Lettera di Ottavio Pastore

Il problema delle Commissioni interne è da qualche tempo dibattuto con notevole copia di argomenti nelle co­lonne dell' « Ordine Nuovo», mentre gruppi di operai ten­tano di esperimentare la nuova istituzione nelle varie of­ficine. Mi sembra ora opportuno di raccogliere i risultati delle discussioni e di tentare una prima concretizzazione delle forme nelle quali sarebbe opportuno incanalare questa attività della classe operaia.

Come fondamento mi sembra debba porsi la necessità  di non creare un istituto che possa mettersi in contrasto con i Sindacati di mestiere. Ciò avverrebbe inevitabilmente se non si riuscisse ad inquadrare le Commissioni interne nei Sindacati stessi, trasformando questi nei modi più opportuni. Il Sindacato è l'organo che il proletariato si è creato per le sue lotte di contrapposto agli istituti della borghesia parlamentarista. Ma esso raccoglie le masse operaie all'infuori della fabbrica, mentre le Commissioni in­terne agiscono nella fabbrica stessa, e sono quindi in grado di raggruppare più facilmente e più spontaneamente le maestranze e di esserne le migliori e più dirette espressioni. Ma è anche evidente che le Commissioni interne isolate perderebbero di vista i problemi e gli ìnteressì generali e produrrebbero un frazionamento del movimento operaio assai pericoloso e assai dannoso.

Si tratta quindi, secondo me, di fare delle commissioni interne la base dei Sindacati, fondendo i due sistemi ed utilizzando tutti i vantaggi che se ne possono ritrarre.

I problemi che si dovrebbe cominciare a risolvere praticamente sono questi: 1) Organizzazione delle  Commissione interne. 2) Funzionamento e coordinamento delle stesse. 3) Inquadramento nei Sindacati.

Come devono essere formate le Commissioni? Vi è una tendenza a farle nominare dalle Organizzazioni. A parte la difficoltà pratica di fare accettare questa forma dagli industriali e dalle stesse masse in parte disorganizzate, non mi sembra essa accettabile poiché sostituisce troppo, alla iniziativa diretta della massa, la pressione dall'esterno. Ma se le C. I. devono essere elette direttamente dagli interessati, devono alle elezioni partecipare anche i disorganizzati? Credo sia questo inevitabile, poiché, in caso contrario, si avrebbe una troppo grave diminuzione dell'autorità delle C. I. e potrebbonsi creare dei gravi dissidi. Se teoricamente quindi non è possibile escludere i disorganizzati, praticamente la prevalenza spetterà sempre ai gruppi degli organizzati i quali per esser più energici, più coscienti e più disciplinati potranno far prevalere facilmente i loro candidati. D'altra parte si potrebbe anche stabilire che le C. I., composte di disorganizzati, non siano riconosciute dai Sindacati, diminuendone cosi considerevolmente l'autorità ed influendo perché una diversa composizione sia accettata dalla maestranza interessata. Ed infine i membri disorganizzati delle C. I. non dovrebbero essere ammessi alle funzioni di cui parleremo al punto prossimo. Penso inoltre che la istituzione generalizzata delle C. I. diminuirebbe sensibilmente la disorganizzazione, in quanto il Sindacato troverebbe le sue basi in un organo permanente funzionante nell'officina stessa e quindi più facilmente accessibile a tutti gli operai.

In ogni officina si dovrebbero eleggere dei Commissari di reparto, in numero non troppo grande, ma anche abbastanza numerosi da poter suddividersi facilmente il lavoro, e da non costituire un gruppetto di operai adibiti in permanenza alle discussioni coi capi e con le direzioni, cosa poco simpatica e fonte certamente di malumori. Nei grandi stabilimenti un Commissario ogni trecento o quattrocento operai dovrebbe essere sufficiente. L’elezione dovrebbe avvenire a scrutinio segreto e su nomi indicati da un apposito comitato elettorale, in numero però tale da consentire una certa libertà di scelta all'elettore. Il Comitato elettorale, ad esempio, potrebbe designare un numero di candidati doppio di quello da eleggersi. I Commiss­ari riuniti nominerebbero la vera Commissione interna. S'intende che i Commissari dovrebbero essere sempre revocabili dagli elettori, con le garanzie opportune per impe­dire ogni sopraffazione di minoranze che un apposito regolamento potrebbe stabilire. Ai Commissari di reparto spetterebbe l'intervento nelle questioni particolari del loro gruppo. Alla Commissione interna, ed all'assemblea ge­nerale dei Commissari l'intervento e la decisione nelle questioni generali.

Funzioni essenziali dovranno essere la applicazione dei patti di lavoro e la raccolta degli elementi per preparare i memoriali ed i nuovi concordati.

Una necessità che potrà forse essere, in qualche caso, ostica è quella di mantenere un contatto continuo con le Commissioni dei capi e degli impiegati. Anzi le Commissioni operaie dovrebbero tentare di fare sorgere le Com­missioni delle altre categorie anche dove queste si mostri­no restie. L'affiatamento fra i vari gruppi dei produttori è assolutamente necessario che venga stabilito, e la men­talità dei capi tecnici e degli impiegati, oggi refrattari ed ostili al movimento di emancipazione delle classi lavora­trici, sarà molto più facilmente modificata nella fabbrica, cioè nel luogo del lavoro, dalla pressione e dall'esempio degli operai, che non da mille conferenze, le quali del re­sto non andrebbero ad udire. Questo mutamento di mentalità, questo affiatamento sarà utile non solo per le bat­taglie economiche e politiche immediate, ma soprattutto per la organizzazione della Società futura.

