del Vercellese col legname della Stiria... in un organismo unico, sottoposto a una amministrazione internazionale che governa la ricchezza del globo in nome dell’intera umanità. In questo senso il Consiglio operaio di fabbrica è la prima cellula di un processo storico che deve culminare nell’Internazionale comunista, non più come organizzazione politica del proletariato rivoluzionario, ma come riorganizzazione dell’economia mondiale e come riorganizzazione di tutta la convivenza umana, nazionale e mondiale. Ogni azione attuale rivoluzionaria ha valore, è reale storicamente, in quanto aderisce a questo processo, in quanto è concepita ed è un atto di liberazione di questo processo dalle soprastrutture borghesi che lo costringono e lo inceppano.

 

I rapporti che devono intercorrere tra il partito politico e il Consiglio di fabbrica, tra il sindacato e il Consiglio di fabbrica risultano già implicitamente da questa esposizione: il partito e il sindacato non devono porsi come tutori o come superstrutture già costituite di questa nuova istituzione, in cui prende forma storica controllabile il processo storico della rivoluzione, essi devono porsi come agenti consapevoli della sua liberazione dalle forze di compressione che si riassumono nello Stato borghese, devono proporsi di organizzare le condizioni esterne generali (politiche) in cui il processo [della] rivoluzione abbia la sua massima celerità, in cui le forze produttive liberate trovino la massima espansione.


[1] Come aveva già messo in luce Marx, le condizioni fondamentali per il superamento del capitalismo sono, in fondo, nel capitalismo stesso: nel suo riunire i lavoratori in un unico luogo fisico e nel suo organizzare la produzione in maniera collettiva. Questi sono elementi oggettivi necessari alla rivoluzione e alla trasformazione della società in senso socialista. Tuttavia, non sono sufficienti: elementi soggettivi, quali lo sviluppo della coscienza di classe e il divenire della classe da classe in sé a classe per sé, sono altrettanto fondamentali.