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Industria 4.0: utopia per il capitale, incubo per i lavoratori

Il 2017 è iniziato all’insegna della parola Industria 4.0, ovvero l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, presentata come un cambiamento epocale paragonabile alla rivoluzione industriale. In realtà, se guardiamo ai progetti messi in campo nel nostro paese, questa grande innovazione è piuttosto ridimensionata e si profila come uno svecchiamento del parco macchine industriale del nostro paese - il più vecchio in Europa - a spese dello Stato (ovvero delle tasse che pagano i lavoratori). L’automazione della produzione non è una novità recente. Siamo di fronte a un cambio qualitativo? E’ da quando esiste il capitalismo che le linee di produzione si dotano di macchine per svolgere compiti un tempo di competenza umana. All’inizio si trattava di macchine a vapore, oggi si parla di robot e intelligenze artificiali. La sostanza nei fatti non cambia. Il capitalismo rivoluziona in ogni istante i suoi modi di produzione, come scriveva Marx nel Manifesto: “ la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione”.

1917: la rivoluzione che ha cambiato il mondo

L’8 Marzo del 1917, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, le lavoratrici tessili di Vyborg - distretto operaio di Pietrogrado (oggi San Pietroburgo) – entrano in sciopero chiedendo sostegno anche agli operai metallurgici. Inizia così la rivoluzione che ha cambiato il mondo, una rivoluzione iniziata appunto dalle donne, dalle operaie, dalle compagne, che quel giorno per prime scesero in strada a protestare. Questo ci sembra il modo migliore di celebrare il centenario della Rivoluzione e la Giornata Internazionale della Donna. Nella Russia del ‘17 la donna non era soltanto considerata inferiore all’uomo sul posto di lavoro, con stipendi ufficialmente più bassi, era anche prigioniera del “focolare domestico”, ovvero si faceva carico di tutti i lavori di casa e inerenti alla famiglia (una situazione non così lontana dai giorni nostri). Fu proprio la rivoluzione socialista che diede alle donne la parità giuridica e politica con l’uomo, la libertà di divorzio e aborto, l’eliminazione del giogo familiare con la creazione di un sistema completo di servizi che liberò la donna e in parte anche l’uomo dai lavori domestici. Nessun paese capitalista a livello mondiale poteva equiparare il livello di emancipazione della donna sviluppatosi in Unione Sovietica. Ci sembra giusto ricordarlo, proprio in questa giornata.

Italia, marzo 1944: il più grande sciopero nell'Europa occupata dai nazisti

La storiografia ufficiale e la sua degna compagnia, la fiction televisiva, hanno ampiamente rovistato nei cassetti della storia della resistenza alla ricerca di preti, carabinieri, imprenditori, professori universitari che in un modo o nell'altro si siano dissociati o opposti al regime fascista. I singoli casi vengono poi analizzati al microscopio in maniera tale che un granello di polvere possa sembrare un massiccio montuoso. Il tutto è funzionale a occultare dalla vista la valanga operaia che nel 1944 si abbatté su nazismo e fascismo annunciandone la fine. La stessa storiografia di sinistra nella migliore delle ipotesi ci ha tramandato in toni epici storie di mitragliatrici sui monti, scontri a fuoco tra la neve, sabotaggi e attentati partigiani. Un lato effettivamente eroico della resistenza ma che, considerato a sé stante, finisce per rimuovere le radici di classe dell'antifascismo, riducendolo a sollevazione militare “italiana” contro l'occupante straniero. La verità storica è in questo caso talmente schiacciante da essere statistica: quando nel novembre e dicembre 1943 si registrano i grandi scioperi operai contro il caro-vita, le formazioni partigiane contano tra i 4000 e i 6000 uomini in tutto il paese.