Una speciale importanza dovrà essere data alle questioni disciplinari, in modo da giungere ad un rivolgimento degli attuali rapporti polizieschi fra operai e capi. Il Commissario di reparto o la Commissione interna dovranno sempre intervenire, a seconda della gravità dei casi, in tali  vertenze. Ma intervenirvi, non con lo spirito di avvocati difensori ad ogni costo dell’operaio, bensì con la convinzione che sarà molte volte utile e giusto che il lavoratore, incapace e prepotente, senta darsi torto proprio dai suoi colleghi. In questo modo solo si formerà una più salda coscienza nei produttori ed in questo modo si giungerà a sostituire alla disciplina mantenuta dalla coazione esterna, la disciplina voluta dalla coscienza di dover assolvere il proprio com­pito. Mettendosi su questa strada si potrà forse giungere ad eliminare l' autorità dei padroni o dei loro più diretti rap­presentanti, facendo giudicare le vertenze più gravi da una Commissione composta di delegati delle C. I. delle varie categorie. Il giudizio di questo Consiglio superiore, se sarà dato con coscienza e con fermezza, avrà un grande va­lore morale e tale istituzione potrà insieme tutelare gli operai dagli arbitri e dalle parzialità di capi non degni delle loro funzioni, ma potrà anche assicurare a quelli degni la considerazione dovuta.

Funzione ancora delle C. I. sarà la raccolta di tutti gli elementi che possono servire per conoscere esattamente le condizioni ed il modo di funzionare dell'industria. Occorrerà per questo lavoro molta pazienza poiché certo i padroni tenteranno di ostacolarlo, sia per paura di indi­screzioni a favore di concorrenti, sia perché le maestranze non conoscano con troppa precisione il momento favore­vole per avanzare nuove richieste, sia infine perché gli imprenditori comprendono benissimo che quando non avranno più il monopolio di queste funzioni tecniche, sparirà ogni ragione della loro esistenza. Eppure a tale opera ci si dovra accingere con grande zelo, poiché solamente il tra­passo di tali nozioni, di tali capacità dalla classe degli imprenditori a quella dei lavoratori, porrà questi in grado di eliminare quelli.

Attualmente le leghe di mestiere hanno come organo deliberativo l'assemblea generale dei soci, come organo esecutivo il Consiglio direttivo. Ma nella maggioranza dei casi, e soprattutto nelle organizzazioni più forti per nume­ro, i poteri dell'assemblea sono piuttosto illusori. Intanto ad essa partecipano relativamente scarsi nuclei di soci, Gli assenti hanno indubbiamente torto, ma il fatto è questo. Tanto più se all’assemblea ad esempio della sezione metallurgica torinese dovessero accorrere tutti i dieci o quindici mila soci, l'assemblea sarebbe posta nella effettiva imposibilità di funzionare. In realtà quindi la massima parte dei poteri sono accentrati nei Consigli direttivi, quando non addirittura nei segretari più o meno...mal pagati. Le assemblee arrivano quasi sempre a fatti compiuti, a porre cioè la sabbia. Si é tentato di rimediare con le riu­nioni parziali delle maestranze delle varie officine, con le riunioni dei collettori. Ma questi ultimi, mentre sono nel­la maggior parte dei casi i più attivi ed i più pazienti, non possono essere ritenuti delegati ad esprimere il pensiero della maestranza, perché non da questa scelti.

In tale situazione le C. I. potrebbero diventare vera­mente gli organi dei Sindacati. L'assemblea dei Commis­sari di reparto potrebbe sostituire, salvo casi eccezionali, e specialmente per le organizzazioni più numerose, l' as­semblea generale dei soci. Le C. I. potrebbero riunirsi e costituire il Consiglio generale nel cui seno dovrebbe essere eletto il Consiglio Direttivo. Con una gerarchia di questo genere il contatto con la massa verrebbe costantemente mantenuto, anche perché essendo i Commissari continuamente revocabili, potrebbero in ogni caso gruppi dissenzienti fare prevalere la loro volontà, ottenendo la maggioranza in uno o più reparti. E sarebbe infine elimi­nato il pericolo di dualismi. Unica difficoltà è quella che influirebbero sulle decisioni dei Sindacati anche i non or­ganizzati, in quanto questi partecipano alle elezioni dei Commissari. Si nota però che il fatto stesso della loro partecipazione alla elezione costituisce il primo passo verso il Sindacato, passo che sarà assai facilmente seguito dall'al­tro dell'adesione e del pagamento della quota. Si aggiunga che è forse preferibile per le organizzazioni offrire a tutti gli operai indistintamente un mezzo di far sentire la propria volontà attraverso gli organi stessi della organizzazione, che non spingerli a porsi anche contro di questa, in forme più violente e più pericolose. Ed ancora se le organizzazioni credessero proprio necessario la esclusione dei dìisorganizzati, nulla impedirebbe di stabilire che i membri delle C.I. non aderenti al Sindacato non possano partecipare ai Consigli di questi.

Ho tentato così in modo schematico di delineare un piano di formazione e di sviluppo delle C. I. Vorrei che sui vari problemi prospettati e sulle soluzioni proposte si svolgesse qualche discussione specialmente da coloro che possono avere maggiori conoscenze pratiche. Ma nello stesso tempo proporrei che qualche organizzazione o qualche C. I. si facesse iniziatrice di un convegno locale per discu­tere insieme i problemi. Si tratta veramente di cominciare la istituzione dei Consigli degli operai che solamente at­traverso tentativi, prove e riprove troveranno la via giu­sta e si svilupperanno in modo da formare i nuclei dei li­beri produttori nella società futura.

 

O. P. [OTTAVIO PASTORE]

(Ordine Nuovo, anno I numero 14)